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Archivio di aprile 2008

Eran 300 (mila)…

mercoledì 30 aprile 2008

Umberto Bossi è tranquillo sulla composizione del governo e, lasciando il gruppo del Carroccio a Montecitorio, dice: “Mi fido di Berlusconi, stavolta manterrà la parola. Ha voluto sposare la Lega e ora – aggiunge con il sorriso sul volto – deve eseguire gli ordini”.

Questa è l’ultima occasione: o si fanno le riforme o scoppia casino”. Lo ha detto il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi, conversando con i giornalisti nel cortile interno della Camera. “Abbiamo –aggiunge – 300 mila uomini, 300 mila martiri, pronti a battersi. E non scherziamo… mica siamo quattro gatti. Credete che avremmo difficoltà a trovare gli uomini? No, perché verrebbero giù anche dalle montagne”.

(Agi, 29/4/08)

Anche da quest’altra parte, nel cuore del Sud ribelle, ci sono trecentomila uomini con i fucili caldi che non aspettano altro che Bossi ci dica dove andarlo a prendere a lui e ai suoi sgherri padani”. Sul suo blog l’ex parlamentare indipendente di Prc Francesco Caruso, “oggi sovversivo a tempo pieno”, lancia la sfida al leader della Lega. “Visto che anche noi siamo pronti per gli scontri – dice – Bossi ci comunichi soltanto il luogo, il giorno e l’ora, non mancheremo e non ci faremo certo intimorire dai suoi fucili spuntati e dalle sue minacce inconcludenti”. Assicura Caruso: “Sapremo rispondere colpo su colpo ai padani che hanno sversato per decenni i loro veleni nelle nostre terre, che hanno sdrenato e saccheggiato per decenni il meridione in combutta con una classe politica locale parassitaria, che hanno rapito, saccheggiato e deportato intere generazioni di giovani meridionali per far diventare le loro braccia e i loro cervelli dei semplici ingranaggi al servizio delle loro fabbrichette. Le nostre sono truppe extraparlamentari, lui invece abbaia ma al massimo può schierare qualche truppa ministeriale”.

(Apcom, 29/4/08)

È l’ora dei laici

martedì 29 aprile 2008
di Franco Macchiavello*

Genova, diocesi così varia e così complessa, dove troviamo affascinanti borghi marinari e periferie ferite da irrazionali casermoni, campagne con vigneti di pregio e vicoli maleodoranti: questi sono i territori che stiamo imparando a conoscere, sempre attenti agli ambienti, alle persone, per portare loro non una pacca sulla spalla, ma la speranza che viene da Cristo risorto.
È per questo che l’Ac di Genova si è data due impegni essenziali:

  • essere capaci, negli ambiti propri di noi laici, quelli che ogni giorno frequentiamo e dove incontriamo altre persone, di offrire una testimonianza credibile, che parte da una spiritualità profonda propria di chi “pone lo sguardo fisso su Gesù”;
  • essere in mezzo alla gente per capire il mondo di oggi, sapendo cogliere le istanze che nascono dalle povertà odierne, causate da mancanza di affetti, dalla solitudine, dall’emarginazione, dalle difficoltà economiche. Essere in mezzo alla gente portatori della speranza cristiana fondata sulle certezze della fede.

La sfida da raccogliere, sia nelle comunità parrocchiali che nella società civile, è quella di diventare protagonisti, pronti ad assumere responsabilità, capaci di iniziativa e di valutazioni, perché non possiamo delegare ad altri ciò che ci compete, affinchè ci riconoscano dalle opere che compiamo, perseverando “nella pratica della fede sino alla fine”.

In questo contesto siamo consci delle sfide che deve affrontare la Chiesa oggi, ed in particolare la Chiesa genovese, ma siamo consapevoli altresì che questa è la nostra ora.
È l’ora dei laici, come ci ha sollecitato il Convegno Ecclesiale di Verona, chiedendo di rilanciare il nostro impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione.
Siamo in un mondo dove sempre più si assiste all’effetto “banalizzazione” che fa esaltare ciò che soddisfa e screditare ciò che è impegno, e dove, come ci è stato ricordato durante il convegno di Verona, “sempre più la vita è vissuta come realtà dell’io individuale, senza spazio per l’incontro con l’altro”.

Ma, per essere credibili al mondo, dobbiamo anche saper lavorare insieme senza pregiudizi tra noi, senza condizionamenti, rispettando i doni e i carismi di ognuno (persona, aggregazione, comunità) per la costruzione di quella “comunione ecclesiale” in cui il rispetto della dignità umana e dei diritti inviolabili di ogni persona, in tutte le fasi della vita, sono al primo posto.
Ci viene chiesto di non mascherarci, di essere noi stessi, consapevoli dei doni che il Signore ci ha fatto, e di cui a lui, e solo a lui, dobbiamo dare conto.
Con umiltà, consapevoli che ad ognuno di noi è stato donato un patrimonio, a chi uno a chi tre a chi cinque, ma non importa il quanto. L’importante è che facciamo fruttare ciò che abbiamo, non abbandonandoci al “io cosa posso fare, tanto non cambia niente”: abbiamo tanto da dire e tanto da fare in tutti i campi.

