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Archivio di Novembre 2008

Nella crisi si gioca la vita

Sabato 29 Novembre 2008

di Giuseppe Masiero

Il silenzio dignitoso di molte famiglie, impoverite nonostante il consistente coinvolgimento produttivo di alcuni suoi componenti, interpella tutte le espressioni della società, le stesse istituzioni e l’intera comunità ecclesiale. Ciò vale anche per i milioni di pensionati che si sentono derubati degli accantonamenti maturati in decenni di impegno professionale, determinante per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Italia.

L’opinione pubblica registra finora solo le situazioni più macroscopiche o drammatiche, ma non riesce ancora a percepire la consistenza, la persistenza e l’estensione di una crisi economico-finanziaria proveniente come un violento tornado da oltreoceano, ma con la ricaduta di un terremoto su un terreno fragile com’è il nostro Paese, spesso rassegnato, diviso e depresso.

Il recente rapporto Caritas-Fondazione Zancan ha ampiamente esplorato il grave fenomeno, evidenziando la preoccupante saldatura tra le povertà pregresse e quelle crescenti ed inedite che raggiungono anche la soglia dei ceti medi. Alle mense dei poveri o nei magazzini di vestiario usato si vedono sempre più spesso volti nuovi, abituati a ben altri negozi, che dopo un iniziale imbarazzo aspettano in fila il proprio turno.

Quando il calo della domanda di consumi raggiunge il livello dei beni di prima necessità, la crisi finanziaria diventa dramma umano, sociale. Torna così in campo con i valori della giustizia e della solidarietà, quello primario della vita. Dietro le fredde cifre di giovani precari, di cassaintegrati sempre più in esubero per la stretta creditizia e per la perdita di mercati da parte di molte imprese, ci sono i volti, batte il cuore di donne e uomini concreti, spesso con il compito e la vocazione di provvedere alla propria vita e di aprirsi coraggiosamente a nuove esistenze. Per questo, l’impegno doveroso ed urgente che riversiamo nei riguardi della stagione nascente e conclusiva della vita va convintamente e strutturalmente perseguito in tutti i tempi, momenti e luoghi della sua compiuta realizzazione.

Un reportage televisivo raccontava in questi giorni l’amarezza di una giovane mamma sola e in attesa di un secondo bambino, costretta a privarsi per più di una settimana della carne per una retribuzione esigua e il costo elevato dell’affitto. In casi come questi può scattare accanto al tempestivo intervento delle istituzioni sociali anche quello discreto dei familiari, del vicinato e della stessa comunità parrocchiale. Accanto alle “solidarietà corte”, di una prossimità quotidiana da cui nessuno può esimersi (necessaria per vincere atteggiamenti rassegnati e depressivi o molte camuffate furbizie), serve però la progettualità operosa e politicamente coraggiosa delle “solidarietà lunghe”, della partecipazione e della costruzione di imprese produttive e sociali, intese come “comunità di persone e di capitale”. È quanto da tempo ci chiedono la Sollicitudo Rei Sociali e la Centesimus Annus.

La Rete dei tecnoager

Mercoledì 26 Novembre 2008

di Renato Nicolini

Bambini e adolescenti soli e impauriti che si rifugiano nello “sballo tecnologico”. È questa la generazione di iperconnessi, tecnoager alle prese con la “socializzazione” di Internet o il display del telefonino, raccontata da Eurispes e da Telefono Azzurro nel IX Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza. A finire sotto accusa sono però i genitori e gli adulti in generale, che vengono percepiti come “incompetenti”, “disinformati” ad affrontare le loro realtà; inadeguati al cambiamento e a far fronte ai nuovi rischi on line: abusi, cyberbulli e “droghe sonore” (le frequenze scaricabili dalla Rete che agiscono sul cervello sollecitando l’attività cerebrale in modo simile alle sostanze stupefacenti).

