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La violenza colpisce anche il carnefice

Douglas Barber, 35 anni, riservista dell’esercito Usa, veterano dell’Iraq. Chi lo chiama una certa mattina al telefono può solo sentire la sua voce alla segreteria: “Se state cercando Doug, sto lasciando questo mondo, ci vediamo di là”. Da qualche ora il suo corpo giaceva davanti al portico della sua casa, nell’Alabama. Doug si era sparato alla testa con il suo fucile.

Dai dati di uno studio del Veteran Affaire Department si apprende che la guerra in Iraq continua a fare vittime americane anche in territorio americano, oltre quelle falciate in Oriente. I suicidi a casa sono moltissimi, molto più elevati di quelli comunque alti registrati ufficialmente in missione (147 in quattro anni, ma c’è qualche sospetto che siano di più: si può anche “decidere” di far morire un uomo in azione piuttosto che dire che si è tolto la vita).

Ha detto la vedova di un militare suicida: “Nessuno di loro torna a casa senza essere toccato da quello che ha fatto e visto” (Mary Gallagher, adesso cresce da sola tre bambini).

Oltre al suicidio ci sono l’alcol, i farmaci, la depressione. Sono centinaia i reduci che vivono in strada. 28.000 sono rimasti feriti, 3.000 in modo molto grave e con arti amputati.

La società americana ancora una volta fa i conti con gli echi nella madrepatria di un conflitto lontano. Nel 2005 George Clooney aveva proposto il film Syriana. Adesso ci sono Brian de Palma con Redacted, e Paul Haggis (che è canadese) con Nella valle di Elah. L’uso sproporzionato della forza, sino all’abuso della violenza uccide la vittima ma colpisce anche il carnefice.

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente

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