“Il bene comune – dice la Gaudium et spes – è l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”
Noi siamo chiamati a far sì che questo possa essere messo in pratica.
Siamo invitati ad assumere stili di vita attraverso i quali possiamo comunicare e costruire relazioni umane intense, profonde e curate sapendo essere capaci di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio offrendo gratuitamente ciò che ci è stato donato.

In questa prospettiva è centrale il ruolo della formazione, per questo intendiamo proporre cammini che aiutino ragazzi, giovani, adulti a crescere sempre più nella fede e sappiano assumere una personalità forte e critica; poi ognuno deciderà come utilizzare ciò che ha scoperto, chi verso i più piccoli, chi nell’ambito proprio di vita quotidiana (scuola, lavoro, tempo libero, sport, sociale), chi nell’assumere responsabilità civili.
C’è un futuro per l’Azione Cattolica. C’è un futuro che poggia, qui a Genova, su persone capaci di spendersi con generosità per la Chiesa.

*Presidente diocesano 2005-2008 ACI di Genova

Con fede, al servizio del bene comune

sabato 26 aprile 2008

Intervista a L. Alici (di M. Muolo)

«Un evento provvidenziale». In un’intervista al quotidiano Avvenire, Luigi Alici, presidente nazionale dell’Ac, così definisce la coincidenza tra le celebrazioni del 140° di fondazione e la XIII Assemblea nazionale della più antica tra le aggregazioni ecclesiali italiane. «Provvidenziale», spiega ormai quasi alla vigilia dell’appuntamento dei primi di maggio, «perché ci ha permesso di rileggere la nostra storia e di progettare il futuro. Ci consentirà inoltre di incontrare il Papa e di riscoprire quelle figure di santità che hanno accompagnato i 140 anni di vita associativa».

Qual è il punto focale della prossima Assemblea?

Molto viene spiegato dal tema, che ha davvero una valenza programmatica. Cittadini degni del Vangelo. Se poi lo si legge insieme con il sottotitolo, che è tratto dall’Apostolicam Actuositatem, e cioè «Ministri della sapienza cristiana per un mondo più umano», si ha chiara la percezione di quello che l’Associazione vuole fare. Ripensare la propria storia, per cercare nel tesoro del passato (comprese le testimonianze di santità) il proprio futuro».

Come giunge l’Azione cattolica a questa Assemblea?

Le assemblee diocesane hanno confermato la linea che confluirà nel documento assembleare. In primo luogo l’impegno a vivere la fedeltà alla propria storia e quindi anche a quella che solitamente si chiama la «scelta religiosa» come un doppio passo avanti. Da un lato promuovendo il primato della fede e la capacità di vivere la sequela del Signore in maniera integrale. Dall’altro non riducendo, ma anzi semmai aumentando la responsabilità dei laici nei confronti della storia e in favore del bene comune. Di qui due scelte strategiche per i prossimi anni: un impegno di evangelizzazione, soprattutto in quegli ambiti in cui è indispensabile attivare esperienze di ricerca e di riscoperta della fede; e uno spendersi, anche alla luce della dottrina sociale della Chiesa, per rimettere al centro della vita civile, sociale e anche politica quei valori irrinunciabili che precedono la dialettica democratica.

Se ne parla anche nel vostro «Manifesto al Paese».

Sì, questo è esattamente lo spirito del Manifesto che abbiamo consegnato il 2 aprile scorso anche al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricevendo il suo apprezzamento. Lì si è sottolineato come abbiamo scritto anche in un altro documento nell’imminenza delle elezioni – che il passaggio al sistema bipolare aumenta anziché ridurre la necessità di convenire su un paniere di beni irrinunciabili.

È dunque ancora valida per l’Ac la scelta religiosa?

Sì, ma forse dovremmo parlare di primato della fede e impegno per il bene comune. L’Ac vuole mettersi in un atteggiamento di contemplazione che la purifichi e la faccia convenire sull’essenziale. Da questa purificazione dell’incontro con il Signore deriva certamente anche una purificazione dello sguardo nei confronti dell’impegno sociale e politico. In particolare la promozione del bene comune non è qualcosa che si aggiunge alla scelta religiosa, ma ne è parte integrante.

Lei accennava prima alle figure di santità che hanno accompagnato i 140 anni di vita associativa. Quale eredità deriva dal loro esempio?

