L’AC degli anni 2000
Intervista a Paola Bignardi.
Con lei non serve usare il cognome. Dici “Paola” e in AC, ancora oggi, intendi la Bignardi. Fenomeno curioso e privilegio raro. I suoi sono stati anni tumultuosi e affascinanti: il Giubileo, la fine, dolorosa ma piena di fede, del pontificato di Giovanni Paolo II, Loreto. Soprattutto, però, il rinnovamento.
Ricostruiamo il periodo della tua Presidenza.
Era l’inizio del 1999. Avevo appena terminato la mia esperienza di presidente diocesana e avevo chiara la situazione di fatica e di difficoltà dell’associazione nei suoi livelli di base. Sapevo anche quanto questa percezione di disagio fosse condivisa da tanti altri presidenti, con i quali nel corso degli ultimi anni era maturato un forte spirito di condivisione e una volontà nuova di andare avanti uniti, per affrontare insieme le difficoltà di una fase di cambiamento e per rendere di nuovo vivo il dono dell’AC, di cui eravamo sempre più persuasi.
La trama dei tuoi trienni è stata il rinnovamento.
Ero convinta che fosse necessario avviare un profondo processo in questo senso e che dovesse essere un fatto corale e condiviso; l’associazione, nei suoi organismi democratici, ne decise l’avvio fin dall’inizio del triennio.
Hai incontrato difficoltà?
Sì.
La più grande?
Soprattutto all’inizio, quella di aiutare tutta l’associazione a prendere coscienza della propria crisi e a pensare che essa era una provocazione dello Spirito per ritrovare il meglio di noi stessi. Per questo il rinnovamento dell’AC doveva consistere nell’aiutare l’AC a ritrovare la sua anima spirituale, forse a lavorare un po’ di meno nella pastorale, ma a vivere di più l’originale dono che essa costituiva e costituisce per la Chiesa e per il mondo.
Quante volte hai pensato: ora mollo?
Avevo accettato l’impegno a fare la presidente rispondendo ad una richiesta: non l’avevo né scelto né desiderato, e questo mi bastava a farmi sentire la responsabilità di non sottrarmi a ciò che l’associazione e la Chiesa mi chiedevano di vivere. Questo non significa che non ci siano stati momenti critici: la difficoltà di intuire la strada per cui camminare; la fatica di capirsi tra responsabili e di elaborare progetti condivisi; la fatica di convincere del valore dell’AC per la Chiesa, ma anche della positività della crisi che essa stava attraversando. Si tratta di difficoltà che hanno accompagnato tutto il cammino di quei sei anni e che si è fatta particolarmente acuta quando si è trattato di portare a conclusione alcune scelte che erano state effettuate: la revisione dello Statuto, la verifica dell’impianto formativo dell’associazione…
Come ha reagito l’AC a tutte le sollecitazioni?
L’associazione in genere ha colto le proposte di cambiamento come una risposta alle difficoltà che sperimentava. Era il segnale che l’AC voleva prendere in mano la propria situazione, che non si rassegnava ai segnali di stanchezza che l’attraversavano, che aveva l’energia per ripensarsi. Tutto questo ha generato fiducia e in alcuni momenti un vero entusiasmo, come in occasione del pellegrinaggio di Loreto e dell’incontro dell’AC con Giovanni Paolo II: un momento di grazia che le associazioni diocesane e tante persone di AC hanno vissuto come un vero dono di Dio.
Quanti rimpianti ti sono rimasti?
Se ragiono in termini puramente umani, mi sono rimaste mille ragioni di rammarico, per cose che avrei voluto fare e che non sono riuscita a fare, soprattutto un profondo ripensamento dell’impianto formativo dell’associazione. Questi però sono pensieri passeggeri: lo spirito con cui ho cercato di vivere il mio incarico è stato quello del servizio, e anche quello della fede, che porta a dire in maniera profonda, dentro di sé, che quando abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, siamo servi inutili. Tenere il Vangelo davanti a sé come unica luce della propria vita dà una grande libertà, e una grande pace.
140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali
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