Il sagrato, spazio di dialogo e di accoglienza
di Fabio Zavattaro
Un simbolo, il sagrato, un simbolo tradizionale: è sempre stato uno spazio quasi di congiunzione, di dialogo tra il sacro e il profano. Il sagrato, dunque, come spazio di incontro, di vicinanza, di prossimità della chiesa verso l’uomo contemporaneo. È l’immagine che usa il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco incontrando i giornalisti a conclusione dell’Assemblea della Cei, svoltasi nell’Aula del Sinodo in Vaticano dal 26 al 30 maggio.
Ma è proprio attraverso questa immagine che possiamo meglio evidenziare i temi che i vescovi italiani hanno messo a fuoco e che Papa Benedetto ha voluto focalizzare nel suo discorso di giovedì.
Il sagrato dunque è il luogo del dialogo, dell’accoglienza. Così la questione degli stranieri, e il riferimento esplicito era proprio agli episodi di intolleranza, va letta non tanto attraverso il termine tolleranza, ma rispetto. Un’accoglienza che va, dunque, accompagnata da “quello sforzo educativo, che prevede il senso della legalità, che tutti dobbiamo compiere per creare una convivenza sempre più degna dell’uomo e, per noi cristiani, nel segno del Vangelo”. Più in dettaglio, il cardinale Bagnasco, a proposito dell’immigrazione clandestina, ha detto: “tutti noi speriamo che qualunque provvedimento il Parlamento prenderà faccia salvo il duplice orientamento della giusta sicurezza dei cittadini e di quella tradizione di accoglienza che caratterizza non solo la comunità cristiana, ma la storia del nostro popolo”. Inutile dire che i Centri di permanenza temporanea devono essere luoghi appunto temporanei così che la permanenza non diventi troppo prolungata, e tanto meno permanente.
In quello spazio di dialogo che è il sagrato, l’accoglienza non è che una delle parole chiave. C’è politica, e poi laicità. I cattolici in Italia, dice il presidente della Cei, non sono presenti soltanto in organizzazioni religiose, parrocchie, associazioni e movimenti. Come vescovi siamo chiamati a guardare anche alle presenza dei credenti in quanto singoli nelle più diverse realtà e situazioni. Nello specifico del campo politico guardiamo così i ‘frutti’, auspicando che quelli buoni vengano da qualsiasi parte e non soltanto da parte cattolica. Parole che si aggiungono a quelle pronunciate da Benedetto XVI che auspicava l’uscita del paese da “un periodo difficile”. E evidenziava, il Papa, segnali di speranza: “È proprio per la consapevolezza di questo contesto che avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione”. Poi un avvertimento: “Questo clima ha bisogno di consolidarsi e potrebbe presto svanire, se non trovasse riscontro in qualche risultato concreto”. In questo contesto i vescovi hanno il dovere di dare il loro “specifico contributo”. “Nel quadro di una laicità sana e ben compresa – ha detto il Papa – occorre pertanto resistere ad ogni tendenza a considerare la religione, e in particolare il cristianesimo, come un fatto soltanto privato: le prospettive che nascono dalla nostra fede possono offrire invece un contributo fondamentale al chiarimento e alla soluzione dei maggiori problemi sociali e morali dell’Italia e dell’Europa di oggi”.
Una sana laicità, dunque, che il cardinale Angelo Bagnasco metteva in risalto con le parole di Gesù ‘date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’. Parole che indicano chiaramente quale sia la prospettiva cui la Chiesa si deve ispirare in tema di laicità: si tratta di una visione di assoluta laicità. La Chiesa ha come suo compito fondamentale quello di essere ‘sale’ e ‘lievito’ della storia, e anche di essere luce posta da Dio sul candelabro e città posta sul monte”. Immagini” – ha aggiunto – che “hanno un forte valore simbolico e vanno del resto tutte configurate insieme, così come il rapporto fede-ragione, ben delineato da Papa Benedetto XVI. La fede assume tutto l’uomo e non dimentica di valorizzare le sue prerogative razionali”.
Infine i temi della famiglia, della tutela della vita, della lotta alla povertà, l’emergenza educativa e la scuola.. Si deve affermare, ha detto il Papa, una cultura favorevole, e non ostile, alla famiglia e alla vita. Si tratta anche di chiedere “alle pubbliche istituzioni una politica coerente e organica che riconosca alla famiglia quel ruolo centrale che essa svolge nella società, in particolare per la generazione ed educazione dei figli: di una tale politica l’Italia ha grande e urgente bisogno”. Forte e costante – ha proseguito Benedetto XVI – “deve essere ugualmente il nostro impegno per la dignità e la tutela della vita umana in ogni momento e condizione, dal concepimento e dalla fase embrionale alle situazioni di malattia e di sofferenza e fino alla morte naturale”. Né possiamo chiudere gli occhi e trattenere la voce – ha aggiunto – “di fronte alle povertà, ai disagi e alle ingiustizie sociali che affliggono tanta parte dell’umanità e che richiedono il generoso impegno di tutti”.
Per il Papa infine il paese vive una vera e propria emergenza educativa. “Quando in una società e in una cultura segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo, sembrano venir meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito”. Così, ha proseguito Benedetto XVI, “i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro, come davanti alle attese e alle sfide che sentono incombere sul loro futuro”.