Due diverse storie dall’Africa
7 aprile 1994: sui cieli d’Africa esplode l’aereo che riportava a casa il presidente del Ruanda, dopo una pacificazione costata quattro anni di lavoro. Pochi minuti e comincia la carneficina. Tutto era stato preparato anche con l’aiuto della voce martellante di una radio che incita all’odio e alla vendetta. In tre mesi si arriva quasi a un milioni di assassinati: tutsi in larghissima parte, ma anche non pochi hutu moderati e che si erano rifiutati di partecipare o anche solo di assistere al genocidio. Un milione di uccisi è moltissimo: lo è ancor più in un Paese di soli otto milioni di abitanti.
Il 4 luglio 1994 la strage cessa, ma inizia l’esodo verso infiniti campi profughi di quasi tre milioni di persone. Due milioni sono gli sfollati nel Paese: praticamente non c’è ruandese che non sia personalmente segnato dalla vicenda. Anche la chiesa ruandese non è stata immune dalla follia omicida e fratricida; allo stesso tempo, non sono mancati gesti di solidarietà tra sconosciuti di tribù diverse, e neppure matrimoni misti. Le “piccole sorelle” di Charlse di Foucauld sono rimaste anche nei mesi più terribili.
Si veda anche il film Hotel Rwuanda, che racconta in modo abbastanza fedele gli eventi. Ha scritto sul film Tullio Kezich ne “Il Corriere della Sera”: “Chissà perché gli orrori staliniani, l’Olocausto, gli infoibamenti o la strage di 937 mila Tutsi in Ruanda sono sempre stati consumati nel silenzio dei governi e nella distrazione della gente comune? Usa e alleati hanno promosso la crociata ancora in corso per distruggere in Iraq le ipotetiche e introvabili armi segrete, ma nel 1994 nessuno si mosse quando in un piccolo paese africano gli Hutu presero a sterminare la gente a colpi di machete“.
La seconda storia riguarda una vicenda di vita, e anche delle domande “eversive” che pone.
Tanzania del sud. In un villaggio immerso nella foresta tropicale nasce e si sviluppa al ritmo delle stagioni l’alternativa al petrolio e al nucleare. È curata da una comunità di suore vincenziane.
Nel Paese l’energia elettrica è una scommessa: frequenti e lunghi black-out che tormentano un insieme fragile di fili (non esiste una rete elettrica nazionale) anche per otto ore di seguito.
Le suore si sono consultate con un vivaista e hanno messo a coltura una pianta, la Jatropha curcas, capace di produrre 1.900 litri di olio, utilizzabili come biocarburante. È una resa quattro volte superiore a quella della soia, dieci volte maggiori di quella del mais. La pianta vive per quaranta anni, e può sopportare una siccità di due anni consecutivi. Bruciando, produce la stessa quantità di anidride carbonica che aveva assorbito durante la crescita, quindi l’emissione totale è zero.
Peccato che non richieda costose progettazioni, non consenta accentramento e controllo della produzione, non crei una casta di superesperti e monopolisti, non sia possibile oggetto di attentati terroristici, non crei concentrazione di addetti e relativo potere di gestire le assunzioni, non implichi gigantesche reti di distribuzioni, oleodotti, gasdotti, sorveglianza armata, guerre ed eserciti, comandanti in capo, esportazione di democrazia, santoni teocratici e kamikaze. Come dicono le suore “la coltiviamo in giardino”. Tutto qui.
A chi mai può interessare?
Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia