Quell’anticlericalismo che nasconde la verità
di Luigi Alici
L’annullamento della visita del Papa all’Università di Roma Sapienza, provocata dalla reazione scomposta di pochi docenti e studenti, tra il disinteresse più composto di molti, è la punta di un iceberg: la punta ferisce, la massa nascosta che la spinge verso l’alto preoccupa. Alle lacerazioni che un giorno dopo l’altro si producono nel tessuto sociale, s’aggiungono irrigidimenti ideologici che trovano libero campo nell’eclisse della politica e in un più generale disorientamento etico. Rispetto al dibattito che si sta sviluppando a livello internazionale intorno al senso e agli spazi della laicità in un’epoca postsecolare, in casa nostra spesso affiora un provincialismo culturale di corto respiro, incapace di elaborare il linguaggio della laicità a partire da una sintassi comune e pronto ad offrire un alibi al risorgere di asprezze anticlericali di altri tempi.
Forse stanno maturando rapidamente i frutti avvelenati di una deriva libertaria che per anni ha delegittimato e sbeffeggiato (tra le reazioni spensierate di molti intellettuali e la spettacolarizzazione divertita di una parte dei media) una cultura del bene comune, consacrando al suo posto una ideologia delle voglie private, celebrata con tratti quasi idolatrici. In questo contesto, anche la complessa e delicata tela dei rapporti tra religione e politica rischia di essere strappata. In una società che abbandona una tradizione di cultura politica alta, capace di articolare un legittimo pluralismo dentro una cornice costituzionale condivisa, non rimane che cannibalizzare la religione: non a caso, le prese di posizione di associazioni e movimenti laicali, di vescovi e cardinali, e soprattutto le parole del Papa sono oggetto di sistematica e scoperta strumentalizzazione.
Nel frattempo l’agenda dei parlamenti è invasa da questioni che toccano gli equilibri più delicati attraverso i quali si esprime l’alfabeto elementare della vita, e della vita umana in particolare. Non solo organismi geneticamente modificati, energia pulita e sperimentazione animale, ma anche aborto, eutanasia, testamento biologico, matrimonio e famiglia, tossicodipendenza giovanile, suicidi, violenza sessuale, morti per povertà e incidenti sul lavoro, manipolazione genetica fino agli estremi della clonazione e della creazione di ibridi subumani: con quale cultura del bene comune la politica pensa di affrontare queste sfide, se rimane paralizzata da un referendum improprio tra clericalismo e anticlericalismo?
Le parole pronunciate dal Papa il 7 gennaio scorso ai membri del Corpo diplomatico ci offrono un esempio di bruciante attualità: Benedetto XVI ha auspicato che la moratoria sull’applicazione della pena di morte “stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana”. Quale evoluzione può avere in Italia questo dibattito, che investe il senso e il valore della vita, prima ancora che i rapporti tra credenti e non credenti? Qual è il giudizio del Paese, oggi, intorno alla legge sull’aborto e sulla sua applicazione, in presenza di uno scenario scientifico e di una sensibilità culturale in rapida evoluzione? Si può aprire un vero dibattito pubblico, libero da pregiudizi ideologici e senza fare un uso politico delle parole del Papa? Che cosa siamo veramente disposti a mettere al riparo dalla volubilità delle maggioranze, considerandolo una sorta di “gruzzolo etico vincolato” che, come ogni buon padre di famiglia, non siamo disposti a dilapidare, per lasciarlo intatto ai nostri figli? Alzare il livello dello scontro è invece il modo peggiore per farci tutti del male, lasciando a chi strilla più forte l’ultima parola. Senza dimenticare che se ai muri che si alzano da una parte si risponde innalzando altri muri dalla parte opposta, alla fine non si vede più il cielo.
(Questo articolo è pubblicato come editoriale sul n.4/2008 di Famiglia Cristiana)