L’AC degli anni ’90
È il 1992 quando, dopo l’VIII Assemblea Nazionale, la Conferenza episcopale italiana, chiama alla Presidenza Nazionale il bolognese Giuseppe Gervasio, per due mandati (fino al 1999) alla guida dell’Associazione. Una scelta di continuità e di garanzia…
“Io a Roma c’ero già da alcuni anni, quand’ero Vicepresidente Nazionale per il Settore Adulti” ricorda Gervasio. “Prima ancora ero stato Delegato Regionale, per questo avevo partecipato da parecchio tempo al Consiglio Nazionale. Quindi ritrovarmi a Roma non è stata per me una novità. È stato un continuare a lavorare per un impegno che era locale (la mia diocesi, certamente) ma aveva già un respiro che teneva conto della presenza dell’Azione Cattolica in tutta Italia”.
E cosa è cambiato con l’elezione alla Presidenza?
Il senso della responsabilità, certamente, perché voleva dire assumere una responsabilità nel cammino di un soggetto che nella vita della Chiesa e del Paese sicuramente era stato un soggetto molto significativo. E, conseguenzialmente, il senso dell’impegno perché questo cammino andasse effettivamente avanti.
Gli anni della sua Presidenza sono coincisi con il post-Tangentopoli e il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica. Come li avete vissuti?
Noi li abbiamo vissuti tenendo conto di due cose. Prima di tutto prendendo atto del cambiamento che si era ormai decisamente creato e quindi la nascita di un sistema che non era il vecchio sistema di far politica. Da questo punto di vista abbiamo puntato sull’attenzione a recuperare il rapporto tra la politica e le sue radici, ovvero politica e cultura, una cultura cristianamente ispirata che potesse dare vita a forme politiche anche varie, diversificate.
L’altro punto attorno al quale abbiamo cercato di lavorare è stato quello della valorizzazione della nostra Costituzione in un momento in cui era necessario affrontare il tema dell’aggiornamento dell’ordinamento della nostra Repubblica, tema che nemmeno oggi è stato ancora risolto. Una delle cose più importanti è stata la creazione dell’Osservatorio sulle riforme costituzionali: il lavoro che questo Osservatorio ha fatto ha avuto un suo rilievo non solo all’interno dell’Associazione, ma anche per quanti si sono occupati di questa questione anche sotto il profilo della riflessione giuridica, oltre che sotto gli aspetti immediatamente politici.
In ambito ecclesiale, lei è stato in carica nel cuore del pontificato di Giovanni Paolo II e all’epoca del Convegno Ecclesiale di Palermo. Come la sua Azione Cattolica ha vissuto quei momenti?
L’Azione Cattolica è sempre stata attenta alla linea dei grandi convegni ecclesiali. Da “Evangelizzazione e promozione umana” a quello di Loreto e poi quello di Palermo. Su questa linea l’AC si è fatta carico di due attenzioni.
Da un lato, il discorso della promozione di una cultura cristianamente ispirata, che è stata poi la linea che la Cei ha portato avanti in quegli anni.
L’altro aspetto, molto importante, è stato quello di ripensare i modi di essere dell’Associazione che tenessero conto delle grandi esigenze della pastorale. Una pastorale che rispondesse al tema della nuova evangelizzazione. E quindi una pastorale che fosse aperta alla presenza sul territorio, aperta al dialogo, al portare la parola e la testimonianza cristiana nel concreto della vita delle persone, delle famiglie, delle parrocchie.
E in questo senso la vita associativa come è maturata?
L’AC ha fatto certo un buon cammino proprio perché è una realtà viva e in forza di ciò sa reagire alle situazioni e ai problemi che le situazioni pongono. Per cui è stata un’AC che ha ripreso anche il tema dei propri percorsi formativi, il modo di essere delle proprie associazioni, il modo di essere nelle parrocchie, negli ambienti di vita. Tutto questo è stato un piccolo contributo che poi, nel tempo, dopo la mia presidenza ha portato al rinnovamento dello Statuto e degli itinerari formativi che poi ci sono stati.
Questo è l’anno del cammino assembleare e del rinnovo delle cariche. Quale messaggio si sente di consegnare ai prossimi responsabili?
Io credo che sia sempre importante per l’Azione Cattolica misurarsi a partire dalle esigenze della concreta comunità cristiana che è in Italia. Quali sono i grossi problemi che la Chiesa che è in Italia oggi deve affrontare? L’Azione Cattolica deve misurarsi con questi problemi. È un interrogativo non semplice, che comporta una grande responsabilità, però credo che questo sia molto, molto importante. La comunità cristiana come deve adeguare il proprio cammino per rispondere alle esigenze della Parola di Dio (proclamata e testimoniata), di una liturgia che sia veramente il centro della comunità cristiana, di una testimonianza che faccia effettivamente fiorire culture cristianamente ispirate…
E allora, in tutto questo, cosa può fare, che servizio può rendere l’Azione Cattolica?
140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali
- I primi anni ’80 in AC. Intervista a Alberto Monticone di Paolo Trionfini, 20 marzo 2008
- L’AC alla fine degli annni ’80. Intervista a Raffele Cananzi di Vittoria Prisciandaro, 22 febbraio 2008
- L’AC degli anni ’90. Intervista a Giuseppe Gervasio di Pierluigi Vito, 08 febbraio 2008