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L’AC alla fine degli anni ’80

di Vittoria Prisciandaro

Intervista a Raffaele Cananzi.

In quale momento storico ed ecclesiale ha assunto la presidenza dell’AC?

Sono stato chiamato alla responsabilità di Presidente Nazionale nei due trienni 1986-89 e 1989-92. In quel periodo gli eventi peculiari socio-politici mondiali sono stati di grande rilievo. Oltre i permanenti problemi internazionali, è il caso di ricordare il processo di distensione fra Est ed Ovest e la caduta del muro di Berlino con tutte le conseguenze nel mondo dell’ex Unione Sovietica, la forte ripresa della questione dei diritti umani e della libertà religiosa, i passi significativi verso l’unità non solo economica dell’Europa, la prima guerra in Iraq, l’inizio delle guerre fratricide nella vicina ex-Jugoslavia. La costruzione del “villaggio globale” avveniva in un collegato processo di secolarizzazione e nell’articolarsi di universalità e particolarità, complessità e frantumazione, libertà e verità. In Italia era forte lo scollamento fra Paese legale e Paese reale, l’invadenza eccessiva dei partiti politici sul terreno istituzionale e civile, l’evidenza marcata di una grande e significativa questione morale. Su questo versante era certamente implicata non poca parte del mondo cattolico che operava sul terreno politico e sociale. Nell’ambito della Chiesa italiana era forte un certo disagio, come era forte la richiesta di alcuni Movimenti ecclesiali di un intervento più diretto della Chiesa nella sfera politica, con un risvolto nella vita interna dell’Azione Cattolica dove una parte si faceva portatrice di una istanza di superamento della “scelta religiosa” richiedendo una “maggiore popolarità dell’Associazione” e “una più diretta presenza associativa nella società” e generava, soprattutto a livello nazionale, un non breve periodo di tensioni interne che si sono pure manifestate con particolare evidenza nello scontro aperto della VI Assemblea Nazionale.

Quale era il tratto caratteristico dell’AC quando lei è diventato Presidente?

L’AC, pur connotata da una non lieve tensione interna, riflesso di linee di pensiero diverse e presenti nell’intera Chiesa italiana, viveva quel tempo, secondo l’antica tradizione associativa, con viva partecipazione spirituale e culturale alla vicenda storica nazionale e mondiale, offrendone una lettura propositiva di valutazioni ed indicazioni etiche e sollecitandone, pure, l’approfondimento anche per concrete azioni ecclesiali a livello diocesano. L’avvenimento che nel 1987 avrebbe coinvolto la Chiesa universale – il Sinodo mondiale sulla vocazione e missione del laico nella Chiesa e nel mondo – ha immediatamente impegnato il cammino associativo dopo la VI Assemblea per una preparazione adeguata e per un serio contributo di riflessione sul tema della spiritualità laicale nel tempo complesso della contemporaneità, sulla natura e missione delle aggregazioni ecclesiali di laici nella luce del Concilio Vaticano II e, in particolare, sulla connotazione storica e peculiare dell’Azione Cattolica quale si è venuta delineando in centoventi anni in Italia.

Quali sono state le scelte strategiche più lungimiranti sotto la sua presidenza?

Mi pare che nel corso dei sei anni della mia presidenza l’AC abbia offerto il suo peculiare contributo alla vita della Chiesa e del Paese con la consapevole responsabilità della sua storia di santità laicale e di servizio formativo. Nella luce del Vangelo da incarnare con gli uomini e con le donne del nostro tempo, nell’attento ascolto del Concilio, del Sinodo sui laici, del Papa e dei vescovi, raccogliendo l’anelito di grandi speranze e lo stato d’animo di forti delusioni per il concreto svolgersi della vicenda civile ed ecclesiale, l’AC ha operato su queste fondamentali linee:

