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Uno schiaffo al palazzo

di Eugenio Vite 

“Io non ho cercato per niente di entrare in politica, ci sono entrato fortuitamente attraverso una rottura di testa per un incidente di auto”. Se qualcuno pensa che sia uno stralcio di un’intervista ad un partecipante al V-Day promosso da Beppe Grillo, si sbaglia. È invece Giuseppe Dossetti che con un filo di ironia racconta la sua elezione a Vice-segretario della Democrazia Cristiana. In questi giorni si fa a gara a parlare di un comico che ha organizzato delle piazze, e a prevedere il futuro “politico” del “capo carismatico” e dei suoi seguaci. Si fa a gara a dividersi, e alla fine si finisce per “tifare”. Se tifo per Grillo, non tifo per i partiti, e viceversa. Né il sottoscritto, né questo sito, hanno la pretesa di partecipare alla gara in atto, semplicemente crediamo che insieme è possibile provare a leggere ciò che intorno accade.
Un evento di buon successo, come è stato il V-Day dell’8 settembre scorso, è senza dubbio un fatto di rottura e denuncia contro l’attuale classe politica italiana. Il fatto di per sé non sembra poi così epocale: una manifestazione in cui si lancia una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare è quasi all’ordine del giorno. Cosa potrebbe fare la differenza? Beppe Grillo. La risposta sembra sciocca, ma è proprio il suo status di uomo di spettacolo e di successo, ma anche di autore del blog più visitato in Italia, a rendere “evento” un “fatto”. La cosiddetta “crisi di rappresentanza” dei partiti politici in questi anni, ha diversi volti: uno di questi è il crollo della fiducia da parte dei cittadini nei confronti di queste organizzazioni. Senza fiducia non c’è legittimazione sostanziale, e ci si chiede che fine ha fatto in politica il verbo “rappresentare”. È proprio in questa frattura che si inserisce l’azione di Beppe Grillo. Di fatto intercetta (e da voce a) una richiesta di efficienza e trasparenza da parte dei cittadini, in un momento in cui è più che mai forte la percezione che questa domanda non ha risposte serie da parte della classe politica in carica. In un contesto di comunicazione estrema (grandi campagne elettorali e continui sondaggi da una parte, un blog e internet dall’altra) la partita a quanto pare si sta giocando proprio sulla fiducia.
Anche le proposte presenti nella legge di iniziativa popolare per cui si stanno raccogliendo le firme hanno una valenza “politica” e pongono delle domande. In particolare, c’è da sottolineare che per una delle tre proposte presenti, quella dell’elezione diretta dei parlamentari, è da poco tempo terminata la raccolta di firme per un referendum popolare. Anche in questo caso, ci si chiede se è più forte il grido di un comico o un istituto democratico come il referendum, e soprattutto perché?
L’ultimo post pubblicato da Grillo dal titolo “I Comuni ai cittadini” lancia l’invito a ogni gruppo territoriale (i meetup) che “può, se vuole, trasformarsi in lista civica per le amministrazioni comunali”. Il salto è importante e nella proposta c’è un particolare rilevante: “Le liste che aderiranno ai requisiti che pubblicherò sul blog tra qualche giorno avranno la certificazione di trasparenza “beppegrillo.it””. La legittimazione di queste liste civiche proverrà da Beppe Grillo stesso. Esiste già una rete di gruppi sul territorio che se vorranno presentarsi avranno la garanzia, a fronte dei requisiti richiesti, di un marchio: “beppegrillo.it”. Un’altra prova che è proprio sul piano della fiducia e della legittimazione da parte dei cittadini che si pone il problema. Alle costose campagne elettorali dei partiti, le liste civiche opporranno il marchio “beppegrillo.it”. Ma attenzione, siamo sempre sul piano del consenso.
Alla fine di ogni considerazione su queste cose viene da chiedersi cosa è la politica. È di certo una domanda grande, radicale, ma che esprime una richiesta di senso che va oltre il caos della situazione che viviamo. Credo che Grillo ha il grande merito di dare voce a delle richieste importanti, di mettere sul tavolo una questione ancora più importante, quella della rappresentanza. Ma la politica non è solo denuncia oppure recriminazioni nei territori. Per usare un gioco di parole, la politica ha un senso che deve andare oltre il “consenso”. Ed ecco che Giuseppe Dossetti, citato all’inizio, torna a indicarci una direzione: “La mia azione cosiddetta politica, è stata essenzialmente educatrice. […] I miei contrasti con quelli che comandavano allora sono stati non tanto contrasti di persone o di temperamenti, ma contrasti su questo aspetto necessario dell’azione politica come formazione della coscienza di un popolo”. La formazione della coscienza di un popolo, sembra tutto un altro discorso, ma non lo è. O almeno non dovrebbe esserlo.

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