È uno degli aspetti cui teniamo maggiormente. Queste figure accompagneranno il grande incontro del 4 maggio in piazza San Pietro con Benedetto XVI. I sei santi, i venti beati e circa una ventina di venerabili legati all’Ac saranno idealmente presenti in quella occasione, rappresentando in un certo senso l’onda lunga di santità che consente all’associazione di guardare avanti. Inoltre, poiché sono imminenti alcune beatificazioni importanti, l’itinerario di riscoperta non si fermerà qui.

In che senso?

Il 140° della fondazione rappresenta certamente un punto di arrivo, ma anche un nuovo punto di partenza, poiché aprirà un anno straordinario dedicato alla santità, che ci auguriamo possa essere illuminato da altri riconoscimenti ufficiali della santità da parte della Chiesa.

Si può già tentare un bilancio di questo importante anniversario?

Sì, e penso che sia positivo. Nelle associazioni diocesane sono stati organizzati alcuni eventi pubblici di grande partecipazione popolare. Le due iniziative nazionali che si sono svolte rispettivamente a Castel San Pietro sulla scelta religiosa e a Viterbo sull’importanza degli archivi diocesani hanno poi prodotto un effetto a cascata anche a livello locale. Ad esempio in molte associazioni diocesane si sta procedendo a un riordino degli archivi diocesani dell’Ac e questo è certamente un elemento positivo. Altro dato da sottolineare è la realizzazione di un videodocumentario di 80 minuti sui 140 di storia dell’Ac, che verrà distribuito nei prossimi giorni e che auspichiamo possa essere oggetto di trasmissioni televisive. Si tratta di un video che contiene filmati anche inediti e che sussidierà ulteriormente l’attenzione storica, tanto utile in un’epoca schiacciata sul presente, come la nostra.

L’Ac si sta preparando anche all’incontro con Benedetto XVI. Qual è il legame che lega l’Associazione al Papa e ai vescovi?

L’Azione cattolica ha nel suo stesso dna, dunque fin dalla nascita, un legame speciale con il Successore di Pietro. Legame che verrà rafforzato dall’incontro del 4 maggio, che tutti noi attendiamo con grande gioia, per essere confermati nella fede. Allo stesso tempo, nel corso di questi 140 anni, l’Ac ha trovato nella dedicazione alla Chiesa particolare la sua vocazione più specifica. E quindi anche per il futuro siamo chiamati a tenere insieme dimensione universale e locale.

Il tempo della speranza

sabato 26 aprile 2008
di Liliana Falcone*

È stato il termine Speranza a segnare, in questo triennio, il cammino dell’Associazione nella diocesi di Brindisi-Ostuni. È in quest’ottica che abbiamo affrontato tre nodi decisivi: formazione, laicità e unitarietà.

Per quanto riguarda la formazione, abbiamo messo al primo posto quella destinata al Consiglio diocesano, ai Consigli parrocchiali e a tutti i responsabili.
Le scuole associative e i campi unitari, hanno avuto come temi: l’approfondimento del Concilio e delle quattro Costituzioni, i compiti del consiglio parrocchiale, il Progetto formativo e le Linee guida per gli itinerari formativi.
Le scuole specifiche dell’ACR invece hanno aiutato gli educatori ad acquisire competenze specifiche nella programmazione ed attuazione dei cammini propri.
Ci siamo preparati al Convegno di Verona riflettendo sui cinque ambiti individuati, soffermandoci specialmente su quello del lavoro, cui abbiamo dedicato la prima Assemblea Diocesana, preceduta da una seria riflessione nelle associazioni parrocchiali.
Gli esercizi spirituali per Settore sono stati la base di ogni proposta formativa.

Le tante e qualificate proposte di formazione, però, sono state poco partecipate; questa constatazione ci ha fatto essere ancora più convinti che la formazione debba essere sempre più al centro del cammino dell’Ac.
Sono, infine, necessari la conoscenza e l’approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa per formare coscienze mature, che sentano e accolgano la chiamata alla partecipazione e siano capaci di discernere il bene da perseguire per essere presenza cristianamente costruttiva nella società.

Il tema della laicità, invece, è stato approfondito facendo memoria dei 40 anni del Concilio, con l’obiettivo di far acquisire o rinfrescare la consapevolezza della responsabilità che viene dal battesimo e che chiama a servire non soltanto nella Chiesa ma soprattutto nella società.
Nella Chiesa, da laici di Ac, mettiamo a disposizione: i nostri carismi, l’impegno all’incremento della comunione ecclesiale, la condivisione pastorale, nella fedeltà alla nostra vocazione laicale e nel più rigoroso rispetto dei ruoli.

