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Quanto vale una vita?

di Cristiano Nervegna

Nel vedere, per l’ennesima volta, i corpi di giovani lavoratori a terra, coperti da un lenzuolo bianco si fa fatica a non pensare a i tanti modi in cui tale evento si sarebbe potuto evitare. In questo, così come nei casi precedentemente commentati. Altrettanto naturale è rivolgere lo sguardo a quelle scarpe da lavoro e ai vestiti che spuntano da quelle stesse lenzuola, senza riuscire a scorgere alcun elemento di protezione individuale per un lavoro che, solo apparentemente, poteva sembrare sicuro.

Nonostante queste siano anche le ore in cui si cerca d’approvare, rallentati dalle solite corporazioni, la legge che dovrebbe raccogliere, in un testo unico, la pesante legislazione che insiste quasi inapplicata sulla sicurezza sui posti di lavoro, l’impatto emotivo per la morte di cinque operai a Molfetta, anche solo visivamente, ci porta a domande profonde. Quanto vale una vita, in questo mondo del lavoro? Quanto vale una vita, quando si tratta di “decidere” se deve nascere un bambino o morire una persona malata?

La vita, in fondo, è la stessa; l’attenzione che si deve al problema, anche. E allora le risposte non possono essere diverse e l’impegno per difendere tale valore non può presentare atteggiamenti discordanti. È su questo valore assoluto che c’interroghiamo tutti, ancora però con troppi distinguo; tante (inutili) precisazioni, in attesa di una risposta che convinca tutti.

E questo voler, per forza, spiegare tutto, cercare le cause e le conseguenze, le politiche e le pastorali, oggi c’impedisce di essere determinati sino in fondo nel dire che le famiglie che perdono un padre o una madre sul lavoro, un figlio non nato, un imprenditore ammazzato dall’ndrangheta, sono anche le nostre famiglie. Che quella vita spezzata è la nostra coerenza, con un lenzuolo sopra come l’indifferenza che ci deriva dal sapere tutto ma senza avere la capacità di ordinare i nostri pensieri e dire cosa viene prima e cosa dopo.

Nella Lettera agli Efesini, San Paolo ci ricorda:«Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente». Non è forse questa la soluzione?

Ci si può stancare di ricordare le cose a chi le sa già, e si perde in sfiancanti ragionamenti.

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    Dialoghi, la rivista: cover Dialoghi
  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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