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I rom e il sonno della politica

di Maurizio Ambrosini

Quando si parla di emergenza rom, sarebbe sempre bene partire dai dati. Dal punto di vista quantitativo l’Italia non ha molti elementi di fatto per lamentare un’insopportabile invasione delle minoranze più stigmatizzate d’Europa. Secondo le ultime stime disponibili (Caritas-Migrantes), in Europa vivono all’incirca 9 milioni di Rom e Sinti, di cui meno di 2 milioni nell’Europa Occidentale. Tra i paesi più interessati dal fenomeno, troviamo la Spagna, con una popolazione compresa fra le 650.000 e le 800.000 unità, la Francia, con valori stimati tra 280.000 e 340.000, la Grecia, tra 160.000 e 200.000. Per l’Italia, i dati si attestano intorno alla cifra di 120.000-150.000 unità, pur aggiungendo un incremento in seguito all’ingresso nell’Unione dei nuovi paesi membri (Bulgaria e Romania). Molto meno dei nostri vicini, in rapporto alla popolazione complessiva.

In secondo luogo, sarebbe bene parlare di minoranze rom e sinte al plurale, giacché si tratta di un mosaico di popolazioni per molti aspetti diverse: nazionalità, data di arrivo, religione, ecc.; per quasi la metà, oggi, presumibilmente in possesso della cittadinanza italiana, a volte da secoli; per l’altra parte, da gruppi stratificati per titoli di soggiorno e dotazione di diritti, con una cospicua quota di neo-comunitari, insieme a rifugiati, apolidi, stranieri in possesso o meno di permesso di soggiorno. Anche l’etichetta “nomadi” traduce più un pregiudizio che una situazione di fatto: solo una minoranza, compresa tra il 15 e il 30%, conduce ancora una vita itinerante; molti non sono più nomadi da tempo, o non lo sono mai stati.

Il caso italiano si rivela invece assai problematico se prendiamo in considerazione le politiche indirizzate alla gestione delle popolazioni rom e sinte. Qui due considerazioni si impongono:

  1. come ha ricordato nell’autunno scorso Barroso, a nome dell’Unione europea, l’Italia non ha richiesto fondi comunitari per realizzare politiche rivolte a rom e sinti, a differenza della Spagna e di altri paesi. Del resto, si potrebbe chiosare, in varie regioni nel passato i fondi resi disponibili non sono stati richiesti dai Comuni, per nulla intenzionati a realizzare strutture d’accoglienza o altri servizi per questi scomodi vicini di casa.
  2. la misura più diffusa, nei casi benintenzionati, per intervenire sulla domanda abitativa di queste minoranze consiste nell’allestimento dei cosiddetti “campi nomadi”, che nel tempo però da soluzione sono diventati un aspetto saliente del problema. Per citare solo una delle molte critiche avanzate da istituzioni internazionali, il Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale (CERD, Committee on the Elimination of Racial Discrimination), aveva notato nel 1999: «In aggiunta alla frequente mancanza dei servizi di base, l’abitare nei campi porta non solo alla segregazione fisica della comunità rom dalla società italiana, ma anche all’isolamento politico, economico e culturale».

L’emergenza rom di oggi, e la percezione diffusa di insediamenti selvaggi e minacciosi, ha dunque a che fare con il mancato governo della questione, con la carenza di investimenti appropriati, con l’insistenza su misure ghettizzanti e stigmatizzanti. Nella maggior parte dei casi, si è preferito ignorare il problema, sperando che rom (e sinti) andassero ad accamparsi in un altro comune. Alla fine, il sonno della politica si è ribaltato nella politicizzazione dal basso della questione, con le rivolte dei residenti, gli incendi dolosi e la caccia a donne e bambini terrorizzati: prima dei fatti di Napoli, ricordiamo quelli di Opera, dove, per inciso, il capo della Lega Nord locale, protagonista della campagna anti-rom, è stato eletto sindaco.

Malgrado l’opinione diffusa, espellere i rom è tutt’altro che semplice, salvo violare norme europee e garanzie costituzionali. Basti pensare all’alto numero di minori. Neppure sgomberi e allontanamenti risolvono il problema: si limitano a spostarlo, o a riprodurlo in maniera ancora più precaria e derelitta.

D’altronde, anche l’idea di un “commissario per i rom” ha un suono inquietante, perché individua una minoranza etnico-linguistica come destinataria di misure ad hoc.

Il conflitto apparentemente insolubile tra popolazione maggioritaria e installazione di gruppi rom e sinti in appositi ‘campi’ richiede di spostare la discussione su un altro piano, ponendo a tema il superamento o almeno la flessibilizzazione della forma-campo, inteso come insediamento deciso dall’alto, numeroso, istituzionalmente controllato, di fatto permanente, collocato ai margini dei contesti urbani, scollegato da interventi adeguati di integrazione e promozione sociale. Servono invece soluzioni abitative plurime, negoziate con i diretti interessati e con le comunità locali. Servono progetti più ampi, che comportino il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei destinatari, la condivisione di regole, la presenza di figure di mediazione e accompagnamento. Serve la repressione dei comportamenti illegali, senza criminalizzazioni collettive e pregiudiziali. Serve l’impegno di associazioni e operatori dotati di competenze specifiche. Serve l’investimento in progetti di avvio al lavoro e alla microimprenditorialità.

Vorremmo che il 2008, anno europeo contro le discriminazioni, passasse alla storia non per le cacce ai rom, ma per l’avvio di una nuova generazione di progetti di integrazione.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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