Cosa sta succedendo? Qual è il profilo generale che viene fuori dal Rapporto? Se negli anni Sessanta e Settanta si è assistito ad una rivoluzione di pensiero e di costume, oggi ci troviamo di fronte ad una rivoluzione “liquida” degli strumenti e dei modi di comunicare. E come tutti i cambiamenti si vivono, ma non lì si comprende completamente nel viverli. Occorre, dunque, fermarsi e osservare, guardarsi magari indietro, estraniarsi dai fatti e intraprendere percorsi conoscitivi e scientifici. Cercare di capire, più che stupirsi.

Anche perché le caratteristiche della Rete sono contraddittorie. Se da un lato è lo spazio dello scambio, della conoscenza, dell’incontro, dall’altro rischia di essere un luogo di solitudine, di persone che sole stanno davanti al proprio pc, al lettore Mp3, alla consolle della playstation o al display del telefonino. La si potrebbe definire una forma di “socializzazione solitaria”. Consapevoli del fatto che i propri genitori non capiscono bene o non conoscono affatto l’utilizzo di Internet, bambini e giovanissimi trovano in esso uno spazio “a prova di adulto”. Ciò fa sì che l’utilizzo delle tecnologie tracci, all’interno delle mura domestiche, una sorta di “zona franca” il cui accesso ai genitori è spesso precluso.

D’altra parte, è anche vero che i nuovi media e la Rete hanno creato e continuano a forgiare una nuova leva di cittadini. Se Internet è il luogo della comunicazione globale e democratica è pure vero che le nuove generazioni trovano altre modalità rispetto al passato di rappresentarsi, di confrontarsi, di esprimere le proprie opinioni e la propria personalità. Divenuti diffidenti nei confronti dei mezzi di comunicazione tradizionali, o meglio nei confronti dei contenuti da essi proposti, si allontanano da un certo tipo di informazione eterodiretta e vanno a formare, all’interno di quella che è ormai un’opinione pubblica reticolare, un’estensione parallela.

Un gruppo di pressione nella nuova agorà virtuale che segna il passaggio dalla piazza alla Rete, che si fa portatore, attraverso il confronto, delle istanze e dei cambiamenti propri di una delle età più creative, sofferte e partecipate della vita. Quello che occorre riattivare sono i comportamenti fuori dal coro, vale a dire la capacità di elevarsi da una certa propensione all’omologazione. È necessario che siano gli adulti, intesi in una concezione più ampia come le istituzioni, la politica, il corpo sociale ad appropriarsi di nuove conoscenze e dotarsi degli strumenti più adatti per aprire il dialogo con i veri padroni del futuro.

Darla a bere agli assetati…

Martedì 25 Novembre 2008
Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez e Veolia, le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l’acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. «Vogliamo offrire un servizio migliore a un prezzo migliore», ha dichiarato Delanoë.
Una decisione controcorrente? A ben guardare no. Anzi: la municipalità parigina si rivela in linea con una tendenza globale, fa notare l’agenzia Ips, che riprende dati raccolti da un osservatorio specializzato: il Water remunicipalisation tracker («Segnalatore della ri-municipalizzazione dell’acqua »), divisione dell’Osservatorio sull’Europa delle corporations (Ceo) e dell’Istituto transnazionale di Amsterdam, ha compilato una lunga lista di città grandi e piccole, dall’Africa all’America latina alla Francia stessa, che hanno deciso negli ultimi anni di tornare alla gestione pubblica dell’acqua e servizi correlati (acquedotti e fognature).

(dal sito acquabenecomune.org, 25/11/2008)

Quindi nel mondo si ritorna a municipalizzare le aziende idriche. E in Italia? Trattandosi di acqua, come potevamo non andare contro-corrente?

Erano agguerriti i sindaci e gli assessori riuniti a Roma il 21 novembre nella sala della Pace della Provincia per dar vita alla costituzione del Coordinamento nazionale degli enti locali per l’acqua pubblica.
Rappresentano centinaia di migliaia di cittadini che da Castellammare di Stabia ad Aprilia, città dove si è dato appuntamento il Secondo Forum italiano dei movimenti per l’acqua (22-23 novembre), dall’agrigentino all’area dell’astigiano, formano comitati civici e aprono vertenze sul territorio per contrastare il passo all’incedere della privatizzazione del servizio idrico. Così il conflitto sull’acqua in Italia comincia a mostrare proporzioni rilevanti ed implicazioni inedite.
L’oggetto della contestazione e della mobilitazione straordinaria è un articolo, il 23bis, inserito come modifica apportata in sede di conversione al decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, e approvato dalla Camera il 5 agosto scorso (legge 133/2008).
La norma in questione se da un lato ribadisce il regime di proprietà pubblica delle reti, dall’altro conferma la possibilità di affidamento a soggetti privati della gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, nel cui quadro è fatto rientrare il servizio idrico, introducendo l’obbligo del ricorso in via ordinaria alla procedura di evidenza pubblica. D’altro canto, si prescrive che le concessioni rilasciate non mediante gara cessino entro il 31 dicembre del 2010. Viene infine ad essere sottoposta a condizioni restrittive, anche se fatta salva, la possibilità di affidamenti diretti a favore di società in house, cioè a capitale totalmente pubblico.
In sostanza, nel nuovo contesto normativo predisposto dal governo diventa più difficile contenere e limitare il processo di privatizzazione in corso che ha preso le mosse a partire dalla legge Galli del 1994. (…)

Tre Regioni, Piemonte, Liguria e Emilia Romagna hanno impugnato per incostituzionalità l’art. 23 bis. Nei prossimi mesi è atteso lo svolgimento del referendum promosso da ben 144 comuni della Lombardia per l’abrogazione di alcuni articoli della legge regionale 18/2006 grazie a cui si è stabilita la consegna ai privati dell’erogazione dell’acqua.
Nella zona di Latina, gli abitanti contro le superbollette imposte da Acqualatina, controllata per il 49% dalla multinazionale francese Veolia, moltiplicano i loro sforzi per evitare gli esosi aumenti e denunciare l’illegittimo distacco dei contatori. Nello stesso tempo, in Sicilia, i sindaci della provincia di Agrigento si coalizzano per rescindere il contratto con la Girgenti Acque Spa, responsabile di gravi disservizi, e fanno fronte comune con le associazioni di base onde impedire che la società privata imposta dal commissario ad acta della Regione s’impossessi dell’acquedotto.
Il baricentro di questa radicata protesta consiste nella proclamazione del principio che l’acqua è un bene comune nonché diritto inalienabile e inviolabile di ogni persona. (…)

Sotto l’egida del profitto, come dimostrano gli studi di Water remunicipalisation tracker, le tariffe vengono gonfiate, cresce inefficienza e obsolescenza dei servizi. A rimetterci è l’utenza, soprattutto la parte della popolazione con minor reddito.
Nel 2007 le famiglie italiane, secondo un dossier dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, hanno speso in media circa 230 euro in più, mentre l’Istat, nel rapporto sullo stato degli acquedotti 2008, segnala un regresso nella capacità di distribuzione della rete idrica confrontata con i livelli del 1999.

(dal sito lastampa.it, 25/11/2008)

L’Italia che invecchia e il dilemma del futuro

Lunedì 24 Novembre 2008

di Silvio Crudo

«Considerando i dati a livello internazionale, il nostro Paese è quello maggiormente investito dal fenomeno dell’invecchiamento. Ormai un italiano su cinque supera i 65 anni e anche i “grandi vecchi” (persone dagli 80 anni in su) rappresentano il 5,3% della popolazione italiana». Questa affermazione, contenuta nell’Annuario dell’Istat 2008, sottolinea un aspetto della realtà sociale del nostro Paese tutt’altro che secondaria rispetto all’ondata recessiva in cui sta entrando l’Occidente industrializzato. Per coglierne compiutamente la portata questo dato va combinato con altri due: la bassa natalità e la diffusa “precarietà” che caratterizza il lavoro giovanile.

