La sfida delle coscienze
di Fabio Zavattaro
L’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato a Napoli, in occasione della sua visita pastorale, offre l’opportunità di individuare alcune preoccupazioni che il Papa ha ben posto in evidenza, proprio per guidare i cambiamenti in una terra difficile e complessa come quella del sud del nostro paese. Parole che si iscrivono in una sorta di enciclica che Papi e vescovi hanno elaborato in questi anni: come non ricordare ad esempio il grido di Papa Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento, grido contro la mafia, appello alla giustizia e alla legalità. Come non ricordare, ancora, i documenti dei vescovi italiani sul Mezzogiorno, o anche la nota pastorale “Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro paese”.
Proprio a Napoli Giovanni Paolo II, il 10 novembre 1990, aveva detto: “Non c’è chi non veda l’urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì, urge un recupero di legalità!”. E l’anno successivo i vescovi italiani, raccogliendone l’appello, si pronunciavano per un cambiamento profondo; scrivendo: “Lo Stato è divenuto sempre più debole: affiora l’immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio […]. Le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto. Tutto ciò ha portato ad elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e a ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce né forza”.
Ancora i vescovi italiani manifestavano preoccupazione anche per l’esercizio della giustizia: “Le violazioni della legge non hanno spesso un’effettiva sanzione o perché sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perché le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito. Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l’opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge”.
In questo contesto si inseriscono le parole di Benedetto XVI, che con il profeta lancia la supplica: “Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: violenza! E non soccorri?”. Dio, ricorda il Papa, non può cambiare le cose senza la nostra vera conversione: “La preghiera cristiana non è espressione di fatalismo e di inerzia, anzi è l’opposto dell’evasione dalla realtà, dell’intimismo consolatorio: è forza di speranza, massima espressione della fede nella potenza di Dio che è amore e non ci abbandona”.
Cappello necessario, queste parole, per calarsi nella realtà della città, dove, dice, non è semplice vivere per molti: “Sono tante le situazioni di povertà, di carenza di alloggio, di disoccupazione o sottoccupazione, di mancanza di prospettive future. C’è poi il triste fenomeno della violenza. Non si tratta solo del deprecabile numero dei delitti della camorra, ma anche del fatto che la violenza tende purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e delle periferie nuove e anonime con il rischio di attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti nei quali prospera l’illegalità, il sommerso e la cultura dell’arrangiarsi”.
Pronuncia quella parola, camorra, il Papa. Da un nome, un volto a quel disagio diffuso, a quella illegalità che si può vincere solo con una seria strategia di prevenzione che punti sulla scuola, sul lavoro, sull’aiutare i giovani a gestire il tempo libero: “È necessario – dice il Papa – un intervento che coinvolga tutti nella lotta contro ogni forma di violenza, partendo dalla formazione delle coscienze e trasformando le mentalità, gli atteggiamenti, i comportamenti di tutti i giorni”.
Problemi e sfide che richiedono, dunque, un forte impegno di tutti, specialmente dei laici operanti nel campo sociale e politico, “per assicurare ad ogni persone, e in particolare ai giovani, le condizioni indispensabili per sviluppare i propri talenti naturali e maturare generose scelte di vita a servizio dei propri familiari e dell’intera comunità”.