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Archivio di settembre 2007

Campagna del Millennio

lunedì 17 settembre 2007
Questa settimana segnaliamo il sito e l’iniziativa della “Campagna del Millennio” delle Nazioni Unite: http://www.millenniumcampaign.it

Nel 2000, adottando la Dichiarazione del Millennio, 189 leader mondiali si sono impegnati ad eliminare la povertà estrema. Lo hanno fatto impegnando i propri governi a raggiungere 8 Obiettivi concreti entro il 2015: dimezzare la povertà estrema e la fame; raggiungere l’istruzione primaria universale, promuovere l’uguaglianza di genere, diminuire la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere l’HIV/AIDS, la malaria e le altre malattie, assicurare la sostenibilità ambientale, sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo.

I paesi poveri si sono impegnati:

• a promuovere riforme a livello nazionale
• ad incanalare gli aiuti per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
• a migliorare la governance ed eliminare la corruzione

I paesi ricchi si sono impegnati a

• incrementare l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) – sino a portare allo 0,7 la percentuale del prodotto interno lordo (PIL) destinata all’APS
• migliorare la qualità degli aiuti, per esempio mettendo al centro l’Africa Sub-Sahariana
• investire in servizi sociali di base
• eliminare distorsioni quali l’aiuto legato che favorisce le imprese del paese donatore anziché aiutare a far crescere le strutture locali
• promuovere la cancellazione del debito
• adottare regole di scambi commerciali internazionali eque, fondate su principi di giustizia, affinché il Round di Doha mantenga le promesse di sviluppo a beneficio dei paesi poveri

A che punto siamo
A 6 anni dalla firma della Dichiarazione, non tutti gli obiettivi intermedi sono stati raggiunti. Ogni anno 10,7 milioni di bambini muoiono prima di compiere 5 anni ed oltre un miliardo di persone vive in assoluta miseria con meno di un dollaro al giorno. Al contempo, i negoziati di Doha sul commercio internazionale sono bloccati e per molti paesi ricchi l’incremento dell’aiuto pubblico allo sviluppo è ancora lontano dalla promessa di raggiungere lo 0,7% del PIL.

Invertire al tendenza
Per invertire la tendenza, e raggiungere gli Obiettivi del Millennio, serve una rinnovata volontà politica, nello spirito di partenariato che caratterizza la Dichiarazione del Millennio dove sia i paesi ricchi che i paesi poveri assumono responsabilità precise.
Per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di questo patto tra Sud e Nord del mondo e ricordare ai governi gli impegni assunti, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha lanciato, nel 2002, la Campagna del Millennio “No excuse 2015”.

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente
Questo mese: “O con Dio o con gli uomini?”

L’Azione Cattolica si stringe attorno a mons. Lambiasi

venerdì 14 settembre 2007

di Luigi Alici

Mons. Francesco Lambiasi inizia il suo ministero quale Vescovo di Rimini e cessa il suo servizio quale Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana, iniziato il 5 febbraio 2001. Sabato 15 settembre 2007, alle ore 17, a Rimini, in Piazza Cavour, ci sarà l’incontro con le autorità civili e alle ore 18, nella Basilica cattedrale, la Santa messa solenne e la lettura della Bolla papale di nomina. Il pullman dell’Ac, che porterà la delegazione della Presidenza nazionale, insieme a collaboratori centrali, dipendenti e amici, ospiterà in realtà migliaia di ragazzi, giovani, adulti. Persone, non individui; nel mistero cristiano della comunione, che il vincolo associativo cerca di servire, promuovere, consolidare, se si tira il filo della vita di una persona emerge un gomitolo benedetto di incontri, di relazioni, di storie comuni, di progetti; di campi scuola, di assemblee, di ritiri spirituali, di liturgie, di vocazioni accolte e condivise. Saremo tutti, idealmente, anzi spiritualmente, in viaggio verso Rimini su quel pullman, alimentato con carburante raro e potentissimo, fatto di una miscela speciale di grazia e gratitudine.