L’Italia in sintesi non è solo un Paese vecchio, almeno anagraficamente, ma un Paese che ha pochi giovani a cui, per giunta, risultano fortemente limitate le prospettive di futuro. Una situazione quindi ribaltata rispetto agli anni del “boom” economico, all’inizio degli anni 60.

Un fatto che fa riflettere perché lo sviluppo poggia sulle spalle dei giovani e non su quelle degli anziani.

È in questo quadro che, a mio avviso, va letto il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione. Un fenomeno che nel contempo si segnala come un’opportunità, che può rappresentare anche una risorsa, ma che evidenzia anche un limite strutturale del Paese.

È indubbio infatti che l’ampliamento delle aspettative di vita che si è verificato negli ultimi decenni, rappresenti per ognuno di noi una grande opportunità: quello di dare significato pieno a una età della vita che fino a qualche decennio fa era sinonimo di marginalizzazione sociale. Questo fenomeno può anche rappresentare una grande risorsa per l’Italia: perché ne accresce il “capitale sociale” (si pensi alle molte funzioni domestiche, assistenziali, ed educative oggi sopperite dai “nonni-giovani”, ma anche alla crescita considerevole che hanno avuto in questi decenni le varie forme di volontariato che coinvolgono persone pensionate) e perché garantisce un ragguardevole “fondo patrimoniale di riserva” per le giovani generazioni.

Il fenomeno dell’invecchiamento evidenzia però anche seri limiti del sistema Paese. Tre in particolare:

  1. Produce un forte squilibrio dei conti previdenziali accentuandone i flussi in uscita (anche se l’entità media delle pensioni è tutt’altro che alta) a fronte di entrate che si riducono (meno giovani e per di più con lavori precari). Anche se non se ne parla molto ad attutire questo effetto contribuiscono non poco i contributi previdenziali versati dai lavoratori stranieri per la struttura demografica di questa popolazione (molti giovani e pochi anziani) che si presenta ribaltata rispetto a quella residente.
  2. Incrementa notevolmente la spesa sanitaria e assistenziale (assistenza a domicilio, integrazione delle rette per persone non autosufficienti, contributi economici ecc.). Anche se in genere non se ne parla molto, è soprattutto l’ultima di queste due voci, la spesa assistenziale, che evidenzia oggi le carenze maggiori. In capo ai Comuni, non è vincolata, a differenza della spesa sanitaria, a livelli di prestazioni certe ed esigibili e presenta quindi una grande variabilità nell’erogazione tra le varie parti del Paese. È ciclicamente a rischio di riduzione (il Fondo sociale nazionale che la finanzia è stato nel 2008 ridotto del 30%). È difficilmente preventivabile in quanto affianca ogni anno a voci certe di entrata una pletora di piccoli finanziamenti a pioggia di difficile prevedibilità. Il sistema assistenziale quindi, ancorché la sua integrazione con il sistema sanitario sia decisiva ai fini delle prestazioni per gli anziani che ne hanno bisogno, si presenta come un ampio sistema fondato sul principio della “beneficenza pubblica” che eroga servizi tanto essenziali, per chi li riceve, quanto difficilmente classificabili sotto la voce dei diritti esigibili.
  3. Custodisce un patrimonio a forte rischio di erosione. Dicevamo sopra che la ricchezza pazientemente e faticosamente accumulata nei decenni dai “nonni” rappresenta oggi un non trascurabile “fondo patrimoniale di riserva” per l’intero Paese. Una risorsa quindi. Ma come tutti i fondi patrimoniali a decidere del suo significato è l’utilizzo che se ne fa. Un conto infatti è che sia utilizzato per investire, creando nuove opportunità e nuova ricchezza, tutto un altro se viene gradualmente consumato per sopperire ad esigenze primarie che non possono essere soddisfatte da un reddito insufficiente. Nel primo caso esso si configura come un potente fattore di sviluppo, nel secondo come un temporaneo ammortizzatore sulla strada di un declino annunciato.

