Sfera pubblica e ragioni del dialogo
Il Documento preparatorio alla prossima Settimana Sociale dei Cattolici italiani, tra i molti spunti di riflessione che offre ne propone uno particolarmente decisivo: si tratta della questione della laicità politica e di come essa va interpretata nel tempo della post-secolarità. Al n. 23 infatti si legge: «Non si fatica a registrare una crisi della “laicità della modernità” perché incapace di offrire risposte sufficienti a questioni nodali: che relazione si dà tra valori morali di riferimento e la loro traduzione normativa, quali indicazioni elaborare per gestire la multiculturalità, come armonizzare in concreto le diverse e legittime pluralità di opinioni all’interno di un contesto politico unitario, quali istanze derivanti dalle diverse visioni culturali presenti all’interno di uno stesso paese devono entrare nella cosiddetta “ragione pubblica”» .
Mi pare che questo nodo sia decisivo almeno per tre ordini di questioni: a) tira in ballo il tema teorico-pratico del ruolo delle religioni (ed in particolare del cristianesimo) alla costruzione di una sfera pubblica realmente polifonica e dialogica; b) permette di ragionare sulle regole del gioco, a cui tutti gli attori del dibattito politico/sociale sono chiamati ad attenersi in materia di definizione di norme che riguardano la vita della comunità civile; c) sollecita l’attenzione sul carattere inclusivo che la legislazione dovrebbe mantenere (soprattutto per le materie eticamente sensibili) e, allo stesso tempo, sulla insufficienza del paradigma contrattualista quando si discute della struttura profonda della società e del futuro della natura umana.
Di fatto, continua il Documento, «lo Stato laico moderno ha potuto praticare il separatismo tra religione (sfera privata) e norma giuridica (sfera pubblica), perché tutti gli attori, nel momento in cui scendevano nell’arena pubblica, avevano comunque – credenti e non credenti – un comune riferimento di valori, quello della tradizione cristiana». È stato questo comune sostrato che ha garantito quella base sostanziale necessaria all’edificazione di una comunità solidale e fraterna. Oggi, tempo in cui l’insieme di legami pre-politici (la solidarietà tra estranei che sostiene e innerva il consorzio umano e lo lega alle istituzioni) e l’orizzonte assiologico sono profondamente mutati, non si può che guardare con una certa attenzione alla visione di laicità che uno Stato decide di far propria. L’indifferenza valoriale (dove il valore equivale a preferenza solamente individuale e privata), in cui spesso vediamo tradursi il dispositivo neutralista e separatista dello stato moderno, corre il rischio di far associare, nelle prassi che regolano la vita degli Stati e nello stesso senso comune, il valore – etico e metodologico – della democrazia con il relativismo: la democrazia rischia di diventare l’altro nome del mero proceduralismo e dell’agnosticismo morale.
A mio parere, in questa delicata fase della vita dell’Occidente, con i rischi e le perplessità che brevemente abbiamo sottolineato, si possono – come in altre fasi di passaggio della storia dell’umanità – ancora una volta trovare le risorse orientanti e normative affinché venga garantito veramente il bene comune nella sua accezione più larga e universalizzabile. Le condizioni non sono tante, ma necessitano di uno sforzo condiviso: a) tornare a coltivare un’idea alta di politica, che non separi da sé la molla ideale (utopica, se vogliamo) di un progresso umano legato ad un condivisibile progetto di vita buona; b) lavorare affinché il dibattito pubblico assuma i connotati del dialogo serio e non del conflitto tra parti reciprocamente sorde alle ragioni dell’altro; c) promuovere una riflessione condivisa su ciò che l’uomo è e su quale destino poggia il suo futuro; d) aver cura dell’alto valore civile delle istituzioni, promuovendo una nuova stagione di impegno a favore di una diffusa etica pubblica.
Ma, come ha indicato Papa Benedetto in occasione del Messaggio per la giornata mondiale della pace del 2007, vi è una condizione ancora più radicale che permette a quelle qui descritte di trovare significato e assumere reale rilevanza: «Accanto all’ecologia della natura c’è un’ecologia che potremmo dire ‘umana’, la quale a sua volta richiede un’‘ecologia sociale’» (n. 8). Questa ecologia della dimensione sociale è tale solo se basata su una concezione non ‘debole’ della persona umana e del suo bene.