In questi anni, mons. Lambiasi ha accompagnato l’associazione in un periodo intenso di novità, dal quale sono nati l’aggiornamento dello Statuto, un nuovo Progetto formativo, l’evento di Loreto, e quindi tutti i passi compiuti in questo triennio per consolidare e sviluppare quelle scelte, a cominciare dai nuovi Itinerari formativi. La grande famiglia associativa ha potuto sperimentare la sua appassionata e discreta compagnia spirituale, direttamente, grazie a centinaia di spostamenti per incontri, assemblee, meditazioni, ritiri, celebrazioni, e indirettamente attraverso la sua parola, il suo insegnamento, i suoi libri (quanti libri don Francesco ci ha donato in questi anni!). Nell’ultimo di questi, appena uscito e intitolato Esercizi di fede. Lectio divina sulla Lettera ai Romani, leggiamo: “Il quotidiano, con le sue monotonie e i suoi duri imprevisti, il quotidiano oscuro e spesso pesante, il quotidiano vissuto nella fedeltà e insieme nella disponibilità alle sorprese della grazia: questo è il luogo preferito dal Signore per allenarci a compiere la sua volontà”.

Ognuno di noi ricorderà al Signore il dono che il nostro Assistente in questi anni ci ha fatto con accenti personalizzati e custoditi gelosamente nel cuore. Ma il timbro comune di questi ricordi lo si può in un certo senso riassumere proprio in quelle parole: essere docili, nella fedeltà al quotidiano, alle sorprese della grazia. Una docilità, però, mai passiva, rassegnata, abitudinaria, ma continuamente vivificata dal pungolo dell’evangelizzazione, dell’annuncio, della ricerca e della riscoperta della fede. Proprio nel momento in cui l’Azione Cattolica s’impegna a rileggere e attualizzare la “scelta religiosa”, questa consegna resta per noi dono e compito, impegno e promessa. L’apostolato nella essenzialità viva e dinamica che nasce dal Vangelo: questo è il messaggio che mons. Lambiasi ci affida. Potremmo anche dirlo con le parole di Georges Bernanos: “L’apostolato è l’interiorità che affiora”.

Il servizio per “abitare la fede”

giovedì 13 settembre 2007

I giovani del servizio civile

Si è concluso in questi giorni il progetto triennale “Il servizio civile dei giovani per i giovani”, nato dalla collaborazione tra l’Azione Cattolica Italiana e la Caritas Italiana, il cui obiettivo caratterizzante era la promozione tra i giovani dell’esperienza del nuovo Servizio Civile Volontario nato dalla legge 64/2001. Il progetto “pilota” con sede di attuazione a Roma, si proponeva come modello da esportare nelle diocesi italiane. Formazione, servizio alla persona e promozione i pilastri sui quali è stato costruito.

L’esperienza vissuta in questi anni ci ha mostrato come formazione e servizio si arricchiscano a vicenda in un circolo virtuoso nel quale, attraverso l’incontro con l’altro, ciascuno è aiutato nel prendere forma e in questo divenire se stessi il servizio diventa uno stile di vita contrassegnato dal dono di sé; un’esperienza dunque di crescita umana e spirituale: “L’incontro con il povero è incontro con il Signore Gesù” (Progetto Formativo cap. 6). Con questa consapevolezza l’Azione Cattolica ha indicato il servizio tra gli strumenti per la formazione dei giovani e giovanissimi perché è un “apprendistato di dedizione e gratuità per far loro scoprire il valore di questo modo di vivere e per orientarli a compiere scelte personali in questo senso” (PF cap.6).

La fede che diventa vita è il denominatore comune del vissuto di noi giovani che in questi tre anni ci siamo messi al servizio dei poveri e, nel caso del terzo progetto, delle nostre diocesi scoprendo talenti da far fruttare, situazioni di emarginazione non molto lontane dalle nostre case e parrocchie e realtà da far incontrare per dare risposte più efficaci ai bisogni del territorio.
A conclusione del Progetto non possiamo che condividere e sostenere le ragioni dell’impegno che l’Azione Cattolica ha assunto fino ad oggi e che continuerà ad assumere nel futuro individuando nuove forme per permettere che l’esperienza del servizio, e in particolare del servizio civile, diventi patrimonio delle singole diocesi affinché altri giovani nell’incontro con i poveri maturino atteggiamenti di umiltà, di solidarietà e di vera carità che sono gli ingredienti essenziali per la vita cristiana.

Cartoline dall’orrore

martedì 11 settembre 2007

11/9/2001 – 11/9/2007

Ci furono 2.974 vittime, oltre ai 19 dirottatori: 246 sui 4 aerei precipitati (nessun sopravvissuto tra le persone a bordo); 2.603 a New York City nelle torri e per strada; 125 al Pentagono a Washington.
Tra i morti, 343 pompieri del New York City Fire Department, 23 agenti del New York City Police Department. (…) Altre 24 persone rimangono censite come scomparse.

