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Archivio di aprile 2008

Dopo la “tappa” elettorale

mercoledì 16 aprile 2008

di Gianni Borsa*

Le votazioni 2008 sono alle spalle, le istituzioni neoelette – centrali e locali – possono riprendere l’attività politica, mentre già i cittadini sono tornati, dopo i commenti di rito, alla quotidianità, vissuta tra casa, lavoro, tempo libero, tv e amicizie, belle notizie e malattie, impegni sociali, sportivi, ecclesiali… Una tornata elettorale non è mai un traguardo o un punto di non ritorno, semmai è una tappa, essenziale, del processo democratico di ogni Paese.

In Italia le elezioni 2008 hanno decretato con chiarezza vincitori e vinti. A Silvio Berlusconi e ai suoi alleati spetta la responsabilità – e l’onore – di guidare la Nazione in un frangente delicato sotto il profilo economico e sociale, dove non mancano pressioni internazionali e sfide globali sempre nuove. Pdl e Lega Nord hanno solidi numeri parlamentari per governare e le promesse della campagna elettorale ora vanno mantenute: tutti ricordano la questione dei rifiuti a Napoli, la situazione dell’Alitalia e della Malpensa, l’abolizione dell’Ici, la riforma elettorale. Pochi punti per dare subito una nota di credibilità all’Esecutivo. Poi arriveranno le sfide di lungo periodo: il rilancio dell’economia e della produttività del lavoro, una politica di sostegno alle famiglie (evitando di limitarsi a già sperimentati e poco incisivi bonus una tantum), le misure a favore delle persone povere o disagiate, il rilancio delle infrastrutture, maggiori investimenti su ricerca e innovazione, l’affidabilità internazionale…

In cinque anni si possono realizzare tante buone riforme: si tratta di partire con il piede giusto. Il che implica la volontà di coinvolgere in questo percorso i rappresentanti delle minoranze, per scelte condivise e di maggior respiro.

Alle forze politiche uscite ridimensionate (in qualche caso pressoché cancellate) dal voto popolare toccano altre responsabilità. Oltre a svolgere con “coscienza nazionale” il ruolo di opposizione costruttiva, vanno fatti i conti con la sconfitta, domandandosi come mai in meno di due anni sia stato possibile erodere il patrimonio di credibilità costruito fino al 2006, a suo tempo premiato dagli stessi elettori e sciupato in un ristretto lasso di tempo.

A ciascuno il suo, dunque. Purché tutti i partiti e i leader abbiano ben chiaro che il loro ruolo è, in via definitiva, non quello di fare incetta di poltrone o di spartirsi il potere, bensì quello di servire i cittadini italiani e la società civile nelle sue molteplici forme ed espressioni.

Nel documento diffuso in vista del 13 e 14 aprile, l’Azione cattolica italiana aveva tratteggiato alcuni temi-chiave per una “buona politica” post-elettorale. Anticipando gli esiti delle urne, che hanno drasticamente ridotto il numero delle sigle presenti a “palazzo”, si affermava: «Nel passaggio a un sistema bipolare, anziché diminuire aumenta la necessità di riconoscersi in un patrimonio di valori condivisi, contenuti per altro nella Carta Costituzionale, che devono essere fatti propri da tutte le forze politiche». Il reciproco riconoscimento e la condivisione di irrinunciabili valori di fondo (vita, famiglia, pace, lavoro, solidarietà, apertura al mondo…) possono essere collocati ai blocchi di partenza della nuova legislatura.

*direttore Segno

La bellezza di essere Chiesa

martedì 15 aprile 2008
di Antonio Camisa*

Nel triennio 2005-2008 la Presidenza diocesana si è impegnata ad incontrare i responsabili e i soci delle quarantanove parrocchie in cui l’associazione è presente. Nei tanti volti incontrati abbiamo conosciuto la bellezza dell’essere Chiesa di Nardò-Gallipoli e di essere “eredi di una lunga storia d’amore per la Chiesa, di sacrificio, di impegno educativo e di evangelizzazione”.

In questo triennio sono stati organizzati, per ogni Settore week-end formativi (nei mesi di settembre e di marzo), feste ed incontri unitari; tutte occasioni che hanno aiutato le nostre comunità a vivere più unite e a scoprire e ad apprezzare la diocesanità come valore.
La nostra associazione si è rivelata come una realtà particolarmente vivace e ricca di iniziative, ha cercato di dare importanza e priorità alla formazione con lo scopo di avere laici sempre più competenti e preparati nel servizio educativo e per incidere cristianamente nel mondo.
Una formazione mirata ad affermare il primato del Vangelo, affinché fede e vita procedano con coerenza, si alimentino reciprocamente e la persona si senta pienamente inserita nella storia, in una comunità, in un territorio.

Il progetto “Sul sentiero di Isaia” è stato al centro del percorso formativo, in particolare di una Parrocchia (Beata Vergine del Rosario in Melissano). Attraverso lo studio della città, l’analisi dei problemi, l’approfondimento delle tematiche, il dialogo e il confronto con le istituzioni, il progetto è diventato (per l’intera comunità) la premessa necessaria per dare senso e significato al proprio agire sociale, per acquisire una nuova concezione del valore di cittadinanza e per concorrere alla realizzazione del bene comune.

Nel corso del triennio si è tentato di incoraggiare, sostenere e proporre il cammino di Iniziazione Cristiana con il metodo ACR. Abbiamo sentito la necessità di far comprendere che l’Iniziazione Cristiana altro non è che un’introduzione globale alla vita cristiana, per questo abbiamo avviato una collaborazione ad ampio raggio con il confronto e l’aiuto dell’Ufficio Catechistico Diocesano e sostenuta dal nostro vescovo, monsignor Domenico Caliandro.
Rimane per il prossimo triennio l’impegno a lavorare in questo campo con maggiore intensità.

Si è deciso, poi, di accelerare la costituzione del Laboratorio diocesano della formazione, in linea con gli orientamenti del Centro nazionale; abbiamo avvertito, cioè, l’urgenza di offrire luoghi in cui gli educatori e gli animatori sentano il compito di formarsi quale presupposto fondamentale e insostituibile del loro ruolo, perché con la loro freschezza, dinamicità e fantasia possano dare una prospettiva affascinante al percorso educativo e di fede rivolto ai ragazzi, ai giovani ed agli adulti.

Abbiamo vissuto il triennio appena trascorso in un clima di profonda armonia ed amicizia, alimentati sempre dalla gioia di essere fraternità: l’AC non è unitaria perché fa tutto insieme e annulla le differenze, ma perché cresce insieme, si impegna e si adopera secondo le proprie peculiarità, il proprio stile, la propria età, in un sano dialogo tra generazioni, per far conoscere Gesù e per vivere la vita della Chiesa.

*Presidente diocesano ACI di Nardò – Gallipoli

Questo sviluppo affama

domenica 13 aprile 2008

di Serena De Rossi

L’ultimo rapporto Fao, l’agenzia Onu contro la fame nel mondo accusa il modello di sviluppo del Nord e annuncia: nei paesi poveri la spesa per l’acquisto dei cereali crescerà del 56%. Siamo davanti ad una vera e propria crisi alimentare senza precedenti.

Un esempio: il prezzo del riso è cresciuto in un solo anno del 70%, a seguito di una domanda in ascesa e di un’offerta che invece segna il passo. Alcuni dei principali paesi produttori, India, Cina e Vietnam hanno ridotto le esportazioni per contenere l’inflazione alimentare domestica. Diverse sono le cause dell’impennata: dalla riduzione della terra coltivata e dell’acqua per l’irrigazione a causa dell’urbanizzazione, alla domanda crescente di altri generi alimentari da parte delle classi medie urbane asiatiche, fino ai cambiamenti climatici che devastano i campi. In un paese come le Filippine le scorte di riso sono vicine allo zero.

«Se i paesi ricchi non faranno un passo indietro di almeno vent’anni per correggere le loro errate politiche di sviluppo, le “rivolte per il pane” causate dall’impennata dei prezzi di grano e farina non si fermeranno»: non usa mezze misure Jacques Diouf, direttore generale della Fao, nel presentare il rapporto sulle prospettive di produzione dei cereali nel 2008. Considerando che gran parte dei paesi in via di sviluppo sono importatori di derrate alimentari, e dove il cibo arriva ad assorbire fino all’80% dei consumi complessivi (nei paesi industrializzati la spesa alimentare costituisce al massimo il 10-20% di quella complessiva), il caro prezzi alimentare – che porterà ad aumenti fino al 70% in alcuni paesi dell’Africa – si trasformerà in fame, con le conseguenze che ben possiamo immaginare.

Alla spirale inflazionistica ha contribuito anche l’ascesa del prezzo del petrolio: i costi energetici si sono scaricati e hanno fatto lievitare sensibilmente le spese agricole. Senza contare la modifica della domanda dei consumi alimentari in Cina.

Ad oggi, a nulla sono servite le misure prese dai governi dei paesi importatori, come anche di quelli esportatori – restrizione alle esportazioni, sussidi, riduzione delle tariffe e controllo dei prezzi – per limitare l’impatto inflazionistico nel mercato domestico. E ormai la crisi si mostra in tutta la sua evidenza. La cronaca racconta che le “ rivolte del pane” hanno messo in subbuglio Tunisia, Egitto, Camerum, Indonesia, Etiopia, Burkina Faso, Costa D’Avorio, Madagascar e Haiti. In Pakistan e Thailandia l’esercito è intervenuto per scongiurare l’assalto a campi e magazzini alla ricerca di cibo.

