Lavoro, che autunno sarà?
di Cristiano Nervegna
Il dibattito che ruota intorno al tema del lavoro, ha vissuto un’insolita accelerazione durante il mese di Agosto, a innescare la miccia è stata l’approvazione definitiva alla Camera della legge delega in materia di sicurezza, da qui si è alzata una nuvola di polemiche in merito ai tentativi di dimostrare l’esistenza di un legame tra i morti sul lavoro e le condizioni di precarietà dei giovani determinate dai cambiamenti intervenuti nel mercato a seguito del Paccheto Treu e della Legge 30. Su un altro fronte si è assisto ad un fuoco di fila sul sindacato, accusato di essersi trasformato in una lobby, al pari dell’attuale partitocrazia, interessato solo a difendere i propri interessi e i propri iscritti, dimenticando i giovani.
Fin qui la nuda cronaca di un’estate vissuta sul filo della tensione. Il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, si trova a disagio e prova un senso di fastidio perché sembra che si facciano solo polemiche sterili ed inutili battaglie ideologiche che poco riescono ad incidere su un problema che si rivela, oggi più che mai, centrale nella vita del Paese, cioè quello dell’accesso al lavoro delle giovani generazioni. E così, senza una logica apparente, si chiede meno Stato ma più controlli, meno precarietà ma anche meno sindacato, meno politica e più democrazia e, soprattutto, un mercato libero che faccia sognare tutti, arricchendo soltanto alcuni.
La chiave di lettura di questi avvenimenti sembra essere ancora una volta, il vecchio confronto, inesorabilmente sbiadito, tra una solidarietà più che altro declamata e oggi apparentemente fuori moda e un’idea di società che, al contrario, sarebbe efficacissima nel difendere gli interessi di pochi promettendo a tutti (un giorno forse) le stesse fortune.
Il modello solidarista, fondato sull’idea di bene comune e, quindi, sulla corresponsabilità che chiede ad ognuno di fare la propria parte, sembra fortemente in crisi; non genera più l’entusiasmo di un tempo affidato oramai a pochi “cirenei”, spesso lamentosi, ripiegati su analisi complicatissime tendenti più a giustificare gli errori commessi che a promuovere esperienze nuove. Al massimo si replicano vecchi modelli per l’intima convinzione che, forse, non valga più tanto la pena spendersi di fronte a continui esempi che vanno nell’opposta direzione pervadendo ambienti e culture; sino al punto che comportamenti di semplice coerenza diventano esempi di vero eroismo.
Da questa crisi che si manifesta con il deficit di etica pubblica cui assistiamo, troppo silenziosamente, da molto tempo, si può però uscire.
Il Papa, domenica scorsa a Velletri, ha ricordato, con la chiarezza di sempre, quale sia la strada da percorrere:“la vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male…”.
A noi ora il compito di tornare ad ascoltare le nuove generazioni, le famiglie, gli immigrati, facendone il punto di riferimento reale per le politiche perché è su questa realtà che è possibile riportare i problemi alle corrette dimensioni, con volti, storie, fatiche e appunto soluzioni.
Ecco allora i pensionati che diventano maggioranza nel Paese e che raccontano di energie importanti da utilizzare per una crescita da realizzare attraverso la solidarietà delle generazioni; ecco le famiglie che s’impoveriscono quando hanno figli, ma che non rinunciano ad averne e di cui si parla tanto, in attesa che qualcosa cambi davvero; ecco i giovani, frastornati, nel passaggio parrocchia-lavoro, perché nessuno ha trovato il tempo di spiegare loro la vita o di anticipare cosa avrebbero trovato “fuori” e che oggi, da adulti, se non sono sicuri di se stessi, tra un contratto in nero ed uno precario, rischiano di convincersi di non essere nulla. Ecco, infine, gli immigrati che esistono solo se li incontri perché spesso questo mondo del lavoro preferisce, per loro, non prendersi troppe responsabilità che, naturalmente, hanno un costo. Tutte queste persone hanno ancora tante energie a disposizione e voglia di spendersi per questo Paese.
Sono categorie nuove di senza diritti che però, a ben guardare, reagiscono ripudiando le solite semplificazioni e i consigli facili di chi questi problemi non li ha vissuti e magari, in nome dell’efficienza del mercato, oggi di lavori ne ha cinque o sei. A queste categorie sociali, non si possono più raccontare favole, perché le hanno già sentite tutte. È proprio a loro che dobbiamo dire, tenendo ben presente l’insegnamento di Papa Bendetto XVI, che il bene comune non è un altro prodotto del mercato delle idee a basso prezzo, né il prodotto di “intelligenze da convegno”, ma una realtà da costruire ogni giorno e alla quale dobbiamo far riferimento ogni qual volta siamo chiamati a cambiare lavoro, orari, città, paese. Se non saremo capaci di concretizzare questi modelli, tenendoli intimamente legati alla forte domanda di senso che il lavoro porta con sé, rischiamo, anche noi, di finire a rincorrere quella strana idea di efficienza e sicurezza che arricchisce e blandisce chi non ne ha bisogno facendo vivere tutti gli altri di sogni spezzati.