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Impronta ecologica

Napoli e il sud in questo momento sono anche una grande metafora del nostro modo di essere, non solo in Campania. Produciamo rifiuti e non sappiamo gestirli per molti e complessi motivi. C’è la criminalità organizzata che sa purtroppo vedere con molto anticipo i settori emergenti. C’è l’insipienza e la mediocrità di molti amministratori, incapaci di progettare per grandi obiettivi e tesi al consenso immediato. C’è la pigrizia, la mancanza di senso civico, l’ottuso individualismo di noi cittadini e consumatori, poco attenti nei gesti quotidiani, ma ancor di più poco desiderosi di conoscere, di capire, di influenzare con le nostre scelte il mercato che alcuni si ostinano a chiamare “libero” – mentre è il regno di pochi oligarchi.

Nel 2005 abbiamo prodotto in Italia 31,7 milioni di tonnellate di psazzatura, 1,6 in più rispetto al 2003. La ricchezza non è aumentata allo stesso modo, tanto meno la razionalità dei consumi e l’equità della loro distribuzione.

Per i rifiuti abbiamo invece una eccellente razione pro-capite 1,5 kg al giorno.

Media raccolta differenziata: 24,3%; a Treviso 70%; Molise 5,2%,; Messina 0%.

Quasi il 50% nelle discariche, 17 milioni di tonnellate ogni anno.

Nel 1957 la “500” percorreva mediamente 22 km con un litro di benzina. Oggi veniamo a sapere da autorevoli riviste specializzate che le percorrenze vantate dalla Case costruttrici sono molto sopravvalutate. Qualche sospetto ce l’aveva anche il cittadino comune.

Occorre avere la capacità di cogliere la questione nel suo complesso. Il concetto di impronta ecologica è un indicatore molto utile. Il termine è stato coniato da Mathis Wackernagel, uno scienziato svizzero che lavora a San Francisco presso l’istituto di ricerca «Redefining Progress»

L’impronta ecologica è la quantità di territorio fertile necessaria per produrre le risorse e per assorbire i rifiuti e le emissioni collegati al livello dei consumi materiali di un popolo o di una persona. Comparando le loro diverse impronte ecologiche si può vedere quali nazioni consumano più natura globale di quella che hanno sotto i piedi e quali ne consumano di meno. Mentre negli USA un cittadino dispone in media di sei ettari bioproduttivi, in realtà ne adopera dieci; un italiano ne ha uno e ne adopera quattro, un brasiliano ne ha quattro e ne adopera uno. Una parte degli ettari fertili brasiliani per esempio servono a produrre legnami, arance e caffè consumati dagli europei oppure ad assorbire nelle foreste una parte della CO2 prodotta dagli europei bruciando petrolio, gas e carbone.

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente

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