Molti di questi paesi hanno seguito negli ultimi decenni una “via di sviluppo” dettata, o meglio, imposta dalle istituzioni internazionali, e che ha favorito, in agricoltura, la crescita dei prodotti destinati all’esportazione, a detrimento delle culture destinate a garantire l’autosufficienza alimentare locale, domestica. La Banca Mondiale è stata costretta a fare mea culpa. E ora il presidente Robert Zoelliker parla della necessità di un new deal alimentare, per evitare che i 33 paesi più a rischio diventino teatro di rivolte sanguinose.

Il prossimo luglio si terra una nuova riunione del G8. Speriamo che il vertice dei paesi più industrializzati sappia finalmente farsi carico delle proprie responsabilità di fronte al resto della comunità internazionale. Iniziando a ripensare la politica del commercio mondiale. Il “cibo” non è un bene come tutti gli altri, e forse è il caso di non lasciarlo in balia delle “normali” regole di mercato, che oramai i grandi (cioè noi) hanno imposto al resto del mondo.

Formazione e attenzione alla persona

venerdì 11 aprile 2008
di Vita Laguardia*

L’ultima assemblea dell’Ac della diocesi di Conversano Monopoli è stata occasione per verificare il cammino svolto in questo triennio e valutare gli obiettivi prefissati nel 2005 a partire dai punti deboli della nostra associazione.

In primo luogo abbiamo cercato di ravvivare la partecipazione attiva all’Azione Cattolica, sia a livello parrocchiale che diocesano. Perciò abbiamo organizzato incontri nelle varie zone della diocesi con lo scopo di avvicinare i consigli parrocchiali, in modo da conoscere le difficoltà e ascoltare le proposte scaturite dalla base.

Curando maggiormente e fraternamente i rapporti con i responsabili abbiamo ottenuto molta più partecipazione e il coinvolgimento di quasi tutte le associazioni parrocchiali ad alcune attività diocesane: i week-end e gli esercizi spirituali per gli Adulti, le udienze col papa (prima per gli Adulti e poi per i Giovani), le tre Via Crucis dei Giovani, i campi estivi (a partire dall’ACR e via fino ai Giovanissimi e Giovani). Questo crescente entusiasmo si è manifestato anche con un discreto aumento del numero dei soci.

Abbiamo puntato molto sulla riscoperta della nostra identità, ci siamo interrogati su quale Ac siamo chiamati oggi a vivere, ma siamo anche voluti andare alle radici del nostro impegno: così è nato il desiderio di conoscere la nostra storia, proprio nella celebrazione del centoquarantesimo anniversario della nostra fondazione.
La riscoperta dell’identità di laici di Azione Cattolica ci ha portato a sottolineare l’importanza del nostro specifico ed abbiamo puntato sulla formazione con una Scuola per responsabili. I risultati sono stati sicuramente positivi, sia sotto il profilo della qualità che della quantità, visto che le iscrizioni registrate nell’ultimo triennio si sono aggirate attorno alle 200 annuali.
In particolare merita di essere segnalato il terzo livello della Scuola, diventato il Laboratorio Diocesano della Formazione, strumento utile per ricordarci come anche ogni responsabile abbia bisogno di una formazione permanente.

Abbiamo poi avuto un’attenzione particolare al Settore Giovani (venendo ricambiati da una bellissima partecipazione alle “feste dei giovani”), al MSAC (che alcuni giovanissimi della nostra Diocesi hanno fatto nascere) e ai giovani-adulti (curando in particolare il momento del passaggio con le famiglie e gli adulti).
Un’altra esperienza significativa sono stati gli incontri mensili “Famiglie familiari”, rivolti ai tanti piccoli gruppi di giovani-adulti e di adulti-giovani che stanno sorgendo nelle nostre parrocchie e, in alcuni casi, a livello zonale. Un interessante esperimento è il tentativo che stiamo facendo in alcune parrocchie di coinvolgere le famiglie dei ragazzi dell’ACR.

Infine, in spirito di umiltà e servizio stiamo collaborando, a livello diocesano, con le iniziative della Caritas, con il Progetto Policoro e con la Pastorale giovanile. La collaborazione con il clero funziona bene anche a livello parrocchiale: molti responsabili infatti hanno stretto nelle loro realtà una intensa cooperazione con il proprio parroco.

La strada certo è ancora lunga: dobbiamo curare con attenzione il passaggio dall’ACR ai giovanissimi e da questi ai giovani; puntare su adulti preparati che possano guidare gli incontri formativi nei gruppi che sono ancora affidati ai parroci; avere una maggiore visibilità nel sociale. Sfide, queste, che attendono il nuovo Consiglio diocesano che affidiamo, con tutta l’associazione, a Maria: perché sul suo esempio, possa dire sempre un sì gratuito e gioioso.