  • ribadire come connaturale all’Associazione la “scelta religiosa”, chiarendone la portata e il significato riguardo: alla spiritualità laicale (primato di Dio e nessun dualismo fra fede e vita); alla missione della Chiesa (sua peculiare rilevanza storica, nessuna contaminazione di natura protestante rispetto al depositum fidei, via privilegiata per la ricristianizzazione del Paese fortemente secolarizzato ma bisognoso di un’autentica e limpida testimonianza evangelica); al rapporto Chiesa-Stato e fede-politica (indipendenza nella collaborazione, dialogo aperto e franco, sana laicità dello Stato, intervento sempre possibile della Chiesa sul piano antropologico-etico, distinzione degli ambiti non per separare ma per unire pur nell’esclusiva responsabilità del laico e della sua coscienza nell’impegno politico);
  • specificare che la scelta religiosa si invera come scelta pastorale a livello parrocchiale e diocesano con un servizio alla pastorale globale da parte di un’associazione di laici qualificati, riconosciuta e promossa dai Pastori per la sua singolare ministerialità e per il suo specifico carisma rispetto a movimenti e gruppi ecclesiali;
  • contribuire nella verità (non potevamo, per esempio, tacere rispetto alle accuse mosse a Giuseppe Lazzati!) a costruire la comunione ecclesiale, senza chiudersi nella sacrestia e senza annullarsi nella molteplicità dei servizi doverosamente assunti nella vita pastorale ma, invece, operando come Associazione, forza di comunione intraecclesiale, a servizio della pastorale comunitaria, capace di discernimento evangelico e proposta etica sul piano civile e politico, senza schierarsi aprioristicamente con nessun partito o sindacato;
  • vivere in pienezza la dimensione del fedele laico in fraternità con i sacerdoti e con devozione ai Pastori, chiamati sì a guidare ma anche a valorizzare sempre più per la vita e la missione della Chiesa i laici e il laicato rispettandone il carisma, la libertà e la responsabilità.

Su questi ultimi due punti dell’itinerario strategico non sono mancati i forti contrasti interni ed esterni, ma la sapiente opera di Monsignor Tagliaferri e l’accorta mediazione di Monsignor De Giorgi hanno contribuito a rendere chiaro l’intento profondo dell’Associazione di essere in concreto quello che Concilio e Statuto prevedono come essenziali finalità di questa singolare aggregazione di laici.

Con quali strumenti ed iniziative particolari avete operato per conseguire questi obiettivi?

Abbiamo puntato soprattutto a rinnovare la progettualità formativa dell’Associazione. A venti anni dal nuovo Statuto l’Associazione aveva bisogno di un progetto unitario formativo-apostolico che consentisse una armonica assunzione dei progetti dei settori, dell’ACR e dei movimenti, tutti quanti pure rivisitati e rielaborati alla luce, appunto, del progetto unitario e secondo le non poche nuove esigenze culturali ed ecclesiali che in prospettiva si intuivano per l’ultimo decennio del secolo. Anche la stampa associativa, la cui diffusione cresceva anche per la sensibile crescita delle adesioni, si muniva di due nuovi strumenti assai apprezzati all’interno dell’Associazione: “Nuova Responsabilità” e “Filodiretto”. Oltre a tutte le iniziative e i convegni ordinari nella tradizione associativa, quegli anni hanno pure visto grandi incontri di amicizia, fraternità preghiera e testimonianza fra i quali meritano di essere ricordati quello di 20mila giovani ad Assisi il 4 ottobre 1986, quello di 70mila soci a S.Pietro il 26 settembre 1987 in occasione del Sinodo, quello di 40mila ragazzi con i loro educatori a Roma il 28 maggio 1988. Una particolare attenzione è stata prestata all’opera culturale e formativa dell’Istituto Vittorio Bachelet nei suoi primi anni di vita che andava riscuotendo nella Chiesa e nel Paese sempre maggiore attenzione.

Come in generale definirebbe il periodo in cui ha esercitato il suo mandato?

Credo che in quel tempo si sia generato netto il convincimento che l’Azione Cattolica Italiana non abbia mai smesso di meritare la fiducia della Chiesa e non sia in nessun tempo venuta meno al suo peculiare compito formativo-apostolico e missionario. Se qualcuno, dentro o fuori l’Associazione, anche nel recente passato, avesse avuto questa idea e l’avesse inopportunamente divulgata, avrebbe fatto bene a fare pubblica ammenda. Basta leggere i chiari e lungimiranti discorsi del Papa alla settima ed ottava assemblea nazionale e prestare particolare attenzione ai due saluti della CEI. Di questo mio convincimento ho peraltro dato pubblica testimonianza nel saluto che, a nome di tutta l’Associazione, ho rivolto al Papa Giovanni Paolo II all’udienza del 24 Aprile 1992. Tempo di un forte impegno sul piano formativo e per una nuova evangelizzazione con l’apporto di laici che mostrano la fecondità di una scelta religiosa che non soffre strumentalizzazioni di sorta.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

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