La “scelta religiosa” e il processo di secolarizzazione
La lettura prevalente che la storiografia ha compiuto in ordine alle motivazioni della “scelta religiosa” maturata attorno al 1968 nell’Azione cattolica italiana ha lasciato sin qui in ombra un’importante chiave di lettura di quell’orientamento allora maturato (ed ancora oggi argomento di vivaci polemiche), e cioè la sempre più chiara percezione che il gruppo dirigente dell’ACI di allora, ed in primis Vittorio Bachelet, aveva avuto della serietà e della profondità del processo di secolarizzazione che stava investendo la società italiana.
Sotto questo aspetto, Bachelet ed i suoi più stretti collaboratori laici, proprio perché profondamente immersi nella vita della società italiana, ne avevano colto le segrete dinamiche assai più acutamente di quanto non avessero potuto fare, anche per la mancanza di adeguati strumenti conoscitivi, i vertici ecclesiastici.
Estremamente indicativa, al riguardo, la vicenda del divorzio (introdotto legislativamente, come noto, nel 1970 e confermato con il referendum popolare del 12 maggio 1974, con circa il 58 % degli italiani rivelatisi favorevoli al mantenimento della legge). La questione fu ampiamente discussa in sede di Azione cattolica e fu oggetto di vivaci dibattiti (se i verbali di questi incontri sono stati conservati, si potrebbe effettuare al riguardo una più puntuale ricerca). Bachelet ed i suoi più stretti collaboratori (come chi scrive, in quel periodo senza incarichi ufficiali nell’ACI, ma consulente di Bachelet proprio sulle tematiche matrimoniali, anche in relazione alla nostra comune partecipazione alle attività del “Consilium de laicis”) erano fermamente convinti del valore religioso ed etico del matrimonio (e non solo del matrimonio dei cristiani), ma dubbiosi in ordine al trasferimento di questo valore nella legislazione civile e alla “sopportabilità” da parte di un ordinamento rivolto a tutti i cittadini di una così alta istanza etica. Ed in ogni modo si riteneva che il cuore del problema non fosse l’introduzione o meno di una legge divorzista ma il profondo cambiamento di una società che si era andata progressivamente secolarizzando. Chi scrive andava elaborando in quel periodo le pagine del volume Il matrimonio nella società secolare, edito dall’AVE, l’editrice dell’ACI, nella collana “Famiglia e pastorale”, diretta da Giorgio Campanini e Pino Scabini (quest’ultimo indimenticato Assistente ecclesiastico dell’ACI). Si anticipava in quel volume quanto, assai più autorevolmente, alcuni anni più tardi – anche alla luce dell’esito del referendum sul divorzio – avrebbe sostenuto Pietro Scoppola ne La “nuova cristianità” perduta, apparso nel 1985 presso la “Studium”.
Era dunque ben presente, negli ambienti intellettualmente più lucidi dell’ACI o ad essa vicini, la convinzione dei profondi mutamenti che, a partire dagli anni del “miracolo economico” e della rapida trasformazione dell’Italia da paese prevalentemente agricolo a paese di avanzata industrializzazione, si erano determinati nella società italiana e della necessità di un vasto e diffuso impegno di “ri-cristianizzazione” (molti anni più tardi Giovanni Paolo II avrebbe parlato di “nuova evangelizzazione”) che non avrebbe dovuto più mirare soprattutto alle strutture (senza tuttavia considerarle come irrilevanti) ma avrebbe dovuto avere come epicentro una rinnovata formazione delle coscienze.
La “scelta religiosa” compiuta attorno al 1968 dall’Azione cattolica italiana è appunto il frutto di questa convinzione maturata in Bachelet e nei suoi più stretti collaboratori, e cioè che, tramontata l’illusione di un’Italia “paese cattolico” poggiante su una legislazione conforme in quanto possibile all’etica cristiana e guidato da una classe dirigente di ispirazione cristiana, si apriva, conseguentemente, una nuova stagione di rinnovato impegno di evangelizzazione del quale una rinnovata Azione cattolica avrebbe potuto essere, grazie ad una profonda riforma delle sue strutture, la punta di diamante.
Quanto è avvenuto negli anni successivi rivela in quale misura gran parte della “base” dell’associazione fosse impreparata a questa svolta, e quanto tardiva sia stata in essa la percezione dei mutamenti intervenuti nella società italiana. Da non poche parti si sarebbe rimproverato all’ACI di avere scolorito, o addirittura rinnegato, la sua originaria “identità”; ma l’intuizione di Bachelet, e di quanti ne hanno condiviso le più acute intuizioni (sia consentito di ricordare almeno Giuseppe Lazzati), si è rivelata sostanzialmente valida e preziosa al fine dell’individuazione delle “nuove vie” dell’evangelizzazione. In questo senso “scelta religiosa” significava essenzialmente la riacquisizione dell’assoluto primato dell’evangelizzazione: l’antica e prolungata attenzione alle “strutture” lasciava il posto alla riscoperta del primato delle coscienze e della loro rinnovata formazione, alla luce delle indicazioni del Concilio Vaticano II, nei nuovi scenari della società secolare.