*Presidente diocesano ACI di Conversano Monopoli

Arranca Italia!

mercoledì 9 aprile 2008

Arranca la produttività dell’Italia, che deve incassare, così, la bocciatura dell’Ocse. L’allarme lanciato dall’organizzazione parigina è pubblicato nel Factbook 2008, con i dati relativi ai 30 paesi membri e un focus su G7 e Unione Europea. Il quadro che ne esce colloca la Penisola nella posizione di fanalino di coda, sotto la media dei paesi Ocse, Ue e dei 7 ‘grandi’, e sorpassata da diversi stati dell’est europeo e dalla Grecia. (…)

In base ai dati Ocse, la crescita del Pil per ora lavorata prodotto in Italia è stata inferiore allo 0,5% nel periodo tra il 2001 e il 2006: ossia quasi nulla. Una performance, segnala l’istituto parigino, paragonabile a quella del Messico. La media matematica del periodo fa segnare infatti uno scarso +0,2%. Un picco negativo si è registrato nel 2003, con una flessione dello 1,2%, seguita da un’inversione l’anno successivo che ha portato il rialzo a un contenuto +0,7%, mentre nel 2005 la crescita della produttività si è fermata allo 0,4%. Il 2006 ha fatto segnare, sotto questo profilo, una ripresa, con un rialzo dell’1%. Ma il risultato resta al di sotto di quello della media dei paesi del G7, che segna un aumento dell’1,3%, dell’Ocse, pari all’1,4%, e dell’Ue a 15, che e’ all’1,7%. Di gran lunga meglio dell’Italia hanno fatto paesi come la Slovacchia (+5,2%), la Repubblica Ceca (+4,6%), la Grecia (+3,7), Ungheria e Corea (entrambe +3,4%).

Maglia nera all’Italia anche per quanto riguarda il Pil pro-capite, uno dei principali indicatori della performance economica. Tra 2001 e 2006 la crescita “nostrana” su questo fronte è stata prossima allo zero, contro il quasi 1% della Germania, l’oltre 1% dell’Ue e il circa 2% dei paesi Ocse. L’organizzazione segnala che negli ultimi anni la decelerazione di questo valore è stata generalizzata, ma Italia e Portogallo hanno registrato “il calo più evidente”. Se si considera la produttività multi-fattore, che include voci quali l’innovazione tecnologica e organizzativa, l’Italia registra, nel periodo 2000-2005, una performance addirittura negativa, con un – 0,5% cui si avvicina soltanto la Svizzera. E questo – spiega il Cerm nel commentare il dato – è “sintomo di struttura produttiva vecchia, in termini di specializzazioni settoriali, modelli operativi, capitale umano che non si rigenera”. (…)

L’Italia supera la media europea per quanto riguarda il costo del lavoro per unità di prodotto, con una crescita intorno al 2,5% nel periodo 2000-2006 contro una media di Eurolandia intorno allo 0,5%.

(ANSA, 8/4/2008)

L’Italia è in relativo declino: sta annegando sotto il peso di un comparto pubblico gonfiato, un’iper-regolamentazione e infrastrutture in rovina; il suo tradizionale vantaggio comparato nel settore manifatturiero è messo duramente alla prova; avrebbe bisogno di una decisa riforma strutturale dell’economia e un rinnovamento politico. Ma non sembra che riuscirà ad ottenerli.

(Financial Times, 8/4/08)

… e buone elezioni a tutti!

Non abbiate paura!

mercoledì 9 aprile 2008

di Fabio Zavattaro

Pochi giorni fa abbiamo ricordato quel 2 aprile di tre anni fa che ha segnato la conclusione terrena della vita di Giovanni Paolo II. Abbiamo ricordato con il silenzio e la commozione il suo passaggio di vita in vita. Nella preghiera abbiamo rivisto le immagini di un pontificato che per quasi 27 anni ha accompagnato la Chiesa, il mondo. A partire da quelle parole pronunciate in quel lontano ottobre 1978: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo […] aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”.

Quante volte abbiamo ascoltato, letto, citato questa frase di Papa Wojtyla, parole pronunciate proprio all’inizio del suo pontificato, nella celebrazione in Piazza San Pietro. Parole di speranza che il Papa “venuto da un paese lontano” pronunciava con un vigore e con una determinazione che hanno subito attirato l’attenzione. La frase così proseguiva: “Oggi, così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.

Proprio quelle parole sono state il sigillo del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, quel suo essere pellegrino sulle strade del mondo per portare il messaggio di amore, di pace, di riconciliazione. È proprio alla luce di queste parole che si devono leggere gli anni wojtyliani, con una prima preoccupazione, le Chiese del silenzio che oltre la cosiddetta “cortina di ferro” vivevano nelle privazioni e nel dolore: vescovi e sacerdoti arrestati, uccisi; fedeli perseguitati, chiese chiuse e trasformate in cinema e magazzini. Al di qua della “cortina di ferro”, l’Occidente scopriva nuove parole per definire la situazione della Chiesa nei luoghi della libertà di culto: relativismo, secolarismo, indifferentismo.

Giovanni Paolo II è eletto dai cardinali, primo Papa straniero dopo secoli di pontificati italiani, con il compito difficile di dare uno scossone alla fede tiepida; ma anche di riportare in primo piano non solo le Chiese dell’Est europeo, ma anche quelle del Sud del mondo. Nell’agenda del suo pontificato Karol Wojtyla mette alcune sfide: la vita, la povertà, la pace, il dialogo, la libertà religiosa, la donna. Sfide che porterà nelle più lontane latitudini.

Così se la vita è il dono più prezioso, la sua difesa dal concepimento fino alla sua conclusione naturale diviene messaggio, costante attenzione. Come non difendere con altrettanto vigore la famiglia, che oggi è minacciata, dice Giovanni Paolo II, da fattori sociali e culturali che fanno pressione su di essa rendendone difficile la stabilità; ma in alcuni Paesi essa è minacciata anche da una legislazione, che ne intacca – talvolta anche direttamente – la struttura naturale, la quale è e può essere esclusivamente quella di una unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio. Ecco allora l’invito ai politici a non promuovere leggi contrarie al ruolo di primo piano della famiglia, cellula fondamentale della società, prima scuola di vita e di libertà.

Povertà, fame nel mondo, sono, poi, ferite che lacerano: sono centinaia di milioni gli esseri umani che soffrono gravemente di denutrizione, e ogni anno milioni di bambini muoiono per la fame o per le sue conseguenze. Le grandi organizzazioni internazionali si sono poste come obiettivo di ridurre almeno l’emergenza. C’è una rinnovata presa di coscienza da parte dei governi. Ma tutto questo non basta. Papa Wojtyla vola in Africa, il continente dove più difficile è la situazione, dove i Paesi poveri investo gran parte del loro denaro in armamenti trascurando le necessità più elementari della popolazione; dove scoppiano guerre fratricide; dove proprio la fame e la mancanza di medicine rischia di non dare un futuro a molte nazioni. Il grido di Papa Wojtyla è destinato a tutti, a quel 20 per cento della popolazione che consuma, e spreca, l’80 per cento delle risorse del pianeta; a quell’80 per cento di uomini, donne e bambini che invece deve accontentarsi solo del 20 per cento dei beni; ai politici perché scelgano strategie nuove per favorire quella destinazione universale dei beni che è principio chiave della dottrina sociale della Chiesa.

Infine la pace. Papa Wojtyla è andato a perorarla in tutti gli angoli della terra dove il diritto della forza si è sostituito alla forza del diritto. Tante, troppe le guerre che il mondo conosce; molte quelle dimenticate. Il pensiero va al Medio Oriente, all’Africa, all’Asia, all’America Latina, in cui il ricorso alle armi e alla violenza, fomenta l’odio e accresce le cause di discordia, rendendo sempre più difficile la ricerca e il raggiungimento di soluzioni capaci di conciliare i legittimi interessi di tutte le parti coinvolte. E poi come non ricordare il fenomeno del terrorismo che, dopo l’11 settembre, è diventato non solo minaccia ma anche emergenza mondiale.

Possiamo dire che la pace mondiale sia stato un assillo costante di Giovanni Paolo II in tutti gli anni, quasi 27, del suo pontificato. Si è opposto alla guerra, ad ogni guerra, considerata la più grave violazione della dignità dell’uomo. È sorprendente, infatti, la determinazione, il coraggio, la tenacia con cui il Papa si è impegnato per la pace, movendosi con estrema libertà, senza calcoli politici o timore riverenziale nei confronti dei potenti. Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro per regolare i contenziosi fra le nazioni.

Tra le tante cose che la mente ricorda a tre anni dalla sua morte, c’è un’immagine che forse più di tutte vale la pena sottolineare, ed è il suo Angelus muto, quell’affacciarsi alla finestra su Piazza San Pietro per quello che sarebbe diventato il suo ultimo saluto. Alla mente sale l’immagine e quel suono confuso, indecifrabile che il microfono porta nella piazza. C’è chi ha parlato di un Papa che ostentava la sua sofferenza, la sua malattia. A noi sembra l’immagine di un Papa che ostentava la vita, da vivere sempre e in tutte le sue stagioni anche le più difficili e sofferte. Forse di un Papa chiamato il “globetrotter” di Dio, il grande viaggiatore, il nuovo Mosè, ciò che rimane di più è proprio il suo essere sempre vicino all’uomo, anche negli ultimi giorni di vita. Essere tenacemente il Papa che ha detto al mondo: “Non abbiate paura!”.

Con coraggio e fedeltà

martedì 8 aprile 2008
di Paolo Criveller*

Il cammino associativo dell’Azione Cattolica della diocesi di Treviso è partito tre anni fa da una esigenza: fare nostro a livello di vita vissuta dei soci, dei responsabili, delle nostre associazioni parrocchiali, quanto era stato elaborato a livello nazionale per rinnovare la vita dell’Azione Cattolica e che si era concretizzato nel rinnovo dello Statuto, nel nuovo Progetto formativo, e nello straordinario pellegrinaggio a Loreto nel 2004 con le tre consegne affidate all’associazione da Giovanni Paolo II.

