Don Tonino, altro che “poeta”
di Domenico Amato
Negli anni della mia permanenza romana, recandomi al mattino nell’ufficio di via della Conciliazione, incontravo nel bus un monsignore che, sapendo la mia provenienza molfettese, amava punzecchiarmi riguardo a mons. Bello; e a corto di argomenti concludeva immancabilmente: «il tuo vescovo è un poeta», detto nel tono che lasciava intendere che fosse solo un idealista, uno con la testa fra le nuvole.
Solo una lettura faziosa e superficiale del suo magistero e della sua azione pastorale, come molti ancora fanno, porta a soffermarsi ad alcuni slogan estrapolati e ritagliati dai suoi discorsi.
In realtà egli si sforzava di dare spessore culturale all’azione pastorale. In quest’ottica fin dal suo arrivo in diocesi sollecitò le parrocchie a dotarsi di centri culturali e sale di lettura. La questione culturale egli non la vedeva in alternativa alla pastorale ordinaria, ma nel suo cuore, quasi a dire che ogni scelta pastorale ha valore culturale.
Per mons. Bello non esisteva una divaricazione tra cultura e territorio, infatti la cultura era vista come animazione del territorio e il territorio come fonte di cultura. Per don Tonino risultava chiaro che, se prima era il territorio che viveva all’ombra del campanile, oggi è la parrocchia che deve drizzare le sue antenne nel cogliere le esigenze del territorio, il disagio giovanile, le povertà nascoste. E di conseguenza occorreva stabilire un intervento mirato, discreto ma evangelico nel contesto del quartiere, del tempo libero. L’ansia missionaria lo spingeva ad indicare mete fuori dal recinto protetto della parrocchia verso il mondo circostante, evitando una comunità autoreferenziale dove si sta bene da soli, evitando che la parrocchia diventasse solo un centro per l’amministrazione dei sacramenti, richiesti più per abitudine e tradizione che per consapevolezza.
La lettura della sua azione pastorale attraverso la sua connotazione culturale mette in evidenza come mons. Bello anticipa quella che poi sarà la stagione del progetto culturale. Forse egli lo avrebbe chiamato in altro modo, ma la sostanza rimane.
Del resto, la sua vasta cultura, letteraria e filosofica, oltre che teologica, lo portava a criticare quelle linee di pensiero che attraversavano la società degli anni ’70 e ’80 e che minavano alla base la sostanza delle relazioni umane, quella che sarebbe diventata la questione antropologica. Don Tonino con acribia mostrò e denunciò quei “maestri del pensiero” che contrastavano il Vangelo, e lo faceva quando parlava al popolo, ai giovani soprattutto, per metterlo in guardia da una fagocitazione che lo portasse ad adeguarsi alla mentalità del secolo. Egli fu critico in modo particolare con Heidegger e i suoi sentieri interrotti; con la filosofia del rizoma e del nomadismo di Gilles Deleuze; e con il pensiero debole di Vattimo.
Con i giovani fu critico nei confronti di autori come Milan Kundera e la sua leggerezza dell’essere; individuò subito anche il sincretismo di Koelo e il pericolo della New Age. Anche di cantautori come Battiato, che tanto infervoravano i giovani con canzoni che sembravano in linea con una ricerca del divino, basti qui ricordare la canzone E ti vengo a cercare, egli ne denunciò un intimismo che aveva poco o nulla di evangelico.
Negli incontri con i giovani egli non era mai tenero e attaccava quella cultura contemporanea che sviliva la robustezza del messaggio cristiano. In questo mostrò una finissima conoscenza della filosofia e della cultura contemporanea, cogliendone i pericoli per la vita cristiana e la società e non ebbe paura ad andare contro corrente. Altro che “poeta”.