(da en.wikipedia.org)

All’elenco dei nomi delle vittime, che saranno scanditi nella commemorazione, sarà però aggiunto quello di Felicia Dunn-Jones, morta cinque mesi dopo gli attentati a causa delle polveri tossiche respirate quella mattina. A New York sarebbero quasi 10mila i “morti viventi” che hanno subito danni irreversibili ai polmoni.

(da city.it)

Il 20 marzo 2003 truppe di Usa, Gb, Australia, Polonia e Danimarca invasero l’Iraq. Da allora, secondo il ministero della Sanità iracheno, i morti sono stati tra i 100 e i 150mila, 78mila dei quali civili. I morti americani sono 3.748; 169 i britannici, 33 gli italiani (in Iraq dall’aprile 2003). Le truppe Usa sul campo sono 168mila; 36mila sono giunte a gennaio. I profughi iracheni sono 2,2 milioni, gli sfollati 1,7 milioni. La guerra costa agli Usa oltre 10 miliardi di dollari al mese.

(fonti Bbc, Iraq Body Count, Onu)

Crolli degli edifici a New York hanno generato un’immensa nube di detriti contenenti centinaia di composti tossici (amianto, mercurio, piombo, ecc.) che ha investito buona parte della punta Sud dell’isola di Manhattan, causando un grave inquinamento ambientale, i cui particolari sono stati resi noti al grande pubblico solo a distanza di circa quattro anni dall’evento. Fino a quel momento le agenzie governative statunitensi avevano sottovalutato o nascosto il rischio ambientale, forse allo scopo di non causare ulteriore panico e di rendere più spediti i soccorsi, lo sgombero delle macerie, il ripristino delle normali attività della città così gravemente ferita.
Anche parte della facciata del Pentagono colpita fu danneggiata e crollò: la circostanza che la facciata colpita (situata al lato opposto di quella occupata dai più alti funzionari e ufficiali) fosse stata appena sottoposta a lavori di ristrutturazione – e che pertanto era ancora sottoutilizzata e semivuota – ridusse di parecchio il numero di vittime che l’impatto avrebbe potuto causare se avesse colpito una delle altre quattro facciate del grande edificio.

In bocca al lupo, Scuola

martedì 11 settembre 2007

di Nisia Pacelli

Suona la campanella per mezzo milione di studenti che in questi giorni ritornano tra i banchi di scuola. E che rientro! Ce n’è per tutti: obbligo scolastico, prof. fannulloni, tabelline e tempo pieno…
È un ritorno all’essenziale, secondo il Ministro Fioroni, che nel presentare le Nuove Indicazioni per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione si pone in netta polemica con la morattiana scuola delle tre i-internet,inglese,impresa.
Superata la scuola dei programmi (ora semplici canovacci) si passa a quella delle competenze: cosa sapranno e sapranno fare al termine di ogni segmento scolastico, perché la sfida del terzo millennio sarà quella di aiutare lo studente nel maturare la capacità di “imparare ad apprendere” per costruire e trasformare saperi nuovi e vecchi, incalzati dall’evoluzione sempre più rapida delle conoscenze.

La scuola del futuro, dunque, dovrà fornire agli studenti la capacità di imparare a progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere i problemi, individuare collegamenti e relazioni e acquisire ed interpretare le informazioni. Competenze che saranno curate dai professori di tutte le materie. La scuola del presente, intanto,è quella che vede annualmente 19.000 studenti in fuga dalle scuole superiori di II grado dopo il primo anno di studi, 890.000 giovani senza diploma superiore (1 su 5 è senza licenza media), l’incremento del 18,1% di studenti stranieri senza un aumento consistente e proporzionale delle immissioni in ruolo dell’organico docente.

Ben venga, allora, l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 16 anni se, e solo se, rappresenta davvero un’opportunità in più per tutti, capace di valorizzare soprattutto quegli studenti maggiormente in difficoltà, di offrire loro la possibilità di guardare al futuro a testa alta e di affacciarsi al mondo del lavoro con una speranza fondata. In nessun modo, l’obbligo scolastico deve diventare lo spauracchio mediatico contro la dispersione scolastica, almeno non l’unico.
L’emorragia studentesca che vede tristemente protagonista la nostra scuola non può essere affrontata esclusivamente con interventi legislativi e, soprattutto, da un’unica agenzia educativa: sappiamo che dietro ogni abbandono c’è una storia che coinvolge almeno uno, se non tutti, dei seguenti fattori: la famiglia, il contesto sociale, l’inserimento problematico nel gruppo classe e nella relazione con i docenti, etc. La complessa gestione di tutte queste variabili chiede la partecipazione di numerose professionalità, interventi collegiali e mediati, la nascita di una rete per accompagnare la crescita dei giovani in difficoltà, per sostenere la fatica del percorso di studi e per assicurare il successo formativo. Diversamente, della scuola non resteranno che i comunicati stampa…