Nel territorio in cui viviamo siamo chiamati a costruire la civiltà dell’amore, leggendo la sfida educativa che il mondo ci lancia e che va accolta mettendo al centro la persona.
Questo richiede di educare: ad una retta concezione di Amore, quella del dono e non del diritto; a saper coniugare i diritti con i doveri; alla fedeltà, alla lealtà ed alla responsabilità; al rispetto dell’altro, accogliendo le differenze come risorse ed infine a saper dialogare.
Va rimessa al centro dell’opera educativa la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna.
Va costruita e diffusa una cultura della vita, che ne apprezzi il valore, che ne custodisca, garantisca e promuova l’esistenza in ogni età ed in ogni condizione.
Vanno riproposti ed esercitati la legalità, la sobrietà, la condivisione dei beni e, quando occorre, il sacrificio, vocabolo scomparso da ogni linguaggio.
Va promosso e perseguito uno sviluppo economico che, salvaguardando la dignità di ogni persona, vada oltre il soddisfacimento dei bisogni immediati e assicuri benessere, non solo economico, nel futuro.
È urgente educare all’amore per la politica ed accogliere l’invito di Benedetto XVI a Verona: “Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un ordine giusto nella società è dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo”.

Per quanto riguarda l’unitarietà siamo consapevoli che si tratta di un aspetto importante, ma anche di una prova quotidiana per l’Associazione, in quanto troppo spesso c’è la tentazione di restare strettamente ancorati al Settore di appartenenza.
Eppure le iniziative unitarie, debitamente preparate, hanno dato risultati gratificanti. Le due feste unitarie in piazza, a Mesagne ed Ostuni, hanno riunito la famiglia associativa, sono state molto partecipate e gradite, ci hanno dato la possibilità di interagire con le istituzioni civiche e di essere presenza visibile nel territorio. E questo è accaduto anche con le iniziative per la pace che hanno coinvolto anche una buona parte di Adulti-Giovani, generalmente restie a farsi coinvolgere.

Possiamo, quindi, concludere affermando che formazione, laicità e unitarietà continuano a provocare il cammino associativo, e saranno ancora presenti nella futura programmazione per un’Ac viva e testimone dell’amore del Signore Gesù, desiderosa di spendersi per trasformare questo tempo in tempo illuminato dalla Speranza del Risorto.

* Presidente diocesano ACI di Brindisi – Ostuni

Sulla cattiva strada…

giovedì 24 aprile 2008

Il portiere di un palazzo in una zona centrale di Roma, Porta Pia, è morto precipitando dal terrazzo mentre stava facendo le sue pulizie. Il suo cadavere è rimasto per un certo tempo sull’asfalto, ignorato dai passanti; qualcuno, secondo dei testimoni, lo ha addirittura scavalcato. Lo ha raccontato un gioielliere che ha il negozio davanti al palazzo in via Nomentana dove è avvenuto l’incidente mortale sul lavoro.

“Sono stato il primo ad intervenire, ma la situazione era disperata, non ho potuto fare nulla. Ciò che mi ha sconvolto però è stato l’atteggiamento delle persone, molti non si sono fermati e addirittura c’è stato chi ha scavalcato il corpo senza neanche guardare”, ha detto il gioielliere, che ha fornito soltanto il suo nome, Paolo.

(repubblica.it, 23 aprile 2008)

Don Tonino, altro che “poeta”

martedì 22 aprile 2008

di Domenico Amato

Negli anni della mia permanenza romana, recandomi al mattino nell’ufficio di via della Conciliazione, incontravo nel bus un monsignore che, sapendo la mia provenienza molfettese, amava punzecchiarmi riguardo a mons. Bello; e a corto di argomenti concludeva immancabilmente: «il tuo vescovo è un poeta», detto nel tono che lasciava intendere che fosse solo un idealista, uno con la testa fra le nuvole.

Solo una lettura faziosa e superficiale del suo magistero e della sua azione pastorale, come molti ancora fanno, porta a soffermarsi ad alcuni slogan estrapolati e ritagliati dai suoi discorsi.

In realtà egli si sforzava di dare spessore culturale all’azione pastorale. In quest’ottica fin dal suo arrivo in diocesi sollecitò le parrocchie a dotarsi di centri culturali e sale di lettura. La questione culturale egli non la vedeva in alternativa alla pastorale ordinaria, ma nel suo cuore, quasi a dire che ogni scelta pastorale ha valore culturale.

Per mons. Bello non esisteva una divaricazione tra cultura e territorio, infatti la cultura era vista come animazione del territorio e il territorio come fonte di cultura. Per don Tonino risultava chiaro che, se prima era il territorio che viveva all’ombra del campanile, oggi è la parrocchia che deve drizzare le sue antenne nel cogliere le esigenze del territorio, il disagio giovanile, le povertà nascoste. E di conseguenza occorreva stabilire un intervento mirato, discreto ma evangelico nel contesto del quartiere, del tempo libero. L’ansia missionaria lo spingeva ad indicare mete fuori dal recinto protetto della parrocchia verso il mondo circostante, evitando una comunità autoreferenziale dove si sta bene da soli, evitando che la parrocchia diventasse solo un centro per l’amministrazione dei sacramenti, richiesti più per abitudine e tradizione che per consapevolezza.

