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Povertà, la via della sussidiarietà

di Gianni Di Santo

Un “piano condiviso di lotta alla povertà” può rappresentare una grande occasione per il nostro paese. È quanto sostiene Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione in Italia. Un piano per sottrarre a un destino sociale prevedibile di precarietà e marginalità tanti bambini e ragazzi che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato, nel quartiere sbagliato, nella contrada sbagliata. E che contrasti, soprattutto in molte regioni del Sud, il predominio di un’economia criminale che nella povertà trova il proprio mercato e la sua ragione d’essere.

Anche l’Istat parla chiaro. In Italia sono in “stato di povertà” 2.623.000 famiglie, corrispondenti a 7.537.000 persone, cioè il 12,9% della popolazione; i due terzi vivono al Sud. Un dato che è rimasto “sostanzialmente stabile” negli ultimi cinque anni, nonostante i tanti cambiamenti sociali ed economici che il paese ha attraversato. Viene dunque da chiedersi: è davvero sempre uguale il volto della povertà in Italia, o qualcosa è cambiato? E soprattutto, quali sono le famiglie “a rischio povertà”?

In realtà, come ci dice la stessa Caritas, non è semplice stimare i poveri in Italia, colpa di quella soglia che fissa a 970 euro (per due persone) lo spartiacque tra poveri e non poveri. In verità, pochi euro in più dicono e, soprattutto, servono a poco. Sono sempre di più quelli che arrivano con difficoltà alla fine del mese, e sono costretti a indebitarsi e a ricorrere ai centri assistenziali, nonostante abbiano un lavoro e un reddito. Con i figli a carico poi è tutto più difficile: il passaggio da 2 a 3 o 4 componenti espone quattro famiglie su alla seria possibilità di essere povere. Ogni nuovo figlio, dunque, costituisce per la famiglia, oltre che una speranza di vita, una crescita del rischio di impoverimento.

Che fare, allora? Secondo la Caritas Italiana sono necessari innanzitutto due passaggi, «dai trasferimenti monetari ai servizi» e «dalla gestione centrale alla gestione decentrata» delle politiche contro la povertà. Insomma, più servizi per tutti e gestiti meglio. Inseriti in una politica del welfare che misuri e verifichi responsabilità, buchi di bilancio e performance organizzative. Uno stato sociale che passa dall’assistenzialismo a una meritocrazia del welfare non significa tradire le finalità solidaristiche della nostra Costituzione. Al contrario, almeno questo è il messaggio che proviene dalla Caritas, significa usare bene quelle poche risorse che si hanno per ridistribuire la ricchezza nel nostro paese. E allargare le chance di democrazia.

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