In questo dilemma tra sviluppo e declino è, a mio avviso, racchiuso il significato ambivalente che può assumere per l’Italia il fenomeno in atto dell’invecchiamento della sua popolazione. Tutto dipenderà dalla capacità che avremo insieme, anziani e non, di voler agganciare al futuro, e non al passato, le ragioni della nostra speranza. E di comportarci di conseguenza. Per ogni nonno, questo è certo, la preoccupazione maggiore, spesso più che per se, è rappresentata dalla vita futura dei propri nipoti.

Tra un mese, Natale

Venerdì 21 Novembre 2008
di Gianni Di Santo

«Tutte le strade sono piene di luce e risate. Le finestre luminose, come i volti dei bambini, sono raccolte attorno al focolare, a rendere grazie alla divinità che nasce, Gesù, il ribelle». È Jackson Brown che distende il suo canto nobile sulla musica di The rebel Jesus, una sorta di gospel-irish suonato da quei simpatici vecchietti che da anni rendono onore alla verde Irlanda, i Chiefthains. Fa da colonna sonora al mio presepe meticcio. Con la napoletanissima Tu scendi dalle stelle di sant’Alfonso de’ Liguori e Astro del ciel tiene compagnia, nell’immaginario visivo-sonoro, al Gesù che viene, che irrompe nella Storia. Che danza e canta con chi non ha niente. Suonando una musica ribelle. Zampogne, flauti di campagna, tamburi a cornice. Musica di pastori, che odora di buon vino e formaggio, il cibo della sobrietà, che dà sostentamento e consolazione. Altro che organi a canna, spese folli, il consumismo mangereccio, i regali sottovuoto, la tecnologia che avanza.

Eppure, tra un mese, è Natale. Basta una stella, a illuminare il cammino.

Guai però a dedicare al Natale attenzioni e spiegazioni diverse. Una lettura “solo” sociologica del Natale rischia di svuotare di senso l’unico fatto veramente nuovo che la nostra storia ha potuto conoscere. Eppure, tra un mese, oggi, è sempre Natale. E il nostro presepe di carta e di legno aspetta da giorni l’ultimo ritocco, l’ultima statuina. Confesso che non mi piace l’iconografia “bianca” del presepe. Belle e bionde Madonne che fanno compagnia a un Giuseppe tosto e aitante. Eppure Gesù, e la sua famiglia, è nato in Medioriente. Il suo corpo è meticcio, come i santi e i camminatori di questa umanità inquieta che se ne va in giro alla ricerca di un po’ di pace. Un’umanità disarmata, a volte emarginata, povera, come è “povero” questo Natale duemilaotto racchiuso nel gelo della recessione economica e delle borse mondiali che scendono e salgono.

Eppure, tra un mese, è ancora Natale. Il presepe di chi è solo. Di chi è ammalato, lasciato. Di chi aspetta vita. È il miracolo di Gesù che viene. Ognuno metterà dentro il presepe il suo pastore di cartapesta e di legno, di coccio e di terra. Come tradizione comanda. Forse. O forse c’è qualcosa di più in questo “voler bene” a un semplice presepe costruito con le proprie mani in un piccolo angolo della casa. Un sentirsi parte di una Storia più grande che accomuna cielo e terra.

Il mio presepe, quest’anno, non può essere che meticcio. E dentro la grotta, accanto al bambinello, c’è un posto in più. Domani, oggi, tra un mese, venticinque di dicembre dell’anno duemilaotto, niente cellulari, video e i-pod. Solo zampogne. Attendiamo l’ospite. L’inatteso.