La lettura della sua azione pastorale attraverso la sua connotazione culturale mette in evidenza come mons. Bello anticipa quella che poi sarà la stagione del progetto culturale. Forse egli lo avrebbe chiamato in altro modo, ma la sostanza rimane.

Del resto, la sua vasta cultura, letteraria e filosofica, oltre che teologica, lo portava a criticare quelle linee di pensiero che attraversavano la società degli anni ’70 e ’80 e che minavano alla base la sostanza delle relazioni umane, quella che sarebbe diventata la questione antropologica. Don Tonino con acribia mostrò e denunciò quei “maestri del pensiero” che contrastavano il Vangelo, e lo faceva quando parlava al popolo, ai giovani soprattutto, per metterlo in guardia da una fagocitazione che lo portasse ad adeguarsi alla mentalità del secolo. Egli fu critico in modo particolare con Heidegger e i suoi sentieri interrotti; con la filosofia del rizoma e del nomadismo di Gilles Deleuze; e con il pensiero debole di Vattimo.

Con i giovani fu critico nei confronti di autori come Milan Kundera e la sua leggerezza dell’essere; individuò subito anche il sincretismo di Koelo e il pericolo della New Age. Anche di cantautori come Battiato, che tanto infervoravano i giovani con canzoni che sembravano in linea con una ricerca del divino, basti qui ricordare la canzone E ti vengo a cercare, egli ne denunciò un intimismo che aveva poco o nulla di evangelico.

Negli incontri con i giovani egli non era mai tenero e attaccava quella cultura contemporanea che sviliva la robustezza del messaggio cristiano. In questo mostrò una finissima conoscenza della filosofia e della cultura contemporanea, cogliendone i pericoli per la vita cristiana e la società e non ebbe paura ad andare contro corrente. Altro che “poeta”.

Nel rispetto dei diritti umani

sabato 19 aprile 2008

di Fabio Zavattaro

Un successo di “pubbliche relazioni”. Così la rivista Time giudica la visita di Papa Benedetto negli Stati Uniti, viaggio non ancora concluso e che avrà nella visita a Ground zero il momento forse più commovente per l’America.

Ma Time non perde tempo, se aveva salutato Benedetto al suo arrivo dedicandogli la copertina e chiamandolo “il Papa americano”, oggi è il primo a fare sintesi dei tanti incontri avuti da Ratzinger sul suolo degli americano. E soprattutto, ecco i primi giudizi positivi sulle parole pronunciate a proposito dello scandalo dei preti pedofili, scoppiato a Boston sei anni fa. In aereo, mentre veniva negli Usa; poi ai vescovi americani e quindi durante la celebrazione a Washington. Ma anche quel gesto alla Nunziatura, quell’incontrare cinque vittime intrattenendosi ad ascoltare le loro storie e a pregare con loro. Parole e gesti che sono stati accolti con grande rispetto e con grande attenzione.

Ma indubbiamente la visita non è stata solo scandalo pedofilia. C’è stato l’incontro con il presidente Bush che ha evidenziato un certo feeling: dall’andare ad accogliere il Papa sotto la scaletta dell’aereo, mai un presidente americano aveva atteso al di fuori della Casa Bianca l’ospite in arrivo; alla festa in puro stile americano con i 21 colpi di cannone, la banda e i militari in divise storiche.

Ci sono stati gli incontri, a Washington e alla Sinagoga di New York, e il messaggio alla comunità ebraica in occasione della Pesah, la Pasqua ebraica. Ma c’è stato soprattutto il discorso al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. Discorso per dire: la promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le diseguaglianze tra i Paesi e i gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Per Benedetto XVI i diritti umani, in quanto basati sulla legge naturale e sulla uguaglianza degli uomini, sono universali, indivisibili ed interdipendenti; sono il substrato comune delle relazioni internazionali e la misura del bene comune, la loro promozione serve ad eliminare le disuguaglianze tra Paesi e gruppi sociali, tanto che le norme internazionali riconoscono ormai la “responsabilità di protezione” che grava sugli Stati, al punto da consentire interventi della comunità internazionale in caso di loro grave violazione.

È la terza visita di un Papa alle Nazioni Unite, prima di lui Paolo VI nel 1965, e Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995. Visita a 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e a 40 anni dall’assassinio a Memphis di Martin Luther King – il Papa ha incontrato a New York una delle figlie del reverendo.

Il Papa, professore e teologo, rivolge ai rappresentanti di 192 nazioni un discorso alto, nel quale ha riletto il ruolo dell’Onu, affermando che «nel contesto delle relazioni internazionali, è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana».

