I primi anni ’80 in AC
Intervista al professore Alberto Monticone.
Quando ha assunto la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica, il paese si trovava a vivere l’emergenza del terrorismo: Vittorio Bachelet era appena stato assassinato. Quale contributo ha offerto l’associazione per ricostituire il tessuto sociale e culturale lacerato da questa “sfida”?
L’associazione ha cercato di operare per un’educazione alla cittadinanza. Proprio in quel torno di tempo, nel quale le spaccature e la violenza dovuta al terrorismo avevano profondamente diviso il Paese e anche reso difficile la partecipazione dei cittadini – non solo dei cristiani, ma di tutti i cittadini – ad una vita sociale serena, operosa, di sviluppo, l’Azione Cattolica si è messa sulla traccia del Concilio, per promuovere, all’interno di se stessa e quindi anche con riflessi esterni, un’educazione alla cittadinanza. Si è trattato di porre in primo piano il dovere del cristiano di essere un cittadino a pieno titolo a servizio del proprio Paese, seguendo l’esempio di Vittorio Bachelet.
Connesso con questo impegno si è sviluppato all’interno dell’associazione il tema dell’amicizia, dell’essere al fianco l’uno agli altri: uno stile che doveva ridondare in tutti gli ambienti, dai più giovani ai più anziani, ai gruppi dei ragazzi, dei giovani, degli adulti. Il tema dell’amicizia, insieme a quello della cittadinanza, poteva dare una mano a ritrovare un vivere civile, sereno e adatto a superare le difficoltà del momento.
Come l’associazione ha recepito le linee del pontificato di Giovanni Paolo II?
L’associazione è stata molto sollecitata da quel grande invito, che è stato espresso sin dall’inizio del suo pontificato da Giovanni Paolo II, di aprire le porte a Cristo: di spalancare tutte le porte, quelle della vita quotidiana, quelle della vita sociale, quelle della vita spirituale dentro la Chiesa, in modo da dare spazio. In questo l’associazione ha cercato di dare una risposta viva, gioiosa, con fiducia, con serenità, con entusiasmo.
Aprire le porte a Cristo agli inizi degli anni ’80 significava evidentemente conoscere meglio e mettersi in rapporto, non soltanto come persone singole ma proprio come associazione, come gruppi di associazione nelle varie età, con la figura di Cristo. Ed è a partire da questo che si è sviluppato il metodo della lettura della Parola, diffuso a seconda delle varie condizioni, di cultura, di età, di sensibilità. Metodo che poi la Chiesa italiana veniva proponendo con la Lectio Divina e che proprio in quegli anni si stava diffondendo. Mi pare che l’associazione abbia proprio adottato questo metodo fondamentale del Pontificato, cioè quello di fare entrare la Parola e la persona di Cristo dentro la vita comune.
L’Azione Cattolica stava uscendo da una stagione complessa, seguita al profondo rinnovamento conciliare: quale era lo “stato di salute” dell’associazione agli inizi degli anni Ottanta?
Era un buono stato di salute, perché l’associazione era stata guidata e sviluppata con il nuovo Statuto da Vittorio Bachelet e aveva, già con Vittorio Bachelet, superato il momento della difficoltà generata dalla crisi generale dall’associazionismo. L’associazione durante la Presidenza di Mario Agnes aveva poi proceduto proprio alla diffusione del Concilio, delle idee, dello stile, delle sollecitazioni offerte dal Concilio. Questo caratterizzava l’Azione Cattolica quando si è aperta la stagione della mia Presidenza.
All’inizio della mia Presidenza ho trovato anche alcune novità importanti.
Da un lato l’eredità del decalogo che Paolo VI aveva nel 1973 additato all’Azione Cattolica: il decalogo del laico cristiano, il laico di Azione Cattolica, che poteva essere modello per ogni ideale di laico cristiano. Dall’altro una forte e vivace attività dei ragazzi con la costituzione dell’ACR, che stava sviluppandosi con grande vigore: ecco era la stagione dei catechismi destinati ai ragazzi, la stagione della partenza o ri-partenza dell’associazione dalla base dei più piccoli, dei ragazzi.
Era quindi un buono stato: uno stato di sviluppo, di prospettive per l’avvenire anche attraverso le difficoltà che ci sono in ogni tempo.
Quali furono le scelte di fondo compiute durante la sua presidenza, per rilanciare il cammino associativo?
Le scelte di fondo ovviamente erano scelte collettive, erano scelte che venivano compiute sulla scorta di quanto le Presidenze precedenti avevano già iniziato e sviluppato.
