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Al di sopra delle nostre risorse morali

Le trasformazioni profonde, nella cultura e nel costume, intercorse dal 1968 ad oggi configurano in forme radicalmente diverse il rapporto tra educazione e bene comune. È stato detto che lo Stato moderno poggia ormai su «fragili convergenze», affidandosi ad un arco di valori che dovrebbero essere sostenuti da un consenso diffuso, rigorosamente separato, però, dalle fonti originarie che li hanno generati e che possono legittimarli e alimentarli. Mutilati delle loro radici, questi valori sono oggi per noi «come dei fiori recisi in un vaso» (P. Ricoeur), destinati a diventare, più che pericolose armi ideologiche, degli orpelli retorici inodori e insapori, ai quali la politica si affida stancamente quando si sente in debito d’ossigeno nei confronti del Paese, ma che non possono raccontare nulla intorno al giardino che li ha cresciuti o alle mani che li hanno coltivati.

Se oggi, mantenendo questa metafora, finissimo per liberarci anche del vaso che li accoglie, nell’illusione che ognuno possa riprendersi i propri fiori per custodirli come meglio crede, rinunciando a considerarli come un’indivisa eredità comune, saremmo di fronte ad una svolta ancora più radicale, che rischierebbe di alterare il profilo stesso del nostro essere insieme. Paradossalmente, nel momento in cui il dibattito sul bene comune si è purificato da accenti particolaristici e nazionalistici, e ha acquistato un respiro universale, anziché impegnarci a curare il nostro giardino, interrogandoci responsabilmente sulla possibilità di ospitarvi altre coltivazioni, ci ritroviamo a brandire un mazzo di fiori secchi e temiamo il confronto con altri giardini troppo diversi e forse troppo rigogliosi.

Con accenti analoghi, un altro autore, appartenente ad un diverso contesto, osserva che la nostra cultura occidentale ha ereditato dalla modernità principi alti e nobili in tema di diritti, di giustizia, di benevolenza; tuttavia «i principi elevati richiedono fonti forti» (Ch. Taylor), dipendono cioè da un’idea di bene a cui oggi non possiamo risalire percorrendo unicamente la strada della sensibilità individuale. Dinanzi a questa pretesa contraddittoria dobbiamo chiederci «se non stiamo vivendo al di sopra delle nostre risorse morali» (Ch. Taylor): è come se la società odierna non fosse più in grado di innalzarsi verso un orizzonte ideale, nel quale dichiara a parole di riconoscersi. Ma non si può viaggiare troppo a lungo in prima classe con un biglietto di terza: a risentirne è prima di tutto la credibilità di un progetto educativo condiviso, al quale viene a mancare un’organica e rigorosa pedagogia del bene comune, senza la quale è inutile cercare di nascondersi dietro vuote declamazioni retoriche o chiedere aiuto alle dottissime banalità del burocratese. Non basta un vaso di fiori recisi per surrogare un giardino smarrito, dove il coltivare è davvero impresa comune, che nasce dal concorso appassionante di generazioni in dialogo.

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