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Il balsamo della carità

di Giulio Albanese

Ci sono delle parole che fanno decisamente bene all’anima. Proprio come nel caso di quelle contenute nel recente messaggio di Benedetto XVI in occasione della tradizionale benedizione “Urbi et Orbi”, il giorno di Pasqua. Un modo di comunicare efficace e diretto, quello espresso dal Pontefice, per rispondere alle istanze di un mondo che ha decisamente fame e sete di Dio.

Laddove la lettura teologica della Parola di Dio viene coniugata con gli accadimenti contemporanei, si genera quella sintesi tra Spirito e Vita che ogni credente dovrebbe interiorizzare col cuore e con la mente. «Quante volte le relazioni tra persona e persona, tra gruppo e gruppo, tra popolo e popolo invece che dall’amore», ha ricordato il Papa ai fedeli e pellegrini convenuti a Piazza San Pietro, «sono segnate dall’egoismo, dall’ingiustizia, dall’odio, dalla violenza!». Un’affermazione enunciata con tono esclamativo dal Santo Padre per evidenziare le «piaghe dell’umanità, aperte e doloranti in ogni angolo del pianeta, anche se spesso ignorate e talvolta volutamente nascoste; piaghe che straziano anime e corpi di innumerevoli nostri fratelli e sorelle».

Conflitti e divisioni che causano milioni di vittime: dalla Colombia alla Palestina, dal Darfur alla Somalia, dall’Iraq al Tibet, passando per l’Afghanistan… Per non parlare delle speculazioni di borsa, che determinano la fluttuazione imprevedibile dei mercati, unitamente alle politiche di svalutazione di questa o quella divisa. E cosa dire del “carovita” prodotto dall’innalzamento progressivo del prezzo del petrolio con effetti decisamente preoccupanti a tutte le latitudini per i Paesi consumatori? D’altronde, inutile nasconderselo, l’acuirsi delle tensioni nel cosiddetto “villaggio globale” viene ulteriormente esasperato dalla concentrazione di denaro nelle mani di pochi, una strategia fomentata dal potere ottuso di questa o quella oligarchia.

Non v’è dubbio che di fronte a tutta questa umanità dolente, l’unico vero antidoto è rappresentato dalla Carità evangelica, dalla solidarietà di quanti sulle orme e nel nome di Cristo, come ha indicato chiaramente Benedetto XVI, «pongono gesti d’amore, si impegnano fattivamente per la giustizia e spargono intorno a sé segni luminosi di speranza nei luoghi insanguinati dai conflitti e dovunque la dignità della persona umana continua ad essere vilipesa e conculcata. L’auspicio è che proprio là si moltiplichino le testimonianze di mitezza e di perdono!». Allora, proprio perché la cronaca contemporanea, alla luce della fede, è sempre e comunque “Storia di Salvezza”, dobbiamo davvero credere che Dio è capace di scrivere dritto sulle righe storte della nostra realtà umana, nella consapevolezza, come afferma l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani che «tutto concorre al bene per coloro che amano Dio» (8,28).

Da questo punto di vista è straordinariamente edificante la testimonianza di una schiera innumerevole di uomini e di donne – vescovi, sacerdoti, consacrati e laici – i quali hanno perduto la vita terrena nelle periferie del mondo perché non credevano nella vendetta o nella violenza. Qualcuno li ha definiti “martiri missionari”, altri più cautamente “missionari uccisi”, ma il loro sacrificio li rende comunque, parafrasando Giovanni Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente, «Militi ignoti della grande causa di Dio» (37). Lungi da ogni retorica, la vera Risurrezione passa inevitabilmente attraverso l’esperienza del Croce, quella che il sacrificio di Cristo ha reso gloriosa per l’uomo di ieri, di oggi e di sempre.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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