Parole che portano al principio della “responsabilità di proteggere”, e che Papa Wojtyla aveva tradotto con l’espressione “ingerenza umanitaria” in occasione della crisi nella ex Jugoslavia.

Avanti, insieme

sabato 19 aprile 2008
di Gianni Borsa

Intervista con Luigi Alici

Il professor Alici è sereno. Ascolta, riflette, parla adagio. Per la rivista associativa trova volentieri il tempo di fermarsi e fare il punto della situazione. L’Ac sta vivendo tre momenti fondamentali: le celebrazioni per i 140 anni di fondazione, l’Assemblea triennale e l’atteso incontro con Benedetto XVI in piazza San Pietro.

Tre anni alla guida della maggiore associazione cattolica del paese, in un periodo di rinnovamento interno e di trasformazioni profonde della società italiana. Temi che certamente affronterà nella relazione all’Assemblea di maggio. Anticipiamo un suo primo “bilancio” per i lettori?

Mi pare di dover registrare un bilancio positivo: l’associazione ha cercato di mettere a frutto le intuizioni del triennio precedente, soprattutto sul versante formativo: basti ricordare i nuovi itinerari e l’attivazione del Laboratorio nazionale della formazione. Sono stati sviluppati nuovi “fuochi” di attenzione, come l’area “Famiglia&Vita”, e il Centro studi, che hanno promosso importanti seminari di approfondimento, insieme ai consigli scientifici degli istituti. Ma non vorrei fare una “lista della spesa”; forse il risultato più importante può essere espresso con due avverbi: avanti, insieme. L’associazione è profondamente unita e guarda avanti con fiducia.

Il presidente di Ac si deve dividere tra mille impegni associativi, che si aggiungono a quelli familiari, professionali, sociali di ogni laico. Basti pensare all’attività del centro nazionale, ai settori e ai movimenti, ma anche agli istituti, alla stampa. E, soprattutto, è richiesto in tantissime parrocchie e diocesi. Da dove sono giunte a Luigi Alici le principali soddisfazioni? Da dove le eventuali difficoltà?

Sicuramente il contatto con la gente è una ricompensa straordinaria e immeritata, a fronte di una grande complessità di impegni. Dietro il contatto visibile, poi, ho sempre avvertito una rete invisibile, da cui mi sono sentito costantemente accompagnato e sostenuto. Vorrei trovare le parole per poter descrivere questa forza misteriosa della preghiera, che ho toccato con mano, giorno dopo giorno. Alcune delle difficoltà nascono invece, soprattutto a livello nazionale, dall’intreccio fra la gestione delle questioni correnti e l’individuazione di obiettivi strategici di lungo periodo. Questi due aspetti dovranno essere tenuti sempre più distinti, e per questo c’è bisogno di collaboratori formati, competenti e disponibili, che sappiano anteporre il bene dell’associazione alle proprie visioni personali.

In questi anni lei ha girato l’Italia in lungo e in largo proprio per condividere coi soci la “scommessa dell’Ac”. Ha incontrato decine e decine di associazioni diocesane, dalle Alpi al Mediterraneo… Qual è, a suo avviso, lo stato di salute dell’Azione cattolica?

Nel suo complesso l’organismo associativo è in buona salute, anche se si registrano differenze, a seconda della collocazione geografica e del radicamento nella Chiesa locale. In ogni caso, solo associazioni che vivono una forte e convinta unitarietà, in senso orizzontale e verticale, possono servire in modo fedele e vivo la Chiesa diocesana, aiutandola ad aprirsi concretamente al territorio. Isolarsi è sempre un po’ morire. L’autonomia di cui le associazioni hanno bisogno non può essere mai guadagnata a scapito di una profonda identità associativa; coltivare in modo intelligente e metodico questo legame vitale con la storia e il cammino di tutta l’associazione aiuta a maturare una vera soggettività progettuale, cioè la capacità di sperimentare e condividere forme nuove di annuncio del Vangelo e di testimonianza di vita cristiana.

Se dovesse citare un impegno programmatico coronato da successo durante la sua presidenza, quale citerebbe? E, invece, una iniziativa o un proposito rimasto a metà strada o addirittura fallimentare?

Non vorrei indicare iniziative concrete, ma soprattutto un clima, un’atmosfera spirituale, una voglia di servizio, in spirito di concordia e di comunione. Tale obiettivo mi pare centrato. Accanto a questo, poi, credo che la celebrazione del 140° stia dando i frutti sperati: i due convegni di Castel San Pietro e Viterbo, con tutte le iniziative collaterali (a cominciare dal Manifesto al Paese) sono stati accolti con entusiasmo, come occasioni per rileggere una storia di fedeltà e di santità, che merita di essere custodita e raccontata. L’incontro nazionale del 4 maggio coronerà degnamente tale cammino. Resta invece ancora aperta l’esigenza di avere un “nostro” polmone spirituale, un luogo simbolico dove possano essere collocate tutte le attività formative per responsabili. Un luogo dove s’impari a pregare insieme, a studiare insieme, a costruire insieme una reale dinamica di progettazione e sperimentazione. Insomma, un vero Laboratorio dello Spirito e della Formazione. Stiamo valutando una proposta importante in questa direzione. Chiedo a tutti una preghiera speciale proprio per questo.

