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Senza pietà, senza parole

I più sanguinari vivono in cittadelle all’interno della foresta pluviale un tempo abitata dai gorilla. Vestono come le gang di Los Angeles e, per l’acconciatura dei capelli, sono chiamati i Rastas. Con i loro mitragliatori e i machete non si fermano di fronte a nulla. Bruciano vivi vecchi e bambini e fanno letteralmente a pezzi chi gli si oppone. Il loro crimine preferito è però la sistematica violenza sessuale sulle donne, che spesso, quando non muoiono per gli atti subiti, vengono ridotte a schiave sessuali. Nella Repubblica democratica del Congo, l’ex Zaire, c’è quella che in una drammatica corrispondenza pubblicata oggi il New York Times chiama la peggiore “epidemia” di stupri mai abbattutasi sul grande paese africano.

“Molte delle vittime sono state attaccate in forme talmente sadiche e brutali – racconta il ginecologo Denis Mukwege, dell’ospedale di Bukavu – che spesso sui loro apparati riproduttivi e intestinali non è possibile intervenire in alcun modo che permetta di ripristinare le normali funzionalità e di fronte a ferite inferte con baionette e bastoni c’è solo la chirurgia demolitiva. Nessuno si spiega questa ondata di atrocità, che sembra finalizzata a distruggere il genere femminile in quest’area del paese”. “Attualmente in Congo si registrano le peggiori forme di violenza sessuale del mondo”, conferma John Holmes, vicesegretario dell’Onu per le questioni umanitarie.

Lo scorso anno in questa nazione di 65 milioni di persone si sono svolte elezioni storiche, che avrebbero dovuto mettere fine  alle guerre etniche e alla guerriglia politica. Ma, afferma il NYT, dopo il voto il paese non è uscito unificato e non sono cessate neppure le violenze, spesso alimentate anche da paesi vicini, anche se – a quanto risulta – la responsabilità maggiore dell’ondata di stupri ricade proprio sulle forze armate congolesi dislocate nell’est del paese.

Molti dei Rastas sono ex miliziani Hutu fuggiti dal Ruanda. Honorata Barinjibanwa, 18 anni, ha raccontato che essi hanno attaccato il suo villaggio la primavera scorsa. Lei è stata fortunata, perchè non è stata assassinata come molti altri. Per cinque mesi ha però servito da schiava sessuale, rimanendo legata tutto il giorno a un albero con un collare di corda e soddisfacendo ai desideri anche di cinque diversi carcerieri, spesso ripetutamente. Quando è riuscita a liberarsi e a fuggire era già incinta. Ora attende di partorire nell’ospedale del dottor Mukwege. Altro, per ora, il futuro non le offre.

(ANSA 8/10/2007)

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