L’Azione Cattolica italiana aveva rinnovato la coscienza della propria identità, riaffermando il primato dell’esperienza spirituale che ci fa essere discepoli del Signore (contemplazione); la dimensione ecclesiale con una più esplicita affermazione della diocesanità dell’associazione (comunione); e la riproposta dell’esperienza associativa che ci accompagna nel cammino dietro al Signore Gesù con una esperienza per se stessa capace di essere segno evangelico nel nostro tempo (missione).

Sentivamo necessario che tutto questo fosse condiviso in diocesi e nelle parrocchie per poter ridare nuova energia e nuovo vigore alla nostra vita associativa. Abbiamo scelto di percorrere il cammino del rinnovamento senza fretta ed ecco che allora il triennio ha avuto come obiettivo, a partire dallo Statuto rinnovato, il rinnovamento della nostra vita associativa, riscoprendo la nostra identità e il nostro stesso costituirci in associazione, mettendo in evidenza alcune dimensioni:
a. – la dimensione unitaria dell’associazione, e il suo viversi come famiglia;
b. – la cura per la formazione dei responsabili;
c. – la cura per una associazione viva in ogni parrocchia.

a. – Abbiamo vissuto dei momenti di festa unitari diocesani, nei quali abbiamo sperimentato che essere e fare Ac è bello ed è un bel modo di essere discepoli del Signore anche oggi. Associandoci, noi diciamo no all’individualismo che tutti vuole afferrarci, e che è presente talvolta anche nel modo di essere cristiani e di vivere il rapporto con la Chiesa. Abbiamo riscoperto il legame tra le generazioni, ma anche il legame tra i settori dell’associazione, ribadendo che l’Azione Cattolica è una, e poi nella premura per le persone delle diverse età e condizioni di vita si organizza in settori e nell’articolazione.

b. – Ci siamo ritrovati tra responsabili associativi in momenti unitari di formazione, in particolare coinvolgendo i presidenti parrocchiali, nella convinzione che la vita associativa è una e la responsabilità associativa richiede sintonia e aiuto reciproco, perché la posta in gioco è alta: una vita associativa di qualità.

c. – Il nostro cammino aveva e ha davanti a sé una grande preoccupazione: che ogni associazione parrocchiale sia viva, vivace, capace di essere segno nella comunità parrocchiale tutta, di offrire il proprio servizio per la crescita della comunità, capace di essere significativa nel territorio. Noi vogliamo rimanere radicati nelle nostre parrocchie con coraggio e fedeltà al quotidiano. E’ questo radicamento una delle dimensioni che, come Benedetto XVI ha ricordato, rende preziosa per la chiesa l’Azione Cattolica. Un’Ac che ha a cuore che la Chiesa sia viva tra le case degli uomini e delle donne di oggi.

Questo cammino ci ha visti in profonda sintonia con il cammino che sta percorrendo la nostra diocesi per ricentrarsi sull’essenziale, e dunque sull’incontro con il Signore Gesù, per una relazione personale, intima, eucaristica con Lui, da cui soltanto può scaturire il coraggio di essere testimoni oggi della Buona Notizia.

Abbiamo fatto strada?
Sì, abbiamo camminato. In particolare abbiamo meglio compreso come l’associazione ci possa sostenere oggi nell’essere discepoli del Signore.
Abbiamo compreso e toccato con mano che è possibile viverci come famiglia, con il bello della famiglia, ma anche con le fatiche di ogni famiglia.
Abbiamo visto che vivendo in associazione il nostro amore per la chiesa radunata intorno al suo Apostolo, il Vescovo, cresce.
Abbiamo visto e vediamo tanti adulti, famiglie, giovani e ragazzi partecipi, da protagonisti, nelle tante iniziative associative, nei campi scuola. Vediamo che tanti sono coloro che si mettono al servizio in Ac imparando lo stile del servizio. Vediamo che tanti ragazzi e giovani esprimono il desiderio di crescere in formazione personale, proprio spinti dal cammino e dal servizio che fanno in associazione.

Restano dei nodi aperti sui quali la nostra associazione non deve abbassare la guardia.
a. Associazioni parrocchiali fragili, dove due sono di solito le cause di fragilità: associazioni ridotte nei numeri o incomplete e associazioni dove manca qualcuno che se ne prenda davvero cura come responsabile associativo.
b. La fatica, vissuta ancora da molti, a sentire l’Azione Cattolica una realtà unitaria, per cui accade che ci siano associazioni che non sentono il bisogno di legami con le altre associazioni parrocchiali e nell’unica associazione diocesana.
Accade anche che sia poco sentita la dimensione unitaria tra le generazioni… e quindi poco valorizzato, ad esempio, il momento unitario del Consiglio parrocchiale per camminare insieme.
c. In diverse associazioni parrocchiali non risulta facile coniugare insieme identità associativa e proposta formativa. In questo triennio abbiamo ribadito che non può esserci identità associativa di qualità senza proposta formativa di qualità, come del resto non può essersi proposta formativa di qualità senza una vita associativa di qualità.
Proprio su quest’ultimo aspetto la nostra associazione si vuole impegnare nel triennio che si apre: andare al cuore della proposta formativa della nostra associazione approfondendo la riflessione sul Progetto formativo e sugli Itinerari formativi che hanno lo scopo di tradurlo in percorsi adeguati alle diverse età e condizioni di vita.