In molti casi l’Ac si è impegnata nell’ultimo triennio in “buone battaglie” pubbliche, sul versante della famiglia, dell’educazione, della cultura, della dignità del lavoro, della formazione all’impegno nella realtà sociale e politica. È stato un modo di tradurre la “scelta religiosa” nel mutato contesto di inizio millennio?

Nella prossima Assemblea dovremo impegnarci ad attribuire contenuti nuovi e positivi all’espressione, in sé un po’ datata, di “scelta religiosa”. Quello che ci sta più a cuore è vivere una sequela integrale del Signore Risorto, come singoli e come associazione; se l’aderire a Lui e alla sua Parola diventa veramente ciò che più conta nella vita, da questo deve nascere un nuovo modo di stare dentro la storia, che tocca la responsabilità del laico cristiano in modo tutto particolare. Questa “traduzione” attiva e dinamica della “scelta religiosa” è ciò di cui oggi abbiamo soprattutto bisogno: il rapporto con noi stessi e con gli altri, con la vita e con l’amore, con il bene e con la libertà, debbono essere ridisegnati da cima a fondo. Per questo abbiamo bisogno di una vita spirituale libera e pulita, di pratiche di vita esemplari e riproducibili, ma anche di buoni argomenti con i quali abitare in modo critico la piazza del dibattito pubblico. A partire naturalmente dall’essenziale. Lo dico con le parole di Carlo Carretto, all’indomani della scelta che cambiò la sua vita: «La vera battaglia che non possiamo perdere è sempre quella della fede!».

A proposito di educazione. Su questo versante cresce l’attenzione della Chiesa italiana. Quale la posta in gioco? Quale il possibile e originale contributo dell’Ac?

È certamente positivo che nella comunità cristiana si faccia strada la consapevolezza di un impegno costante, assiduo, tenacemente feriale sul versante formativo. Questo esige di mettere a punto un ideale di formazione che sappia porre in equilibrio i fattori fondamentali della crescita umana e cristiana: i contenuti e lo stile del vangelo; gli aspetti cognitivi, affettivi e morali; la dimensione interiore e relazionale; le virtù teologali e le cardinali; l’accompagnamento educativo nel rispetto degli spazi di libertà e autonomia personale. Educare non significa propriamente né solo istruire, né socializzare e nemmeno catechizzare: significa aiutare a dare forma alla vita e a vivere insieme il mistero della crescita, sempre in bilico fra grazia e libertà. Tutte le risorse di cui l’Ac dispone dovranno essere spese senza riserve in quest’avventura.

L’Azione cattolica sta celebrando i suoi “100 e 40” anni di vita. Quale messaggio può giungere dalla storia associativa alla Chiesa italiana e al paese?

In quest’arco di tempo stiamo imparando a cercare nel passato il senso più profondo di quello che siamo stati e che, in futuro, possiamo diventare. I veri progetti nascono sempre tra memoria e gratitudine. In una società che appare sempre più povera di senso storico, che stenta a riconoscere il valore della gratuità e del dono nelle relazioni tra le persone, un’associazione che sappia far tesoro dei propri errori, che sappia coltivare e riproporre i propri tesori di santità e rilanciare le proprie intuizioni migliori, in modo popolare e democratico, è un dono e una risorsa per tutti.

Il 4 maggio l’Ac riempirà piazza San Pietro per un grande appuntamento con Benedetto XVI. Cosa si aspetta da questo incontro? Quale messaggio lancia ai soci di Ac in vista del “pellegrinaggio” alla sede di Pietro?

La tradizionale udienza che il Papa ha sempre concesso ai delegati si trasformerà quest’anno in un incontro con tutta l’associazione. È la prima volta che papa Benedetto affida il proprio messaggio all’Ac, per di più in una festa di compleanno carica di ricordi e di progetti. Chiediamo a tutti i soci di essere presenti, di invitare amici e persone vicine all’associazione. Ci presenteremo al successore di Pietro per essere confermati nella fede e celebrare, insieme al presidente dei vescovi italiani, l’onda lunga di una santità da cui vogliamo lasciarci letteralmente sollevare.

Un volto, una parola, un ricordo di questi tre anni rimasti indelebilmente dentro di lei e dai quali ripartirebbe…

Volti, tanti volti: un girotondo incredibile di volti. Generazioni e storie diverse, età e condizioni sociali diverse, tutte con lo sguardo fisso su di Lui. C’è forse qualcosa di meglio da cui ripartire?

