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Il nervo scoperto del benestante Nordest

di Giuseppe Masiero

Nella guida telefonica di San Josè, California, già nei primi anni Novanta la frequenza del cognome vietnamita Nguyen batteva quella dell’americano Jones (l’equivalente dell’italico signor Rossi), da allora 6 milioni di ispanici hanno continuato ogni anno a varcare il Rio Grande per raggiungere gli Stati Uniti by-passando congegni di ogni tipo, compreso l’inutile muro fatto erigere da Bush. Nulla è valso arginare il nuovo Esodo planetario. Come pensare che questa trasmigrazione di popoli possa essere bloccata dall’ordinanza di un sindaco. Il malessere nei confronti degli immigrati dopo il terribile fatto di cronaca di Tor di Quinto, si è spostato da Roma al Nordest con le clamorose iniziative per limitare la presenza di lavoratori stranieri. Quest’area del nostro Paese non è nuova ad atteggiamenti di intolleranza. Proprio in queste regioni sta accentuandosi la contraddizione tra il bisogno che esiste di stranieri nelle fabbriche operose e nelle case con anziani sempre più soli e il disagio di dover imparare a convivere con persone di oltre 170 etnie diverse, in tempi strettissimi. La sicurezza è il nervo più scoperto di questa situazione dove realtà, suggestioni e strumentalizzazioni politiche, condite di smania da protagonismo, si mescolano al punto da condizionare scelte strategiche. Ne è la dimostrazione il modo con cui si è affrontato il pacchetto sicurezza nei giorni scorsi al senato, mettendo a nudo una volta di più quanto lontana sia molta dell’attuale classe politica dalla vita quotidiana.

I nuovi partiti che stanno nascendo dopo difficili fecondazioni artificiali, troveranno un vero banco di prova nella capacità di coniugare le risposte immediate non condizionate dal panico dell’emergenza, con il respiro ideale e strategico della prospettiva futura.

È pure immaginabile lo stupore dei lavavetri combattuti perché violano delle norme, cosa possono pensare dai semafori dove si installano al vedere transitare ogni giorno centinaia di automobilisti senza la cintura di sicurezza e con il telefonino attaccato all’orecchio?

Aiuta ad uscire da questa stagione di risposte inadeguate all’esperienza storico-esistenziale e per noi cristiani di portata evangelica, dell’immigrazione, un’autorevole ed incisiva nota pastorale della diocesi di Padova di cui segnaliamo alcuni passaggi significativi:

“In varie realtà territoriali della nostra diocesi, in riferimento alla presenza di immigrati, si stanno evidenziando alcuni segni di paura e di insicurezza, che talvolta rasentano il razzismo e la xenofobia.

Sono tutti sintomi che segnalano un vuoto di memoria storicauna carenza di conoscenza sulla realtà globale della trasmigrazione dei popoli, un insufficiente governo del fenomeno, un vuoto di educazione civile e, nelle nostre comunità, anche di formazione cristiana.

Di fronte a questa situazione e alle prese di posizione di alcuni amministratori locali, la Chiesa di Padova rifiuta ogni forma più o meno esplicita di razzismo e sottolinea con forza la necessità di recuperare i valori che sottendono al perseguimento del bene comune, secondo la Dottrina sociale della Chiesa.

In particolare è inaccettabile indurre a pensare le equazioni immigrati=delinquenti e povertà=legalità. Identificazioni assolutamente contrarie all’etica evangelica e comunque lontane dalla realtà. La povertà non può essere un fattore di discriminazione…

Va ribadito e riproposto, all’interno delle nostre comunità cristiane, il valore della solidarietà e, a livello civile, gli inderogabili doveri di solidarietà economica, politica e sociale (art. 2 della Costituzione italiana).

Nel perseguimento dell’obiettivo della sicurezza va applicato il principio di sussidiarietà, che ha a che fare anche con la divisione corretta dei poteri e delle competenze e con la collaborazione e il rispetto reciproco tra istituzioni”.

Questa iniziativa sarebbe stata più efficace e credibile se nello spirito del Convegno Ecclesiale di Verona a fare discernimento sulla situazione e affrontata dalla diocesi di Padova si fossero coralmente unite tutte le diocesi della Conferenza Episcopale Triveneta, precedute e sostenute dalle Associazioni e Movimenti ecclesiali finora troppo silenziosi al riguardo.

Maestri e padri del cattolicesimo sociale di fine ottocento o di tutto il XIX secolo come Rosmini, Toniolo, Corazzin, Rezzara, Mons. Pelizzo, De Gasperi, Rumor, Gui, Franceschini, card. Pavan, mons. Bortignon, Papa Luciani, mons. Franceschi, card. Cè, ecc. che hanno inciso profondamente nel tessuto spirituale, antropologico e sociopolitico, chiedono oggi un risveglio di fede, di pensiero ed azione, per attraversare nel segno della speranza e non della paura, il futuro abitato dalla sapienza evangelica, che sa come “lo scriba, discepolo del Regno, tirare fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).

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