La preoccupazione e lo sforzo di procedere sulla linea già aperta ha stimolato a fare molta attenzione alla figura del laico cristiano nella Chiesa e nella società: cioè alla doppia appartenenza del laico cristiano nella Chiesa secondo il Concilio e nella società sempre nell’ambito conciliare, con questa visione di interesse a ciò che accade nella storia del mondo.
In quegli anni si stava elaborando un particolare piano pastorale della Conferenza Episcopale Italiana: iniziato con “Evangelizzazione e promozione umana” nel 1976, stava proseguendo verso il secondo grande appuntamento della Chiesa italiana post-conciliare di Loreto del 1985: “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”.
La figura del laico cristiano e la sua doppia appartenenza, il suo doppio servizio, è stata fatta propria dall’associazione e dalle sue realtà locali; è diventata, direi, la preoccupazione centrale di quegli anni.
In un libro-intervista uscito nel 1986, significativamente intitolato “La bisaccia del pellegrino”, lei mise a fuoco i tratti essenziali della spiritualità dei laici, come elementi necessari alla loro vocazione e missione nel mondo: era ancora aperta la “questione” del laicato a venti anni dal Concilio?
Non parlerei di “questione” del laicato. Era aperta una grande sfida, ma anche una grande prospettiva per i laici cristiani, per il laicato cristiano: la sfida che veniva dalla secolarizzazione del mondo contemporaneo e da un certo declino della cristianità nella quale le Chiese, ma anche la stessa Azione Cattolica e l’associazionismo cattolico in generale, si erano trovati a vivere.
Andava cioè tramontando questo contesto di cristianità nel quale si era trattato di offrire un contributo di vivacizzazione delle radici cristiane.
Questo tramonto proponeva, attraverso la secolarizzazione, un nuovo modo di affrontare la questione del laicato: cioè qualche cosa che non aveva tanto a che fare con le responsabilità dei laici – la loro missione in riferimento alla missione del sacerdozio ministeriale o dell’istituzione Chiesa – quanto piuttosto una sfida proprio sul modo di essere cristiani nel mondo contemporaneo.
In questo senso c’era l’invito ad una semplificazione, ad un’essenzialità che però doveva diventare un elemento di grande forza: la capacità di essere presenti in ogni aspetto della vita contemporanea con il rigore, con la ricchezza e anche con la freschezza dei laici cristiani.
Quale bilancio si sentirebbe di tracciare, oggi, sull’esperienza vissuta alla guida dell’Azione Cattolica?
Se si guarda indietro a quanto è accaduto, a quale è stata l’esperienza di quella responsabilità, non si può che avere un sentimento di profonda gratitudine. Nel senso che essere alla guida dell’associazione ha significato per me, in quel particolare momento della sua storia, immergersi non solo in un fiume che trasportava le persone e trasportava anche me, ma piuttosto in una continua sorgente di vitalità. È stata una continua scoperta, anche con le difficoltà che si presentavano e che ci sono sempre nella vita di un organismo, ma una scoperta per cui la gratitudine è profonda verso l’associazione nel suo complesso e verso tutti quelli che in quella stagione avevano responsabilità o semplicemente facevano parte dell’associazione.
Un altro aspetto per il quale sono grato all’associazione è che proprio lo sviluppo dell’Azione Cattolica, nella scia del Concilio e nella ricchezza e varietà delle sue componenti agli inizi degli anni ’80, mi ha fatto capire meglio e amare di più la Chiesa così come essa è, la Chiesa universale e la Chiesa italiana, e le Chiese di ogni parte d’Italia nelle quali appunto l’associazione è presente e fortemente collegata ai pastori: capire meglio e amare questa Chiesa.
Nel contempo ho imparato a comprendere di più il senso di essere italiani, di essere cristiani in Italia; ho imparato ad amare il mio Paese, quel Paese che usciva dagli anni bui del terrorismo e che era capace di rinascere, e in questa rinascita vedeva fortemente coinvolto il laicato cristiano di Azione Cattolica.
Questo rapporto con la Chiesa e con la Chiesa locale da un lato, e con l’Italia proiettata verso un umanesimo europeo, è stato il bagaglio che ho ricevuto negli anni della mia Presidenza.
140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali
- I primi anni ’80 in AC. Intervista a Alberto Monticone di Paolo Trionfini, 20 marzo 2008
- L’AC alla fine degli annni ’80. Intervista a Raffele Cananzi di Vittoria Prisciandaro, 22 febbraio 2008
- L’AC degli anni ’90. Intervista a Giuseppe Gervasio di Pierluigi Vito, 08 febbraio 2008