Chi costruisce il nostro domani?
di Chiara Finocchietti
Domani è un altro giorno. Ve la ricordate Rossella O’Hara nel finale di “Via col vento” che pronunciava questa frase? Crisi della politica, precariato e incertezza, crescita economica rallentata, degrado ambientale… A ben guardare, l’incosciente spensieratezza nei confronti del futuro sfoggiata con nonchalance dalla nostra eroina cinematografica non convince un granché.
Possiamo davvero rimandare la costruzione del nostro domani a data da destinarsi? O non è forse il caso di sviluppare sani anticorpi contro la sindrome di Rossella O’Hara? Da qui è partita la riflessione del convegno “Domani non è un altro giorno. Una responsabilità per il futuro”, organizzato dal Settore Giovani di AC in collaborazione con l’Istituto per gli studi politici e sociali Vittorio Bachelet. Il convegno, che ha raccolto a Roma il 10 e l’11 novembre vicepresidenti, assistenti e membri d’equipe diocesani del settore, ha rappresentato un’ulteriore tappa nel cammino di attenzione alle tematiche socio-politiche e d’impegno per la costruzione del bene comune, parte integrante della formazione e della vita ordinaria di tutta l’associazione. Una tappa nel nostro cammino di Chiesa, che dopo la riflessione sul fondamento della speranza cristiana al convegno di Verona dell’anno passato, ha celebrato lo scorso ottobre il centenario delle Settimane sociali dei cattolici italiani riflettendo sul bene comune.
Il convegno si è aperto con la testimonianza e la provocazione di tre giovani: Paola, 27 anni, di Termoli, che si è chiesta quale spazio può esistere per la crescita e la maturazione dell’autonomia dei giovani in una società come quella italiana, dove in base alle statistiche si è considerati tali fino a 34 anni, il 23% della popolazione ha più di 65 anni, e la famiglia ha abdicato al suo ruolo etico, per assumerne uno affettivo, circondando di benevolenza i figli pur di evitare il conflitto. Le ha fatto eco Valentina, trent’anni, siciliana: laureata, specializzata, “plurimasterizzata”, conoscenza delle lingue, diverse esperienze all’estero. Eppure, ancora precaria, anzi stagiaire in una multinazionale. Cosa significa il lavoro per un giovane, e qual è il confine tra flessibilità e precarietà?
La terza voce è stata quella di Eugenio, 28 anni, di Cosenza, che ha posto la questione della partecipazione politica dei giovani. Partecipazione che può indossare il volto del silenzio, quello dell’impegno sociale, ma appare sempre caratterizzata dalla comune cifra del disincanto. Come restituire ai giovani una politica che sappia essere progetto, e non solo desiderio?
Futuro, lavoro, politica: il non facile compito di rispondere a questi interrogativi è stato svolto da Giovanna Melandri, ministro per le Politiche giovanili e le attività sportive, che ha provato a spiegare come la politica può e deve essere al servizio anche delle giovani generazioni. L’intervento del ministro si è concentrato soprattutto su due sfide per la politica: da un lato rimuovere le barriere di ordine materiale che ostacolano la crescita e la costruzione di autonomia dei giovani, ad esempio sostenendoli nella ricerca della casa e del lavoro; dall’altro, svolgere un ruolo culturale, con l’impegno a valorizzare il “genio creativo” di ognuno, a favorire la progettualità giovanile, a passare da una pedagogia della paura e dell’incertezza a una pedagogia del desiderio e del progetto.
Le due categorie della politica, responsabilità e futuro, sono state poi inquadrate in una cornice storica da Roberto Cartocci, politologo dell’Università di Bologna, che ha descritto il patto generazionale: un sistema di contabilità pubblica in cui gli adulti lavorano e producono ricchezza per sostenere bambini e anziani, a cui si affianca lo Stato, che gestisce la solidarietà attraverso il pagamento delle tasse. È lo stato sociale così come lo conosciamo in Europa, e, se funziona, è una fabbrica di uguaglianza. Una macchina che deve tenere in equilibrio due dimensioni fondamentali: la popolazione e la finanza pubblica. La diminuzione delle nascite da un lato, e l’allungamento della vita dall’altro, hanno portato a uno squilibrio tra pochi giovani attivi e una generazione anziana sempre più numerosa. Il corto circuito però è stato politico: la politica degli anni Settanta e Ottanta non ha saputo o voluto vedere questi cambiamenti demografici, e non ha assunto misure per salvaguardare i diritti sociali delle nuove generazioni. Questo è il motivo per cui oggi il debito pubblico si è aggravato, e i giovani devono lavorare molto di più dei loro coetanei di venti anni fa.
E il patto generazionale? È tornato in famiglia. È di nuovo lei a svolgere il ruolo di solidarietà tra generazioni, tornando a occuparsi direttamente di bambini, giovani e anziani, con i pro e contro che questo comporta (ad esempio il ritorno a una forte dipendenza per la crescita di un giovane dalla condizione economica e sociale della famiglia d’origine). La rottura del patto generazionale dunque chiama in causa proprio la responsabilità della politica come capacità di progettare un futuro: dire che domani non è un altro giorno significa impegnarsi oggi per costruire il futuro.
A questa riflessione si è affiancata quella di Roberto Gatti, ordinario di filosofia politica all’Università di Perugia, membro del comitato scientifico dell’Istituto Bachelet, che a sua volta ha declinato alcune categorie per la politica: responsabilità, come duplice proiezione, verso l’altro e verso il futuro; poi ancora progettualità, identità, e moderazione, come tentativo di usare la pazienza della ragione, il difficile compito di mediare tra le istanze degli altri e i principi: un metodo, e non una sorta di restringimento degli obiettivi della politica. Ma come educare alla costruzione di una comune responsabilità per il futuro? Roberto Maurizio, della Fondazione Zancan ha portato non solo contenuti e linee d’indirizzo, ma anche idee ed esperienze concrete di partecipazione democratica e cittadinanza attiva a misura di ragazzi e adolescenti, come quella del Consiglio comunale dei ragazzi.
Assolutamente memorabile è stata l’incontro con Michela Murgia, già responsabile regionale dei giovani di AC in Sardegna, autrice de Il mondo deve sapere, libro in cui racconta la sua esperienza di lavoro precario come operatrice in un call center: due ore di episodi tragicomici, di divertimento acuto e intelligente, e di amara riflessione su quello che succede alle persone quando il lavoro smette di essere “bene comune”. A Ilaria e Simone, vicepresidenti nazionali dei giovani, è spettato il compito di tirare le conclusioni del convegno, tracciando una rotta per il futuro e ipotizzando percorsi possibili per continuare la riflessione sui temi del convegno. E per continuare a compiere, con le parole di Roberto Gatti, esercizio di laicità: come opera di mediazione culturale tra il magistero e la prassi, tra verità e storia.