Nel rispetto dei diritti umani
di Fabio Zavattaro
Un successo di “pubbliche relazioni”. Così la rivista Time giudica la visita di Papa Benedetto negli Stati Uniti, viaggio non ancora concluso e che avrà nella visita a Ground zero il momento forse più commovente per l’America.
Ma Time non perde tempo, se aveva salutato Benedetto al suo arrivo dedicandogli la copertina e chiamandolo “il Papa americano”, oggi è il primo a fare sintesi dei tanti incontri avuti da Ratzinger sul suolo degli americano. E soprattutto, ecco i primi giudizi positivi sulle parole pronunciate a proposito dello scandalo dei preti pedofili, scoppiato a Boston sei anni fa. In aereo, mentre veniva negli Usa; poi ai vescovi americani e quindi durante la celebrazione a Washington. Ma anche quel gesto alla Nunziatura, quell’incontrare cinque vittime intrattenendosi ad ascoltare le loro storie e a pregare con loro. Parole e gesti che sono stati accolti con grande rispetto e con grande attenzione.
Ma indubbiamente la visita non è stata solo scandalo pedofilia. C’è stato l’incontro con il presidente Bush che ha evidenziato un certo feeling: dall’andare ad accogliere il Papa sotto la scaletta dell’aereo, mai un presidente americano aveva atteso al di fuori della Casa Bianca l’ospite in arrivo; alla festa in puro stile americano con i 21 colpi di cannone, la banda e i militari in divise storiche.
Ci sono stati gli incontri, a Washington e alla Sinagoga di New York, e il messaggio alla comunità ebraica in occasione della Pesah, la Pasqua ebraica. Ma c’è stato soprattutto il discorso al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. Discorso per dire: la promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le diseguaglianze tra i Paesi e i gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Per Benedetto XVI i diritti umani, in quanto basati sulla legge naturale e sulla uguaglianza degli uomini, sono universali, indivisibili ed interdipendenti; sono il substrato comune delle relazioni internazionali e la misura del bene comune, la loro promozione serve ad eliminare le disuguaglianze tra Paesi e gruppi sociali, tanto che le norme internazionali riconoscono ormai la “responsabilità di protezione” che grava sugli Stati, al punto da consentire interventi della comunità internazionale in caso di loro grave violazione.
È la terza visita di un Papa alle Nazioni Unite, prima di lui Paolo VI nel 1965, e Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995. Visita a 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e a 40 anni dall’assassinio a Memphis di Martin Luther King – il Papa ha incontrato a New York una delle figlie del reverendo.
Il Papa, professore e teologo, rivolge ai rappresentanti di 192 nazioni un discorso alto, nel quale ha riletto il ruolo dell’Onu, affermando che «nel contesto delle relazioni internazionali, è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana».
Parole che portano al principio della “responsabilità di proteggere”, e che Papa Wojtyla aveva tradotto con l’espressione “ingerenza umanitaria” in occasione della crisi nella ex Jugoslavia.