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Diamo fiducia e speranza ai giovani

card. Angelo Bagnasco

Se, come vescovi, a qualcuno non smettiamo mai di pensare, e se qualcuno è particolarmente vicino al nostro cuore, questi sono i giovani. Per loro sappiamo di non fare mai abbastanza. Specialmente in questo momento storico, i giovani sono i primi bersagli della cultura nichilista che li invita, li incoraggia, li sospinge a coltivare soltanto le “passioni tristi”. È una cultura che instilla in loro la convinzione che nulla di grande, bello, nobile ci sia da perseguire nella vita, ma che ci si debba accontentare di un “qui ed ora”, di obiettivi di basso profilo, di una navigazione di piccolo cabotaggio, perché vano è puntare la prua verso il mare aperto. L’esito finale della cultura nichilista è una sorta di grande anestesia degli spiriti, incapaci di slanci e quindi inerti. Guardando alle cronache del nostro Paese, sempre più spesso dobbiamo registrare vicende amare che hanno per protagonisti gli adolescenti, «le cui reazioni manifestano – osserva il Papa − una non corretta conoscenza del mistero della vita e delle rischiose implicanze dei loro gesti. (…) Fornire false illusioni nell’ambito dell’amore o ingannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l’esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che richiama ai principi di libertà e di democrazia» (Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti al Congresso internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense, nel 40° dell’enciclica Humanae vitae”, 10 maggio 2008). In tal modo i sogni e i desideri tipici dei giovani vengono frantumati proprio mentre chiedono invece di essere protetti, coltivati nel lavoro educativo, e sospinti verso mete nobili e alte, che noi sappiamo essere a misura dei giovani.

Questo, oggi, può essere considerato l’obiettivo di fondo dei “percorsi di evangelizzazione ed educazione” da proporre ai giovani, (…). Da parte mia, vorrei limitarmi ad osservare una cosa forse ovvia, ma decisiva, e cioè che questi percorsi sono possibili, e costituiscono un obiettivo realistico anche nella situazione d’oggi. So bene infatti che proprio qui si annida una particolare sfiducia, ritenendo che l’organizzazione della vita giovanile e ancor più il tipo di applicazione intellettuale a cui sono abituati, impressionistica ed episodica, quasi falcidi − dalla base − la possibilità di itinerari distribuiti nel tempo e dunque progressivi e metodici. Ora, non c’è dubbio che occorra saggiamente tener conto di una serie di condizionamenti e abitudini di apprendimento, non però per arrenderci, quanto per calibrare secondo proporzioni nuove i momenti della proposta. A partire da ciò che sta oggettivamente al centro di ogni percorso cristiano, ossia l’adorabile persona di Cristo Signore. Ciò tuttavia non significa che, come si diceva una volta, Cristo “arriva alla fine della proposta”: l’annuncio kerigmatico oggi cattura più solitamente dall’inizio, perché è realmente il fascino esercitato dalla persona di Gesù a colpire, per contrasto, magari come ragione di un evento che turba o come senso profondo di una testimonianza di vita che colpisce e sgomenta. Ma anche come reazione abissalmente altra rispetto al vuoto desolante, rispetto ai progetti di de-costruzione che passano per l’assunzione delle droghe o dell’alcol, per i riti dell’assordimento e dello stordimento. Cristo allora diventa come il risveglio inaudito ad una vita diversa, radicalmente altra, ideale subito concreto e pertinente, principio riordinatore di un’esistenza via via capace di altri sapori e di altri riti.

È da qui, dall’evento dell’incontro già nitido ma non ancora completo, che può iniziare il cammino della conoscenza che, oggi forse ancor più di ieri, converge fino ad essere un tutt’uno con quello della conversione, ossia di una vera metà-noia che porterà i giovani, con i ritmi di ogni crescita, con gli inevitabili alti-e-bassi di ogni ascesi, ad assumere su di sé «il grande sì della fede», lasciandosi personalmente sagomare da esso nella propria e specifica esistenza, con i suoi talenti e la sua vocazione. Il sì della fede che, a cerchi concentrici, maturerà fino ad includere e a riconoscersi nel sì che la Chiesa dice a Cristo, in tutte le sue fibre e fino al cuore del mondo, dunque con la disponibilità a compromettersi anche pubblicamente, sapendo andare quando serve contro-corrente. Giovanni Paolo II ebbe un giorno ad osservare che il «problema essenziale della giovinezza è profondamente personalistico» (Giovanni Paolo II, Varcare le soglie della speranza, pag121), e per ciò stesso rivolto anzitutto all’interiorità personale, e quindi alla vita vissuta nella sua interezza. Su questo asse caratteristico del personalismo cristiano il giovane saprà gradatamente innestare esperienze e scoperte, gioie e insuccessi, ma avendo anzitutto preso coscienza che «la verità non è un’imposizione. Né è semplicemente un insieme di regole. È la scoperta di Uno che non ci tradisce mai, di Uno del quale possiamo sempre fidarci» (Benedetto XVI, Discorso all’Incontro con i giovani e seminaristi, New York, 19 aprile 2008).

Anche Papa Ratzinger, come il suo grande predecessore, non mortifica i giovani né li giudica. Neppure noi li giudichiamo, vogliamo piuttosto dare loro fiducia: sappiamo che sono profondamente buoni, e insieme spesso smarriti, alla ricerca di ideali non fittizi, per cui spendere la vita. E talvolta la sanno generosamente spendere fino al sacrificio! Il problema dei giovani sono gli adulti. Essi non respingono l’autorità, cercano l’autorevolezza dei testimoni e dei maestri. Certo che vediamo i loro comportamenti contraddittori, a volte ancora adolescenziali; a volte trasgressivi e gravi. Lo stesso bullismo tuttavia è anche segno di un vuoto dell’anima e un’implicita richiesta d’aiuto. Esperta come deve essere in umanità, la Chiesa non si fa ingannare dalle apparenze e sa di dover leggere dietro di esse, dove si celano le movenze più interiori e profonde della persona, e dove arde il desiderio di una vita piena, di traguardi coraggiosi, per i quali vale davvero la pena di vivere.

(Dalla Prolusione alla 58esima Assemblea generale della Cei)

Il testo integrale della prolusione pronunciata alla 58esima Assemblea generale della Cei.

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