Il pianeta che non c’è
di Giorgio Bezze
Di fronte all’imperversare di questi giorni di violenze a sfondo sessuale compiute da minorenni su altri minorenni, di fronte ai comportamenti da parte di alcuni giovani di buone famiglie che esaltano l’ideologia nazista attraverso l’insulto e l’oltraggio ai luoghi della memoria, in cui milioni di esseri umani sono stati sacrificati in nome di una insulsa superiorità della razza, di fronte ad altri giovani che per non aver rispettato un segnale stradale di divieto, uccidono con la moto sulla pista ciclabile un bambino e passano ben cinque giorni prima che ammettano la loro responsabilità, si fa fatica a non cedere a facili giudizi sul mondo giovanile.
È facile leggere i giovani dentro a stereotipi dettati dagli ultimi fatti di cronaca e tacciare i giovani di brutalità e criminalità, pensandoli oramai irrecuperabili perché senza coscienza e senza la minima traccia di quello che erano i giovani di “un tempo” sempre migliori, a detta di tanti adulti, di quelli di adesso!
Ma noi educatori sappiamo che non esistono i giovani in generale, esiste invece il giovane pensato e visto dentro ad un contesto ben preciso, in una cultura e un territorio ben delimitati e con determinate possibilità e percorsi educativi.
Sappiamo che non esiste il mondo giovanile separato dal resto del mondo, non esiste il pianeta giovani, perché i giovani fanno parte, caso mai ci fosse, del pianeta degli adulti e del quale diventano le stelle più luminose sia nel bene che nel male.
Sbagliano perciò quegli adulti che non si sentissero in qualche modo coinvolti negli ultimi fatti di cronaca in cui sono protagonisti i giovani. Infatti, nell’incapacità di gestire gli affetti e i sentimenti, nella difficoltà di vivere con equilibrio la propria sessualità, nella difficoltà di accettare il diverso e il debole invocando un potere forte, nella mancanza di rispetto di regole e leggi a cominciare dai segnali stradali, ci sono dentro anche gli adulti di oggi.
Se i giovani arrivano a certi comportamenti molto spesso è perché non hanno avuto figure adulte, che abbiano saputo incidere fortemente sulla loro vita. Molti giovani sono lasciati troppo soli, senza alcun aiuto da parte di un adulto che li aiutasse a credere, non solo a parole, ma con le sue scelte concrete, al valore dell’amore sincero e puro, del sacrificio, dell’umiltà, del rispetto, della responsabilità della legalità e della legalità.
Per questo ogni adulto deve riconquistare quella coscienza educativa che gli spetta in quanto adulto e che invece tante volte, cerca di scaricare a cominciare dalla famiglia. Ogni adulto deve essere consapevole di questa responsabilità per mettersi maggiormente in ascolto dei giovani, e senza paura lasciarsi guidare nel suo agire dalla domanda che determina un’intenzionalità educativa non solo dell’individuo ma anche della società: quanto con il mio comportamento e linguaggio aiuto a crescere i giovani per il bene della collettività?