Non abbiate paura!
di Fabio Zavattaro
Pochi giorni fa abbiamo ricordato quel 2 aprile di tre anni fa che ha segnato la conclusione terrena della vita di Giovanni Paolo II. Abbiamo ricordato con il silenzio e la commozione il suo passaggio di vita in vita. Nella preghiera abbiamo rivisto le immagini di un pontificato che per quasi 27 anni ha accompagnato la Chiesa, il mondo. A partire da quelle parole pronunciate in quel lontano ottobre 1978: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo […] aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”.
Quante volte abbiamo ascoltato, letto, citato questa frase di Papa Wojtyla, parole pronunciate proprio all’inizio del suo pontificato, nella celebrazione in Piazza San Pietro. Parole di speranza che il Papa “venuto da un paese lontano” pronunciava con un vigore e con una determinazione che hanno subito attirato l’attenzione. La frase così proseguiva: “Oggi, così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.
Proprio quelle parole sono state il sigillo del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, quel suo essere pellegrino sulle strade del mondo per portare il messaggio di amore, di pace, di riconciliazione. È proprio alla luce di queste parole che si devono leggere gli anni wojtyliani, con una prima preoccupazione, le Chiese del silenzio che oltre la cosiddetta “cortina di ferro” vivevano nelle privazioni e nel dolore: vescovi e sacerdoti arrestati, uccisi; fedeli perseguitati, chiese chiuse e trasformate in cinema e magazzini. Al di qua della “cortina di ferro”, l’Occidente scopriva nuove parole per definire la situazione della Chiesa nei luoghi della libertà di culto: relativismo, secolarismo, indifferentismo.
Giovanni Paolo II è eletto dai cardinali, primo Papa straniero dopo secoli di pontificati italiani, con il compito difficile di dare uno scossone alla fede tiepida; ma anche di riportare in primo piano non solo le Chiese dell’Est europeo, ma anche quelle del Sud del mondo. Nell’agenda del suo pontificato Karol Wojtyla mette alcune sfide: la vita, la povertà, la pace, il dialogo, la libertà religiosa, la donna. Sfide che porterà nelle più lontane latitudini.
Così se la vita è il dono più prezioso, la sua difesa dal concepimento fino alla sua conclusione naturale diviene messaggio, costante attenzione. Come non difendere con altrettanto vigore la famiglia, che oggi è minacciata, dice Giovanni Paolo II, da fattori sociali e culturali che fanno pressione su di essa rendendone difficile la stabilità; ma in alcuni Paesi essa è minacciata anche da una legislazione, che ne intacca – talvolta anche direttamente – la struttura naturale, la quale è e può essere esclusivamente quella di una unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio. Ecco allora l’invito ai politici a non promuovere leggi contrarie al ruolo di primo piano della famiglia, cellula fondamentale della società, prima scuola di vita e di libertà.
Povertà, fame nel mondo, sono, poi, ferite che lacerano: sono centinaia di milioni gli esseri umani che soffrono gravemente di denutrizione, e ogni anno milioni di bambini muoiono per la fame o per le sue conseguenze. Le grandi organizzazioni internazionali si sono poste come obiettivo di ridurre almeno l’emergenza. C’è una rinnovata presa di coscienza da parte dei governi. Ma tutto questo non basta. Papa Wojtyla vola in Africa, il continente dove più difficile è la situazione, dove i Paesi poveri investo gran parte del loro denaro in armamenti trascurando le necessità più elementari della popolazione; dove scoppiano guerre fratricide; dove proprio la fame e la mancanza di medicine rischia di non dare un futuro a molte nazioni. Il grido di Papa Wojtyla è destinato a tutti, a quel 20 per cento della popolazione che consuma, e spreca, l’80 per cento delle risorse del pianeta; a quell’80 per cento di uomini, donne e bambini che invece deve accontentarsi solo del 20 per cento dei beni; ai politici perché scelgano strategie nuove per favorire quella destinazione universale dei beni che è principio chiave della dottrina sociale della Chiesa.
Infine la pace. Papa Wojtyla è andato a perorarla in tutti gli angoli della terra dove il diritto della forza si è sostituito alla forza del diritto. Tante, troppe le guerre che il mondo conosce; molte quelle dimenticate. Il pensiero va al Medio Oriente, all’Africa, all’Asia, all’America Latina, in cui il ricorso alle armi e alla violenza, fomenta l’odio e accresce le cause di discordia, rendendo sempre più difficile la ricerca e il raggiungimento di soluzioni capaci di conciliare i legittimi interessi di tutte le parti coinvolte. E poi come non ricordare il fenomeno del terrorismo che, dopo l’11 settembre, è diventato non solo minaccia ma anche emergenza mondiale.
Possiamo dire che la pace mondiale sia stato un assillo costante di Giovanni Paolo II in tutti gli anni, quasi 27, del suo pontificato. Si è opposto alla guerra, ad ogni guerra, considerata la più grave violazione della dignità dell’uomo. È sorprendente, infatti, la determinazione, il coraggio, la tenacia con cui il Papa si è impegnato per la pace, movendosi con estrema libertà, senza calcoli politici o timore riverenziale nei confronti dei potenti. Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro per regolare i contenziosi fra le nazioni.
Tra le tante cose che la mente ricorda a tre anni dalla sua morte, c’è un’immagine che forse più di tutte vale la pena sottolineare, ed è il suo Angelus muto, quell’affacciarsi alla finestra su Piazza San Pietro per quello che sarebbe diventato il suo ultimo saluto. Alla mente sale l’immagine e quel suono confuso, indecifrabile che il microfono porta nella piazza. C’è chi ha parlato di un Papa che ostentava la sua sofferenza, la sua malattia. A noi sembra l’immagine di un Papa che ostentava la vita, da vivere sempre e in tutte le sue stagioni anche le più difficili e sofferte. Forse di un Papa chiamato il “globetrotter” di Dio, il grande viaggiatore, il nuovo Mosè, ciò che rimane di più è proprio il suo essere sempre vicino all’uomo, anche negli ultimi giorni di vita. Essere tenacemente il Papa che ha detto al mondo: “Non abbiate paura!”.