(tratto da Segno 04/2008, p. 6-9)

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

Effetti collaterali

venerdì 18 aprile 2008

Dopo avere prestato servizio in Iraq e Afghanistan, circa 300.000 soldati americani soffrono di depressione o stress post-traumatico e circa 320.000 hanno riportato danni cerebrali. È quanto mette in luce lo studio pubblicato dalla società no-profit Rand.

“È stata rilevata una vera e propria crisi sanitaria. A meno che non ricevano cure appropriate ed efficaci per la loro situazione mentale, potrebbero avere conseguenze di lungo periodo”, ha detto Terri Tanielian, responsabile del progetto, uno studio di 500 pagine.

Il dipartimento della Difesa non ha ancora diffuso cifre ufficiali sullo stesso argomento, ma il dipartimento per i Veterani ha reso noto che, secondo gli studi effettuati, circa 120.000 soldati che hanno prestato servizio nelle due guerre e che hanno poi abbandonato l’Esercito soffrono di patologie mentali.

(Apcom, 17/4/08)

Ma pensa te: fare la guerra fa male alla salute! E chi l’avrebbe mai detto…

Fedeli al battesimo

venerdì 18 aprile 2008
di Anna Bosco*

La XIII Assemblea Diocesana dell’Ac di Altamura Gravina Acquaviva è stato un momento di grazia per raccontare ai nuovi amici le scelte che in questo triennio hanno orientato il nostro cammino, che è stato un percorso di ricerca, cui hanno partecipato tutte le associazioni parrocchiali, per far emergere ciò che per un laico di AC è davvero essenziale.
Per noi l’essenziale è essere fedeli al Battesimo ricevuto, è imparare insieme a raccontare la nostra storia personale con le parole del Vangelo, è cercare insieme una parola di speranza per noi e per gli uomini e le donne che cammino accanto a noi.

Verso questo obiettivo sono state orientate le nostre scelte associative.

La scelta della prossimità alle associazioni parrocchiali, cioè la continua e ampia visita a tutte le parrocchie della diocesi per esprimere concretamente la nostra vicinanza alle singole realtà, per conoscere meglio le persone di quella comunità, per farci conoscere dai parroci, per sperimentare nell’incontro con il presidente parrocchiale, o con uno dei responsabili dei gruppi, una forma di presenza, di accoglienza e il dono della reciproca amicizia.
La scelta della prossimità ha motivato anche l’organizzazione degli incontri di settore in ognuno dei sei paesi che formano la nostra lunga diocesi: un vero “tour associativo” che ci ha permesso di incontrare tutti i responsabili.

La scelta della diocesanità, invece, ha rappresentato la volontà di stringerci intorno al nostro Pastore per realizzare, insieme con tutta la Chiesa diocesana, il programma pastorale donatoci da Monsignor Mario Paciello, che ringraziamo di cuore per la sapiente lungimiranza degli orientamenti che ci ha proposto e per la sua costante affettuosa presenza ai nostri incontri associativi.

La scelta dell’essenzialità l’abbiamo perseguita aggiungendo solo poche attività a quelle diocesane e offrendo una proposta sistematica di un cammino settimanale di catechesi per tutti i gruppi associativi parrocchiali.

La scelta della relazionalità, cioè la priorità della persona rispetto al ruolo che riveste, vissuta nella costruzione di autentiche relazioni di amicizia. Una scelta che ci ha impegnati a proporre a ciascuno una bella esperienza di Azione Cattolica: una esperienza di fraternità, di solidarietà nelle varie vicende della vita, di vera familiarità.

Nella nostra assemblea ci siamo chiesti come diventare “Cittadini degni del Vangelo” ed abbiamo individuato tre tracce progettuali per il prossimo triennio.

Il primo impegno riguarda l’educazione delle nuove generazioni: educare i cittadini di domani, aprirli ai valori cristiani, fornire loro gli strumenti per sviluppare appieno tutte le dimensioni della propria persona.

Abbiamo poi individuato uno stile, quello della sinodalità, per vivere la scelta associativa: curare in modo prioritario i legami di comunione tra i soci e perseguire una piena unitarietà associativa sia a livello orizzontale (dentro ogni singola associazione, tra i vari settori) che verticale (fra il livello nazionale, regionale, diocesano, parrocchiale, ecc.).

Infine, la riflessione sulla questione antropologica: come “Cittadini degni del Vangelo”, vogliamo prenderci cura della persona umana in ogni condizione di vita, riprendendo e sviluppando ulteriormente i cinque ambiti posti al centro del Convegno di Verona (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza).

*Presidente diocesano ACI di Altamura Gravina Acquaviva

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