Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Le imposte sono bellissime?

di Mario Brutti

Finora pensavamo che il Ministro Padoa Schioppa avesse del coraggio per aver accettato di governare con la sua riconosciuta competenza lo spaventoso debito pubblico che l’Italia si porta appresso con incosciente trascuratezza. Ma in questi ultimi giorni egli ha aggiunto con le sue esternazioni altri due motivi per riconoscergli una dose di coraggio fuori dal comune: la prima volta quando ha toccato un punto sensibile del familismo italico, dando l’appellativo di “bamboccioni” ai tanti giovani non più così giovani che antepongono la quiete della protezione familiare ai rischi della navigazione solitaria nel mare procelloso della nostra società; la seconda quando con una punta leggermente masochistica ha definito “civilissime e bellissime” una delle cose che gli italiani, e forse non solo loro, più aborrono, cioè le tasse.

Lasciamo da parte la questione giovani, se non per dire che una certa voglia di mobilità sembra ora affiorare, magari nei migliori per andarsene all’estero, e allora ci vorrebbe un po’ più di “generosità” sul versante delle politiche – della formazione, del lavoro, dell’abitazione, del fisco – per valorizzare le risorse giovanili, ahimé scarse, di cui disponiamo.

Ma veniamo alla questione delle tasse. In sé, quanto sostiene il Ministro è un efficace riassunto del capitolo dedicato al fisco da un qualsiasi manuale di educazione civica: le imposte sono dovute perché con esse si finanziano servizi pubblici fondamentali, si realizzano investimenti in infrastrutture che i soggetti privati non farebbero, si perseguono obiettivi di solidarietà sociale nei confronti di fasce di popolazione più penalizzate.

In questo senso la tassazione regolata dalla legge è un istituto di civiltà, piaccia esso o meno sul piano estetico.

Come tutti sappiamo, i problemi nascono quando dai principi si passa ai fatti: e questi dicono che l’Italia è un Paese con un livello di pressione fiscale assai elevato, superiore al 43% del Pil, e un altrettanto elevato livello di evasione, il che significa che per una parte degli italiani il peso del fisco è davvero alto, forse troppo, mentre per altri si fa assai più leggero.

Una cosa di questo tipo finisce quindi per essere percepita come un’ingiustizia, non a caso in questi ultimi anni il livello di disuguaglianza socioeconomica si è accresciuto, ed è la prima ragione per cui le tasse non sono amate.

Non tocchiamo in questa sede la questione del rapporto fra livello della imposizione fiscale e crescita economica, sulla quale sono stati scritti migliaia di volumi, ma che ci porterebbe su un’altra strada.

Limitiamoci, si fa per dire, all’altra faccia del problema delle tasse, vale a dire il modo in cui le entrate fiscali vengono spese: quando vediamo, parlando di servizi, che gli interessi degli operatori vengono sempre prima di quelli dei cittadini (caso strano, proprio nei medesimi giorni abbiamo appreso che tra i dipendenti pubblici più assenteisti i primi posti spettano a quelli della scuola e delle Agenzie delle entrate); quando assistiamo allo sperpero di risorse causato da un’organizzazione dello Stato e delle istituzioni intermedie, a dir poco farraginosa e pletorica; quando costatiamo un uso assistenzialistico e clientelare della spesa pubblica secondo criteri non più giustificabili con forme di redistribuzione del tutto casuali e assai poco eque; quando, a mo’ di ciliegina sulla torta, vediamo chi dovrebbe dare l’esempio attribuirsi privilegi a carico delle casse pubbliche, ciascuno per quel tanto che ci riesce, fino a farsi rappresentare come “casta” odiosa.

L’elenco potrebbe continuare e proprio il nostro Ministro lo ha arricchito di particolari con il documento sulla spesa dello Stato reso noto poco tempo fa.

Ci rendiamo conto che queste riflessioni possono somigliare alla storia dell’uovo e della gallina e che il dovere fiscale non può non essere una priorità malgrado tutto, anche se non sarebbe un male se il cittadino fosse coinvolto in termini di convenienza anche economica nel farlo rispettare (ad esempio ampliando la facoltà di dedurre una serie di spese, come si fa per la sanità).

Ma la civiltà di un Paese dev’esser valutata nel suo insieme e ad ogni contribuente va dato conto dell’uso che viene fatto dei suoi soldi, altrimenti si cade nel più deteriore qualunquismo, e non ne mancano certo i segnali.

È una domanda, questa, che non va rivolta solo al nostro Ministro, credo uno dei più incolpevoli, ma a un’intera classe politica che sembra aver perso il senso della propria missione.

È altrettanto vero che i moralismi servono a poco, meglio sarebbe recuperare alcuni principi fondamentali sui quali ridisegnare un futuro per il nostro Paese: questo sì, auspicabilmente, bello.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Fatto del giorno

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia