Adozione. Il diritto a una famiglia
di Marco Pio Bravo
La finanziaria contiene un elemento – piccolo ma significativo – di giustizia: elimina, infatti, l’ultimo elemento di discriminazione verso i genitori adottivi dalla normativa sui congedi parentali. Il nuovo dispositivo di legge estenderebbe, infatti, da 3 a 5 mesi il congedo obbligatorio (così come per i genitori biologici) e consentirebbe ai neo-genitori di sfruttare questo stesso congedo in caso di adozione internazionale, per poter andare a prendere i bambini nel loro paese di origine (come prevede la legge vigente).
Ovviamente di questo non sta parlando (quasi) nessuno. Non fa notizia. Quando i mass-media nazionali si ricordano delle adozioni è spesso a proposito situazioni estreme, abusi, fatti che si configurano a tutti gli effetti come furti di bambini. Ma il mondo delle adozioni non è solo questo, anzi. È soprattutto altro. Questi sono fatti marginali, rilevanti solo per chi vuole fare notizia, alimentando ad arte quel senso di insicurezza crescente che caratterizza il nostro attuale mondo dell’informazione. Parlare così delle adozioni non solo non è corretto, ma neppure aiuta i protagonisti dell’adozione.
Il mondo dell’adozione è fatto innanzitutto delle sofferenze e delle gioie di bambini ed adulti che perdono e che trovano una famiglia: bambini che esigono il loro diritto di poter crescere amati in una famiglia e famiglie che scelgono di rendersi disponibili a soddisfare questo diritto. Questo penso debba essere uno dei primi punti fermi che si devono fissare per poter parlare correttamente di adozione: l’adozione non è un diritto dei genitori di avere dei figli, ma è un diritto dei bambini di avere una famiglia che li aiuti a crescere nell’amore.
Il fatto che Rosy Bindi, ministro della Famiglia e nuovo presidente della Commissione Adozioni Internazionali, quest’idea l’abbia espressa con chiarezza, a me genitore adottivo fa solo piacere. Anche perché si spera che questa premessa aiuti ad evitare di impostare le politiche per le adozioni internazionali nella prospettiva di “facilitare l’accesso all’adozione”, magari riducendo o annullando il percorso che una famiglia che vuole adottare deve fare con i Servizi Sociali. Ogni tanto questa proposta ritorna a farsi sentire dalla voce di qualche commentatore superficiale. Ma una famiglia che adotta ha necessità assoluta di confrontarsi e di essere accompagnata nel percorso che fa, che non è né semplice, né facile, né immediato. Si tratta, infatti, di diventare genitori di bambini che sono stati feriti nella loro intimità, perché hanno perso i genitori o ne sono stati abbandonati, se addirittura non hanno subìto altro tipo di abusi: per mettersi al loro fianco, l’amore deve essere supportato dalla consapevolezza e dall’intelligenza.
Inoltre spesso, gli adulti che affrontano questo percorso devono fare pure i conti con il trauma della propria sterilità di coppia: è questo un dolore terribile e spesso indicibile, che deve essere accolto ed accettato, per poter essere trasformato in amore capace di curare i traumi di un bambino. Anche questo è un percorso faticoso e doloroso, perché chiede a ciascuno di guardare in faccia la propria sofferenza. È quindi indispensabile che i genitori lavorino su se stessi come singoli e come coppia, per preparare per il loro bambino una famiglia accogliente, che sappia mettere insieme storie diverse, per farle continuare insieme.
La mia esperienza di genitore adottivo mi ha insegnato che non esistono adozioni facili o facilitate: esistono adozioni consapevoli ed adozioni che non lo sono, perché cercano vari tipi di scorciatoie. Ed è proprio da queste scorciatoie che nascono i fallimenti adottivi (cioè il fatto che i genitori riportino “indietro” il figlio che avevano accolto), fenomeno di cui troppo poco si parla e che dovrebbe essere sempre più considerato per progettare la formazione dei genitori che intendono aprirsi all’adozione.
Ecco quello di cui credo che le famiglie adottive abbiano bisogno, prima e dopo l’adozione: una formazione ed una consulenza familiare progettata, seria, rigorosa. Insieme all’aiuto economico – dove sia necessario (oggi un’adozione internazionale costa in media circa 15.000 euro) – è questo che credo debba essere chiesto al Governo ed alla Commissione Adozioni Internazionali, per aiutare i bambini che non ce l’hanno a trovare una famiglia che sappia dare loro l’amore cui hanno diritto per il semplice fatto di essere nati.