* Presidente diocesano ACI di Treviso

Due diverse storie dall’Africa

domenica 6 aprile 2008
La prima storia ricorda un anniversario, una vicenda di morte.
7 aprile 1994: sui cieli d’Africa esplode l’aereo che riportava a casa il presidente del Ruanda, dopo una pacificazione costata quattro anni di lavoro. Pochi minuti e comincia la carneficina. Tutto era stato preparato anche con l’aiuto della voce martellante di una radio che incita all’odio e alla vendetta. In tre mesi si arriva quasi a un milioni di assassinati: tutsi in larghissima parte, ma anche non pochi hutu moderati e che si erano rifiutati di partecipare o anche solo di assistere al genocidio. Un milione di uccisi è moltissimo: lo è ancor più in un Paese di soli otto milioni di abitanti.

Il 4 luglio 1994 la strage cessa, ma inizia l’esodo verso infiniti campi profughi di quasi tre milioni di persone. Due milioni sono gli sfollati nel Paese: praticamente non c’è ruandese che non sia personalmente segnato dalla vicenda. Anche la chiesa ruandese non è stata immune dalla follia omicida e fratricida; allo stesso tempo, non sono mancati gesti di solidarietà tra sconosciuti di tribù diverse, e neppure matrimoni misti. Le “piccole sorelle” di Charlse di Foucauld sono rimaste anche nei mesi più terribili.
Si veda anche il film Hotel Rwuanda, che racconta in modo abbastanza fedele gli eventi. Ha scritto sul film Tullio Kezich ne “Il Corriere della Sera”: “Chissà perché gli orrori staliniani, l’Olocausto, gli infoibamenti o la strage di 937 mila Tutsi in Ruanda sono sempre stati consumati nel silenzio dei governi e nella distrazione della gente comune? Usa e alleati hanno promosso la crociata ancora in corso per distruggere in Iraq le ipotetiche e introvabili armi segrete, ma nel 1994 nessuno si mosse quando in un piccolo paese africano gli Hutu presero a sterminare la gente a colpi di machete“.

La seconda storia riguarda una vicenda di vita, e anche delle domande “eversive” che pone.
Tanzania del sud. In un villaggio immerso nella foresta tropicale nasce e si sviluppa al ritmo delle stagioni l’alternativa al petrolio e al nucleare. È curata da una comunità di suore vincenziane.
Nel Paese l’energia elettrica è una scommessa: frequenti e lunghi black-out che tormentano un insieme fragile di fili (non esiste una rete elettrica nazionale) anche per otto ore di seguito.
Le suore si sono consultate con un vivaista e hanno messo a coltura una pianta, la Jatropha curcas, capace di produrre 1.900 litri di olio, utilizzabili come biocarburante. È una resa quattro volte superiore a quella della soia, dieci volte maggiori di quella del mais. La pianta vive per quaranta anni, e può sopportare una siccità di due anni consecutivi. Bruciando, produce la stessa quantità di anidride carbonica che aveva assorbito durante la crescita, quindi l’emissione totale è zero.
Peccato che non richieda costose progettazioni, non consenta accentramento e controllo della produzione, non crei una casta di superesperti e monopolisti, non sia possibile oggetto di attentati terroristici, non crei concentrazione di addetti e relativo potere di gestire le assunzioni, non implichi gigantesche reti di distribuzioni, oleodotti, gasdotti, sorveglianza armata, guerre ed eserciti, comandanti in capo, esportazione di democrazia, santoni teocratici e kamikaze. Come dicono le suore “la coltiviamo in giardino”. Tutto qui.

A chi mai può interessare?

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

L’AC degli anni 2000

sabato 5 aprile 2008
di Rosario Carello

Intervista a Paola Bignardi.

Con lei non serve usare il cognome. Dici “Paola” e in AC, ancora oggi, intendi la Bignardi. Fenomeno curioso e privilegio raro. I suoi sono stati anni tumultuosi e affascinanti: il Giubileo, la fine, dolorosa ma piena di fede, del pontificato di Giovanni Paolo II, Loreto. Soprattutto, però, il rinnovamento.

