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“Ritornate a me con tutto il cuore”

di Ugo Ughi

È l’invito pressante, che apre il tempo di grazia della Quaresima: bisogna tornare, perché ci si è smarriti. Si sono prese le distanze da Dio buono e misericordioso, per costruirsi un progetto di vita “in proprio” senza reale riferimento a Lui, trascurando di fare del Vangelo il criterio ultimo di pensieri, decisioni, scelte, e considerando le beatitudini uno splendido programma di vita … per altri, quasi che a noi, a motivo dell’ambiente sociale e culturale e per gli impegni che si hanno, non sia consentito essere uomini e donne delle beatitudini.

La conversione del cuore e della vita è il dono dell’amore misericordioso di Dio per questo tempo di quaresima. «Non è il cristiano a garantirla (la conversione). È Dio. Egli stesso se ne assume la responsabilità. In questo senso, ci viene offerta una semplice prova: crediamo in Dio? Possiamo affermarlo, ma soltanto se crediamo pure nel risveglio dell’uomo alla conversione. E inversamente: crediamo nella trasformazione dell’uomo attraverso la conversione? Certo, ma solo se crediamo in Dio» (K. Barth). Perciò con il salmista preghiamo:

«Crea in me, o Dio, un cuore nuovo,
rinnova in me uno spirito saldo» (Sal 51, 12).
Con il profeta la risposta: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36, 26).

La Quaresima allora non equivale in primo luogo a sforzo, fatica, rinuncia, ma è grazia, dono, gioia: è vangelo, lieta notizia per una vita bella e significativa.

Perciò, il digiuno! Non sembri una contraddizione. Il vero digiuno rifiuta l’aspetto triste e malinconico ed esige un’aria serena e profumata (cfr. Mt 6, 16-18). Digiuno, pienezza, gioia camminano insieme.

Chi non sa digiunare, chi non sa fare rinunce, chi non punta all’essenziale e ad un solido centro unificante, non sa apprezzare e godere la vita. Digiuno, infatti, significa essenzialità, radicalità, libertà, disponibilità, condivisione; perciò gioia. L’insaziabile, tutto proteso al possesso e all’accumulo, non sarà mai contento, mai soddisfatto, perché, incapace di apprezzare la bellezza e la preziosità delle piccole cose di ogni giorno, non sarà mai libero e resterà chiuso in se stesso e nei propri, spesso meschini, interessi.

Guardiamo al figlio prodigo, la cui conversione è significata dal ritorno a casa. «Torna a casa a essere quello che è, spogliato dalle illusioni precoscienti e dal progetto del super-io. Torna a essere creatura, però con la coscienza di esserlo. Il padre non ha più nulla da dargli, se non i segni della sua identità, che è uno della casa, che è quello che è partito, che è morto e ora torna risuscitato» (A. Paoli).

Ma, quale digiuno? Certamente moderazione nel cibo: ci guadagnerebbe pure la salute; eviteremmo sprechi e daremmo ad altri qualche possibilità in più di sopravvivenza. E poi digiuno dalle troppe parole e dalle troppe immagini, spesso inutili, quando non dannose; dall’incontrollata rissosità; dalle troppe menzogne e dai troppi inganni; dalle illusioni, dalla presunzione, dall’arroganza, dall’egoismo; dal frastuono che stordisce e dall’eccesso di sollecitazioni che disorientano, confondono, mistificano, umiliano.

Scopo del digiuno è l’ascolto, l’accoglienza, la cura di relazioni riconciliate, il senso di responsabilità, la solidarietà, la condivisione del gusto di vivere. Digiuno, carità, libertà, progresso personale e sociale si richiamano e si sollecitano a vicenda (cfr. Is 58, 1-12).

La Quaresima ci aiuti «a mantenere desta la consapevolezza che l’essere cristiani si realizza sempre come un nuovo diventare cristiani: non è mai una storia conclusa che sta alle nostre spalle, ma un cammino che esige sempre un esercizio nuovo» (Benedetto XVI).

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