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Non è solo questione di redditi

di Mario Brutti

I dati resi noti dalla Banca d’Italia sulla sostanziale stabilità nel corso degli anni 2000 dei redditi da lavoro dipendente, cresciuti in termini reali di neppure l’1% in sei anni, mentre nello stesso periodo i redditi da lavoro autonomo sono aumentati del 14% circa, non fanno che certificare una situazione abbondantemente conosciuta.

Ciò non toglie che, trattandosi di dati di media, occorre esser prudenti nel fare di ogni erba un fascio, nel senso che nell’ambito del lavoro dipendente non mancano le situazioni di largo vantaggio, non sempre giustificate dalla qualità del lavoro svolto tanto nell’ambito pubblico quanto, pur se in minore entità, nell’ambito privato, così come nell’ambito del lavoro autonomo non mancano le situazioni di sofferenza reddituale, in particolare nel piccolo commercio e in molti mondi professionali caratterizzati da ampie sperequazioni oppure privi di particolari tutele (si pensi alle tante partite Iva assimilabili al lavoro dipendente).

Ne consegue che sarebbe improprio trarre pretesto da questi dati per alimentare una sorta di guerra tra poveri, dietro la quale continuano a prosperare le tante sacche di privilegio. Così come, in termini molto generali, non è che saremmo tutti più contenti se anche le categorie del lavoro autonomo avessero la stessa sorte in termini di crescita zero dei lavoratori dipendenti.

I punti sono, in realtà altri e più seri. Il primo riguarda il sistema fiscale: è ovvio che l’evasione è pressoché impossibile per i dipendenti, mentre è più facile e praticata tra gli autonomi, tuttavia va ricordato che i dati in questione concernono redditi alla luce del sole (se consideriamo il sommerso, i redditi degli autonomi sarebbero certamente superiori).

Se l’evasione si riduce, chi ne trae guadagno sono in primis le finanze pubbliche, come in parte sembra sia avvenuto con i “tesoretti”, e solo indirettamente i dipendenti (operai e/o impiegati), nel senso che le maggiori disponibilità possono consentire di ridurre il carico fiscale su queste categorie, non tanto con aliquote differenziate rispetto alle altre, ma dando un contenuto significativo e non poco più che simbolico come oggi ai diversi tipi di detrazione e di deduzione previsti (in concreto, si ridurrebbe il cosiddetto “cuneo fiscale”).

Possiamo, tuttavia, aggiungere che anche ridurre certe aree di spreco nella spesa pubblica consentirebbe di ottenere un migliore risultato in termini di equità fiscale nei confronti dei redditi dei dipendenti.

C’è un altro tema che comincia finalmente a diventare oggetto di dibattito pubblico e non solo tra ristrette cerchie di specialisti: quello della produttività.

Qui è in gioco un duplice profilo:

  1. quello della produttività del Sistema Paese, che è purtroppo in calo negli ultimi anni, mentre è in aumento più o meno rilevante nei Paesi con cui ci confrontiamo (Usa, Europa, India e Cina). Se la produttività diminuisce, diminuiscono anche le risorse e il problema diventa come ridistribuire meglio quello che si produce, ma in un quadro di declino che non rende certo facili le cose. Come accrescere la produttività del Paese è questione assai importante che coinvolge tanto il sistema pubblico (si pensi solo alle politiche della ricerca, della formazione, dell’energia, delle infrastrutture) quanto il sistema delle imprese, visto che la quota dei profitti sul reddito in questi anni è aumentata, ma è dubbio che siano aumentati in proporzione anche gli investimenti (che non siano quelli finanziari o immobiliari);
  2. un secondo profilo concerne invece il livello micro, della singola azienda: in questo caso si chiede di far partecipare i lavoratori all’aumento di produttività, collegandovi una quota significativa degli aumenti salariali, e per favorire ciò si propone di sottrarre tali aumenti all’imposizione fiscale (una sorta di incentivo a cambiare la filosofia del salario e, entro certi limiti, anche quella del lavoro dipendente).

Come si vede, quindi, questi dati ci pongono dei problemi che non si possono ridurre a quelli, pur importanti, dell’equità di trattamento sostanziale tra i diversi tipi di lavoro (e qui entra il fisco).

Ma si tratta anche di dare al lavoro maggiore possibilità di generare valore e di riconoscerlo (e qui entrano lo Stato e le imprese).

Possiamo sperare che questi temi entrino in maniera stabile e non episodica nell’Agenda del Paese?

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