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Questo sviluppo affama

di Serena De Rossi

L’ultimo rapporto Fao, l’agenzia Onu contro la fame nel mondo accusa il modello di sviluppo del Nord e annuncia: nei paesi poveri la spesa per l’acquisto dei cereali crescerà del 56%. Siamo davanti ad una vera e propria crisi alimentare senza precedenti.

Un esempio: il prezzo del riso è cresciuto in un solo anno del 70%, a seguito di una domanda in ascesa e di un’offerta che invece segna il passo. Alcuni dei principali paesi produttori, India, Cina e Vietnam hanno ridotto le esportazioni per contenere l’inflazione alimentare domestica. Diverse sono le cause dell’impennata: dalla riduzione della terra coltivata e dell’acqua per l’irrigazione a causa dell’urbanizzazione, alla domanda crescente di altri generi alimentari da parte delle classi medie urbane asiatiche, fino ai cambiamenti climatici che devastano i campi. In un paese come le Filippine le scorte di riso sono vicine allo zero.

«Se i paesi ricchi non faranno un passo indietro di almeno vent’anni per correggere le loro errate politiche di sviluppo, le “rivolte per il pane” causate dall’impennata dei prezzi di grano e farina non si fermeranno»: non usa mezze misure Jacques Diouf, direttore generale della Fao, nel presentare il rapporto sulle prospettive di produzione dei cereali nel 2008. Considerando che gran parte dei paesi in via di sviluppo sono importatori di derrate alimentari, e dove il cibo arriva ad assorbire fino all’80% dei consumi complessivi (nei paesi industrializzati la spesa alimentare costituisce al massimo il 10-20% di quella complessiva), il caro prezzi alimentare - che porterà ad aumenti fino al 70% in alcuni paesi dell’Africa - si trasformerà in fame, con le conseguenze che ben possiamo immaginare.

Alla spirale inflazionistica ha contribuito anche l’ascesa del prezzo del petrolio: i costi energetici si sono scaricati e hanno fatto lievitare sensibilmente le spese agricole. Senza contare la modifica della domanda dei consumi alimentari in Cina.

Ad oggi, a nulla sono servite le misure prese dai governi dei paesi importatori, come anche di quelli esportatori - restrizione alle esportazioni, sussidi, riduzione delle tariffe e controllo dei prezzi - per limitare l’impatto inflazionistico nel mercato domestico. E ormai la crisi si mostra in tutta la sua evidenza. La cronaca racconta che le “ rivolte del pane” hanno messo in subbuglio Tunisia, Egitto, Camerum, Indonesia, Etiopia, Burkina Faso, Costa D’Avorio, Madagascar e Haiti. In Pakistan e Thailandia l’esercito è intervenuto per scongiurare l’assalto a campi e magazzini alla ricerca di cibo.

Molti di questi paesi hanno seguito negli ultimi decenni una “via di sviluppo” dettata, o meglio, imposta dalle istituzioni internazionali, e che ha favorito, in agricoltura, la crescita dei prodotti destinati all’esportazione, a detrimento delle culture destinate a garantire l’autosufficienza alimentare locale, domestica. La Banca Mondiale è stata costretta a fare mea culpa. E ora il presidente Robert Zoelliker parla della necessità di un new deal alimentare, per evitare che i 33 paesi più a rischio diventino teatro di rivolte sanguinose.

Il prossimo luglio si terra una nuova riunione del G8. Speriamo che il vertice dei paesi più industrializzati sappia finalmente farsi carico delle proprie responsabilità di fronte al resto della comunità internazionale. Iniziando a ripensare la politica del commercio mondiale. Il “cibo” non è un bene come tutti gli altri, e forse è il caso di non lasciarlo in balia delle “normali” regole di mercato, che oramai i grandi (cioè noi) hanno imposto al resto del mondo.

1 Commento a “Questo sviluppo affama”

  1. L’urbanizzazione della Cina « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni scrive:

    [...] critiche in molte citta’ e saranno necessarie innovazioni tecnologiche nel campo del risparmio energetico, del riciclaggio dell’acqua, al trasporto e alla generazione di energia [...]

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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