Il ritorno di Francesco
di Giuseppe Masiero
Otto secoli fa Francesco, giovane brillante di Assisi, vagava tra Perugia, dove era stato prigioniero di guerra, e la sua città, alla ricerca di uno scopo e di un motivo convincente per essere felice. Dopo aver incontrato ed abbracciato un lebbroso, scopre finalmente un altro volto dell’umanità fino ad allora sconosciuto. Sarà il Crocifisso di San Damiano a chiamarlo per completare il suo viaggio interiore nel lavoro concreto di riparare la sua Chiesa.
Da questo momento Francesco, alla scuola esigente del Vangelo, con un numero crescente di frati percorre contrade e città d’Italia, seminando ovunque esperienze di fraternità, povertà, laboriosità e riconciliazione.
Lo stesso modello di autorità, allora così sacrale, viene radicalmente trasformato in “custodia” della comunità. I conventi che sorgono intenzionalmente alle periferie delle città comunali, spesso in aree povere e più facilmente accessibili a quanti vengono da fuori, sono guidati dal “guardiano” eletto dal Capitolo dei frati con una durata a termine. La pratica della democrazia, con Francesco, respira dell’evangelico amore fraterno e del generoso servizio ai fratelli, imprimendo così alla società operosa del suo tempo, molti secoli prima della Rivoluzione francese, un’autentica passione per la comunità e l’unità civile, spirituale e morale nell’Italia dei mille comuni. Una percezione, questa, avvertita specialmente con il Cantico delle creature, composto nel linguaggio nascente della lingua volgare e nell’incanto delle bellezze naturali che dipingono i paesaggi dell’intera Penisola.
È certamente per tutti questi molteplici atteggiamenti di sollecitudine per il nostro Paese che il poverello d’Assisi è stato scelto come Patrono d’Italia.
Se Francesco tornasse oggi, dove lo potremmo incontrare? In quale angolo o crocevia delle nostre città potrebbe sostare?
Da una società dei semafori dove tutti si predisponevano in pole position per immediatamente scattare all’apparire del verde, passata alla mobilità permanente delle rotatorie, San Francesco lo troveremmo ancora ai bordi delle strade e agli angoli delle piazze, con quanti non ce la fanno a tenere il ritmo veloce di una società competitiva alla ricerca incessante di standards sempre più elevati di benessere.
Delle rotatorie attrezzate per agevolare il traffico caotico ed inquinante, Francesco apprezzerà le aiuole fiorite, biglietto da visita di un’ospitalità gradevole da parte dei nostri centri abitati, ma andrà a cercare i lavavetri in fuga, frequenterà più facilmente stazioni, metropolitane ed aeroporti, per incrociare quella moltitudine di persone che trascorrono molto del loro tempo nel recarsi al lavoro –o nel cercarlo – in un mezzo pubblico. Questo santo universale che ha amato teneramente l’Italia, ci aiuterebbe a riconoscere dignità e a dare cittadinanza a quanti si sentono umanamente, economicamente e spiritualmente spiazzati. Nella società che abitiamo Francesco ci permetterebbe di leggere come “parabola” e segno del tempo, la condizione di nomadismo che tutti ci attraversa, dai rom che occupano gli interstizi marginali del tessuto urbano, ai connazionali che riducono case, palazzi e grattacieli a silenziosi dormitori, per vivere professionalmente ed affettivamente altrove.
Con il saluto-augurio di Pace e Bene, Francesco ci incoraggerebbe a vivere il passaggio da precari e vagabondi a cittadini e pellegrini, orientati verso la meta terrena di una convivenza pacifica e fraterna e l’approdo finale nel mondo “dei cieli nuovi e terre nuove”, da dove vegliano sulle vicende italiane i nostri Santi Patroni.
È tornata l’ora, accanto all’impegno, di una grande preghiera per l’Italia, come già fece proprio ad Assisi Giovanni Paolo II, il Papa polacco amante dell’Italia.