Ricostruiamo il periodo della tua Presidenza.
Era l’inizio del 1999. Avevo appena terminato la mia esperienza di presidente diocesana e avevo chiara la situazione di fatica e di difficoltà dell’associazione nei suoi livelli di base. Sapevo anche quanto questa percezione di disagio fosse condivisa da tanti altri presidenti, con i quali nel corso degli ultimi anni era maturato un forte spirito di condivisione e una volontà nuova di andare avanti uniti, per affrontare insieme le difficoltà di una fase di cambiamento e per rendere di nuovo vivo il dono dell’AC, di cui eravamo sempre più persuasi.

La trama dei tuoi trienni è stata il rinnovamento.
Ero convinta che fosse necessario avviare un profondo processo in questo senso e che dovesse essere un fatto corale e condiviso; l’associazione, nei suoi organismi democratici, ne decise l’avvio fin dall’inizio del triennio.

Hai incontrato difficoltà?
Sì.

La più grande?
Soprattutto all’inizio, quella di aiutare tutta l’associazione a prendere coscienza della propria crisi e a pensare che essa era una provocazione dello Spirito per ritrovare il meglio di noi stessi. Per questo il rinnovamento dell’AC doveva consistere nell’aiutare l’AC a ritrovare la sua anima spirituale, forse a lavorare un po’ di meno nella pastorale, ma a vivere di più l’originale dono che essa costituiva e costituisce per la Chiesa e per il mondo.

Quante volte hai pensato: ora mollo?
Avevo accettato l’impegno a fare la presidente rispondendo ad una richiesta: non l’avevo né scelto né desiderato, e questo mi bastava a farmi sentire la responsabilità di non sottrarmi a ciò che l’associazione e la Chiesa mi chiedevano di vivere. Questo non significa che non ci siano stati momenti critici: la difficoltà di intuire la strada per cui camminare; la fatica di capirsi tra responsabili e di elaborare progetti condivisi; la fatica di convincere del valore dell’AC per la Chiesa, ma anche della positività della crisi che essa stava attraversando. Si tratta di difficoltà che hanno accompagnato tutto il cammino di quei sei anni e che si è fatta particolarmente acuta quando si è trattato di portare a conclusione alcune scelte che erano state effettuate: la revisione dello Statuto, la verifica dell’impianto formativo dell’associazione…

Come ha reagito l’AC a tutte le sollecitazioni?
L’associazione in genere ha colto le proposte di cambiamento come una risposta alle difficoltà che sperimentava. Era il segnale che l’AC voleva prendere in mano la propria situazione, che non si rassegnava ai segnali di stanchezza che l’attraversavano, che aveva l’energia per ripensarsi. Tutto questo ha generato fiducia e in alcuni momenti un vero entusiasmo, come in occasione del pellegrinaggio di Loreto e dell’incontro dell’AC con Giovanni Paolo II: un momento di grazia che le associazioni diocesane e tante persone di AC hanno vissuto come un vero dono di Dio.

Quanti rimpianti ti sono rimasti?
Se ragiono in termini puramente umani, mi sono rimaste mille ragioni di rammarico, per cose che avrei voluto fare e che non sono riuscita a fare, soprattutto un profondo ripensamento dell’impianto formativo dell’associazione. Questi però sono pensieri passeggeri: lo spirito con cui ho cercato di vivere il mio incarico è stato quello del servizio, e anche quello della fede, che porta a dire in maniera profonda, dentro di sé, che quando abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, siamo servi inutili. Tenere il Vangelo davanti a sé come unica luce della propria vita dà una grande libertà, e una grande pace.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

Da Napolitano per dire il nostro impegno

mercoledì 2 aprile 2008

di Simone Esposito

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto al Quirinale la Presidenza nazionale dell’Ac. Ma a colloquio con il Capo dello Stato non c’erano soltanto Luigi Alici, l’assistente generale mons. Sigalini e tutti gli altri responsabili. C’era tutta l’associazione, raccontata a Napolitano attraverso le sue tante attività, l’impegno educativo, la formazione al bene comune e alla cittadinanza, l’attenzione ai più poveri. C’era tutta la storia dell’Ac, che ha contribuito significativamente alla storia dell’Italia, qualche volta anche con il sangue dei martiri (come Aldo Moro e Vittorio Bachelet), e la voglia di mettersi in gioco ancora oggi per il Paese, come scritto nel Manifesto del settembre scorso che è stato consegnato da Alici nelle mani del Presidente. C’era la nostra volontà di essere “cittadini degni del Vangelo”, come ribadito nel documento per le elezioni politiche 2008 appena pubblicato dalla Presidenza nazionale.

Il Capo dello Stato ha ascoltato con attenzione, ha dialogato con i responsabili, ha apprezzato la presenza dell’Ac sul territorio, il suo lavoro pedagogico, soprattutto la sua vocazione al dialogo, a lavorare per l’unità della comunità civile. Il “grazie” di Napolitano ci carica ancora di più di una grande responsabilità: c’è un Paese che ha bisogno di un’Azione Cattolica capace di proporre, di animare, di costruire. Non dobbiamo tirarci indietro, mai.

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