Il calcio fa male

Mercoledì 19 Novembre 2008
La tv di stato cinese oscura il campionato di calcio locale. L’emittente pubblica China Central TV (CCTV) ha annunciato il momentaneo stop alla trasmissione delle partite del campionato cinese per la mancanza di etica professionale dei giocatori. La goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo è l’ennesima rissa che la scorsa settimana ha visto coinvolti giocatori e tecnici delle squadre di Pechino e Tianjin. Alla fine del match, fra l’altro, alcuni tifosi della capitale cinese hanno preso d’assalto il pullman del team di Tianjin. (…)

La decisione di staccare la spina, spiegano i massimi dirigenti del canale sportivo della Tv Centrale Cinese, non è al momento definitiva. Le trasmissioni della Chinese Super League, pero’, riprenderanno solo quando i giocatori impareranno l’etica. (…)

Il calcio in Cina è uno sport molto popolare, ma il campionato locale deve fare i conti con i “soliti” problemi: intemperanze del pubblico, corruzione, partite truccate.

(Adnkronos, 18/11/2008)

Ma in soccorso agli amici orientali, ecco venire in soccorso l’esemplare pallone italico…

“Calciopoli” in Puglia: il campionato regionale giovanile 2006/2007 sarebbe stato truccato alterando sistematicamente i referti. Lo riporta oggi il quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” che aggiunge che il procuratore federale Stefano Palazzi avrebbe chiesto il deferimento di quattro giudici sportivi per 57 casi irregolari.

Secondo quanto scrive il quotidiano, con una serie di trucchi e alterazioni dei referti sono stati pilotati a favore di alcune società dilettantistiche i tornei giovanili pugliesi Allievi e Giovanissimi. Il deferimento chiesto dal procuratore riguarda il giudice sportivo Francesco Guaglianone e i suoi sostituti Luigi Caruso, Nicola D’Ecclesis e Corrado Fontana. L’inchiesta della Federazione - condotta dall’avvocato Paolo Mormando - ha accertato 57 irregolarità nei referti delle partite di dodici società pugliesi.

(ANSA, 18/11/2008)

Novità in “Libri e Riviste”">Novità in “Libri e Riviste”

Martedì 18 Novembre 2008

L’Azione Cattolica in preghiera, nel nome di Eluana per il rispetto della vita

Sabato 15 Novembre 2008
L’Azione Cattolica Italiana segue con partecipazione e rispetto la dolorosa vicenda di Eluana Englaro. In particolare emerge forte l’urgenza, per tutti i credenti, di raccogliersi in preghiera: innanzitutto per Eluana, vittima innocente di una situazione drammatica, perché il Signore le faccia sentire la Sua presenza; nel rispetto del dolore e della sofferenza che hanno segnato questi anni; preghiamo anche per la sua famiglia, perché si lasci interrogare fino in fondo sulla natura delle scelte che potrebbe assumere; infine per il mondo dell’informazione, perché sappia rispettare la delicatezza e complessità di questi fatti, senza lasciarsi tentare da strumentalizzazioni. Per questo invitiamo tutte le associazioni diocesane e parrocchiali dell’Azione Cattolica a promuovere, sin da oggi, una serata di preghiera, nel nome di Eluana per il rispetto della vita.

Facciamo nostro l’appello dei Vescovi italiani, che nel ribadire “la convinzione che l’alimentazione e l’idratazione non costituiscono una forma di accanimento terapeutico”, chiedono alle istituzioni di “riflettere sulla convenienza di una legge sulla fine della vita, dai contenuti inequivocabili nella salvaguardia della vita stessa, da elaborare con il più ampio consenso possibile da parte di tutti gli uomini di buona volontà”. Nel fare nostra questa richiesta, rinnoviamo anche l’impegno dell’Azione Cattolica ad investire fortemente nell’educazione e nella promozione del valore della vita.

