di Marco Martorelli
L’analisi di Leonardo Becchetti, professore di Economia politica e relatore della prossima settimana sociale.
Il tema della prossima Settimana Sociale sarà il bene comune. Qual è, dal suo punto di vista di economista, un modo corretto di inquadrare il tema?
Credo occorra partire dal concetto stesso di bene comune, concetto su cui non c’è piena convergenza, bensì è aperto un dibattito. Per alcuni – a partire da Jeremy Bentham – il bene comune è la somma del benessere dei singoli, mentre altri – pensatori cattolici, ma anche laici come John Rawls – hanno un’idea distributiva del bene comune: per questi la qualità di una società si misura sul benessere degli ultimi, dei meno abbienti.
Non basta l’economia, che pure è importante, per dare una valutazione del benessere, che è determinato da fattori materiali ed immateriali, poiché l’emergenza dei nostri giorni sta nella sostenibilità sociale e relazionale di scelte economiche – individuali e sociali – spesso schizofreniche.
Guardando i dati Istat sulle politiche a favore della famiglia in Italia, si nota la difficoltà nel nostro Paese ad investire nella vita relazionale, vita già di per sé insidiata dalla frenesia dei tempi lavorativi e dall’imporsi di uno svago non relazionale o pseudo relazionale (penso ad esperienze “virtuali” come Second Life).
Oltre all’emergenza ambientale del Global warming, il riscaldamento globale – su cui giustamente si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica – è necessario affrontare un’altra emergenza, non meno drammatica: il gelo della vita relazionale. Il raffreddamento dei rapporti umani, con la diminuzione della socialità (testimoniata da indicatori come l’alta astensione al voto), porta inevitabilmente – essendo l’uomo un “animale sociale” – ad una minore felicità e quindi ad un minore benessere.
Viene a mente la questione cruciale del rapporto tra individuo e comunità.
Questo rapporto è effettivamente il nodo su cui la possibilità di un “bene comune” si pone in modo concreto. Se si mette l’accento sulla mera crescita economica, si corre il rischio di perdere di vista quella sostenibilità relazionale e sociale a cui ho fatto riferimento. E quando parlo di sostenibilità mi riferisco ad un equilibrio tra lavoro, tempo libero e tempo dedicato alle relazioni – come quelle familiari – che consenta alla persona una vita non schizofrenica. Tanto più che è ormai accertato che la potenzialità economica del singolo dipende dalla qualità della sua vita relazionale: una persona che dispone di “capitale sociale e relazionale” ha una maggiore disponibilità all’impegno lavorativo. Va detto che l’intuizione di tale potenzialità è indubbiamente venuta dal pensiero cristiano, che si è sempre caratterizzato per una forte attenzione per la promozione della socialità.
Il welfare state, è lo strumento con cui nel Novecento le democrazie europee hanno tentato di sostenere e promuovere il benessere. Alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni lo stato sociale sembra inadeguato e necessita di essere ripensato. Come, secondo lei?
Credo che la parola chiave sia sussidiarietà, necessaria per passare da una dimensione burocratica dello Stato somministratore di servizi ad un’organizzazione che tenga conto dell’aspetto relazionale, della interazione tra fornitore e fruitore delle prestazioni. La sussidiarietà è il metodo che consente di dare fioritura alla società civile, promuovendo le organizzazioni che, “dal basso”, si danno una mission di assistenza sociale. L’autorganizzazione, a differenza dell’impostazione del welfare classico, elimina la distanza tra fornitore e fruitore di servizi, promuove l’inclusione e la prossimità e, se ben operante, rende il fruitore stesso protagonista: ad esempio mi piace ricordare l’esperienza di alcune mense nel mondo che si pongono come obiettivo di trasformare una parte degli utenti in cooperativa in grado di gestire in futuro il lavoro di gestione e preparazione dei pasti.
Passando dal livello locale a quello globale, qual è – a suo avviso – il ruolo che possono giocare le istituzioni economiche internazionali in un quadro nuovo e caratterizzato da una così forte interdipendenza?
Il problema delle istituzioni internazionali – siano esse economiche o meno – è di governance: è ormai fortemente sentito un deficit di democrazia nella gestione di queste organizzazioni, improntate ad una logica di controllo dall’alto verso il basso. Colgo segnali positivi nella Banca Mondiale, nella quale si stanno avviando – in alcuni progetti di sviluppo – processi di coinvolgimento delle realtà locali, ma la strada da fare è molta, soprattutto nel coinvolgimento delle ONG. L’esempio del microcredito ci insegna il valore della competitività tra organizzazioni nella cooperazione allo sviluppo, ferma restando la necessità di un ruolo forte delle istituzioni internazionali soprattutto a garanzia dell’equilibrio macroeconomico.
Riprendiamo, infine, il tema dell’ambiente a cui lei ha precedentemente fatto riferimento. È possibile inquadrare un bene comune anche rispetto alle sfide ecologiche?
Il mondo cattolico è stato per lungo tempo restio a prendere fino in fondo coscienza delle questioni ambientali. Ciò a causa dell’esasperazione di una, pur lodevole, impostazione di pensiero basata sulla centralità dell’essere umano – anche in contrasto con gli eccessi dell’eco-centrismo ecologista. Ma questa resistenza è ormai diffusamente superata e si è compreso che affrontare le questioni ambientali in un’ottica cristiana equivale a promuovere la stessa salute della persona, nonché una certa equità inter-generazionale (che mondo lasceremo alle generazioni future?). Penso ad esempio all’impegno che Banca Etica (da sempre vicina alla sensibilità cristiana e impegnata nella costruzione di un’economia al servizio della persona) sta portando avanti nella promozione dell’energia fotovoltaica e del miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni nel nostro Paese, ma anche alla rinnovata attenzione con cui l’associazionismo cattolico sta lavorando alla formazione nei giovani di una matura coscienza ambientale.