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Il senso comune del bene e del male

di Antonio Mastantuono

È forse solo un caso, ma certo è una coincidenza che deve far riflettere. Nello stesso giorno in cui veniva pubblicato l’annuale Dossier immigrazione – curato da Caritas e Migrantes – un gravissimo delitto, commesso da uno dei tanti immigrati che vivono ai margini della capitale, ha suscitato un’ondata di rifiuto e di paura. L’eterno oscillare degli italiani tra buonismo arrendevole e indiscriminata caccia alle streghe sembra già aver delineato i contorni di una risposta complessiva – che non lascia spazio ad alternative – al fenomeno dell’immigrazione criminale: tolleranza zero e rigore inflessibile a 360 gradi.

In attesa magari che una tragedia di segno opposto, oppure una palese ingiustizia perpetrata nel nome della legge, rilanci il pendolo sul versante dell’accoglienza acritica e passiva. Tutto questo, ancora una volta, senza mai percepire (e dunque senza neppure abbozzare un possibile rimedio) la carenza di fondo di una società disabituata ormai da decenni a una funzione primaria, indispensabile per la propria autotutela: il discernimento condiviso, la capacità di distinguere i comportamenti e di apprezzarli o sanzionarli nella coscienza collettiva prima che nelle aule di giustizia.

È il senso comune del bene e del male che risulta appannato. Il dibattito di questi giorni non sembra in grado, ma neppure preoccupato, di distinguere i termini dei problemi – certamente complessi – dell’immigrazione e della necessaria integrazione. È solo scosso dalla tragicità degli avvenimenti. Le parole solidarietà, rigore, legalità, tolleranza zero sono diventante armi da utilizzare nell’agone politico, ciascuno dalla propria parte, per ritrovare o creare un consenso perduto o a rischio di scomparsa.

Non ci sembra che come cristiani ci si debba far travolgere dalle reazioni emotive ed irrazionali, riducendo la complessa realtà dei processi migratori al solo tema della sicurezza. Né, d’altronde, che si possa nutrire il timore di essere tacciati di buonismo se sulle nostre labbra e, soprattutto, nelle nostre azioni, compaiono parole e gesti capaci di proporre con forza la cultura dell’accoglienza e del dialogo.

Accoglienza che significa – sono parole del Presidente Napolitano – «creazione di condizioni essenziali per la comprensione e il successo di una politica di apertura verso l’immigrazione regolare e di integrazione nel quadro dei diritti e delle regole del nostro sistema democratico».

Dialogo – che non è segno di debolezza o di irresponsabilità – è, invece, segno di forza e di maturità. È ricerca di strade possibili di convivenza pacifica, di riconoscimento delle diversità nella costruzione di una società plurale. È ricerca del “bene comune” che è bene di tutti e di ciascuno.

È affermazione dei diritti di tutti, perché «chi è orfano di diritti è straniero nella terra dei doveri»! È capacità di intraprendere un percorso lungo che richiede facoltà di discernimento dell’oggi e lungimiranza nelle scelte.

Questa la strada che ci è chiesto di percorrere come cristiani. Questo il contributo che siamo chiamati a dare alla società ed alle forze che si muovono in essa. Alla politica il compito di fare le necessarie e difficili scelte. Una “società conviviale” è la speranza e la voglia di futuro, la politica è il cammino per raggiungerla: sarà essa capace di questo?

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