Segnala le iniziative di preghiera per Eluana a presidenzanazionale@azionecattolica.it

Sotto un unico cielo

Venerdì 14 Novembre 2008

di Giuseppe Masiero

Il sogno di Papa Wojtyla, quel promuovere i tre appuntamenti di preghiera per la pace con i principali leaders delle religioni mondiali ad Assisi, ha incominciato a realizzarsi anche sul terreno etico-culturale e teologico. Voluto da Benedetto XVI, all’inizio di questo novembre, si è tenuto un importante e promettente forum islamo-cattolico, in Vaticano e all’Università Gregoriana. È il primo grande confronto ufficiale fra due grandi fedi mondiali che contano insieme oltre due miliardi e mezzo di seguaci.

Dopo il recente crollo del tempio della finanza a Wall Street, ed ancora sull’onda lunga della paura prodotta dal tragico attentato delle Torri gemelle, questo evento appare un segnale significativo e incoraggiante sullo scenario mondiale dei prossimi anni. Trasmette gioia e speranza l’incontro autorevole ed amichevole attorno ad un tavolo di 24 rappresentanti e 5 consulenti di ognuna delle due religioni, avendo alle spalle una condivisione più ampia, sul tema nevralgico dell’”amore di Dio e dell’amore del prossimo”.

Cattolici e musulmani concordano sulla concezione della vita umana come: “Il dono più prezioso di Dio ad ogni persona, da difendere ed onorare in ogni sua fase“. L’ampio comunicato finale impegna ad accogliere e promuovere una carta di valori e un esigente percorso di consapevolezza da attuare in maniera crescente e diffusa.

L’autentico amore al prossimo - si sottolinea tra l’altro - implica il “rispetto per le scelte di coscienza e religione, comprendendo pure il diritto di singoli e comunità a praticare la propria religione in privato ed in pubblico“. È interessante il criterio di reciprocità che emerge da queste affermazioni e in maniera più evidente nella seguente espressione: “Promuovere un’accurata informazione sulla religione degli altri, nel rispetto dovuto alle credenze e alle pratiche religiose delle minoranze, alle quali occorre garantire luoghi di culto“.

Sembra evidente la volontà di disinnescare ogni ordigno minaccioso alimentato dalla miccia del pregiudizio, della paura e del fanatismo, mostratosi terreno propizio per l’insediamento di regimi politici autoritari.

Viene riconosciuto, infatti, da questi grandi saggi che assomigliano un po’ ai magi venuti a Betlemme dal lontano Oriente a cercare la meta indicata dalla stella, senza incombere nel tranello orchestrato dal sanguinario re Erode, il contributo della fede e delle religioni alla società e alla civiltà umana: “Siamo consapevoli dell’imperativo di testimoniare la dimensione trascendente della vita in un mondo sempre più secolarizzato e materialista, offrendo un contributo originale e prezioso per il bene comune“.

La coraggiosa dichiarazione si fa infine appello per agire da credenti con il dono della creazione di Dio in una “solida formazione sui valori umani, civili, religiosi e morali, a lavorare per un sistema finanziario etico nel quale il meccanismo delle regole tenga conto della situazione del povero e dello svantaggiato, sia a livello individuale che di nazioni indebitate”.

Il cammino è appena iniziato, ma siamo convinti che il Signore guida i passi di chi lo cerca con cuore retto e sincero. Nell’anno che l’Azione Cattolica dedica alla santità come sequela evangelica e vocazione universale nel quotidiano, è già possibile ospitare dentro di noi l’alba di tempi nuovi, come ha saputo splendidamente interpretare, in comunione con il Santo Padre, il card. Tauram, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, paziente tessitore e sapiente regista di questo promettente incontro, collegandosi in questo alla via tracciata già da Paolo VI con l’Ecclesiam suam, l’enciclica del dialogo.

Novità in “Libri e Riviste”: una nuova bibliografia dedicata al dibattito sulla laicità">Novità in “Libri e Riviste”: una nuova bibliografia dedicata al dibattito sulla laicità

Venerdì 14 Novembre 2008

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia
    Dialoghi, la rivista: cover Dialoghi
  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

    Un mondo da condividere

    Il mondo: una “risorsa” da custodire e da “usare” come bene comune.