Sono stati giorni d’intenso dibattito mediatico, in particolare, dopo la presentazione delle “Disposizioni urgenti per assicurare l’ordinato avvio dell’anno scolastico 2007/2008”. Si sono sprecate parole sulla “linea dura” adottata dal Ministro Fioroni contro i prof. fannulloni e contro i privatisti alla maturità. È stato reintrodotto il tempo pieno alla scuola primaria ed è ritornata l’ammissione agli esami di terza media, cancellata dall’accavallarsi di norme diverse non adeguatamente coordinate.
Interventi importanti, un po’ disorganici ( proverbiale è, ormai, il “cacciavite” di Fioroni!), a volte in contraddizione. Ad esempio, si ripristina il tempo pieno ma in Luglio sono stati tagliati gli organici, si parla di rigore ma si introducono provvedimenti aperti all’arbitrio in materia disciplinare per i docenti e studenti (a breve saranno emanate anche le modifiche che inaspriscono le sanzioni disciplinari previste dallo Statuto delle Studentesse e degli Studenti).
Intanto, l’anno scolastico è iniziato. Tanti studenti sono pronti (più o meno) per incominciare questa nuova avventura. Tanti docenti volenterosi e mal pagati sono pronti (più o meno) per dedicare energie e passione ad altrettanti studenti un po’ bulli e un po’ sgobboni. A tutti uno scaramantico “in bocca al lupo” perché, infondo, il carrozzone della scuola va avanti da sé!

Suffragio variabile

lunedì 10 settembre 2007

Metti caso che all’improvviso si dovesse votare…
Ultimamente il tema della riforma elettorale è sempre più all’ordine del giorno. Ma non riguarda solo il nostro Paese: anche in sede UE se ne discute seriamente …

L’Italia rischia di essere il massimo perdente fra gli Stati membri dell’Ue che si vedranno ridurre il numero di eurodeputati, secondo una bozza di riforma della composizione dell’Assemblea di Strasburgo elaborata del francese Alain Lamossoure (Ppe) e dal rumeno Adrian Severin (Pse). La proposta con le nuove cifre sui seggi di ogni paese, che dovrebbe essere presentata ufficialmente l’11 settembre e votata dalla Plenaria un mese dopo, l’11 ottobre, ha cominciato a circolare oggi, e prevede che l’Italia perda sei europarlamentari, passando dagli attuali 78 a 72. Perdono seggi anche tutti gli altri grandi paesi, tranne la Spagna (che nel sistema attuale era penalizzata a Strasburgo, ma ampiamente compensata nel meccanismo di voto ponderato in Consiglio Ue). La Gran Bretagna perderebbe cinque seggi, passando da 78 a 73, la Francia ne avrebbe quattro in meno (da 78 a 74) e la Germania tre (da 99 a 96). L’Italia, in altre parole, perderebbe l’attuale condizione di parità con Francia e Gran Bretagna. Lo stesso accadrebbe alla Polonia rispetto alla Spagna: gli eurodeputati polacchi passerebbero infatti dagli attuali 54 a 51, mentre gli iberici resterebbero 54. La nuova ripartizione prenderebbe maggiormente in conto il dato della popolazione di ogni paese, cercando di migliorare il rapporto proporzionale con il numero di europarlamentari, pur dovendo rispettare i rigidi paletti già decisi dal Consiglio europeo, secondo i quali il numero totale dei seggi di Strasburgo dovrà essere ridotto dagli attuali 785 a 750, il paese più popoloso non dovrà avere più di 96 deputati e il più piccolo non meno di sei.

(Apcom, 6/9/07)

A poco più di un anno dal voto per le Presidenziali, anche gli USA sono vigili in proposito, soprattutto per evitare spiacevoli intoppi…

Non andrà in carcere una donna che ha fatto votare il cane alle ultime elezioni. Jane Balogh, una elettrice di Seattle, aveva iscritto di proposito il suo cagnolino Duncan nelle liste elettorali per dimostrare quanto fosse facile votare per coloro che non ne avevano diritto. Ma la trovata non era piaciuta alle autorità che l’avevano incriminata. La donna rischiava tre mesi di carcere. Ma un giudice ha deciso che Jane Balogh potrà cavarsela con una multa di 250 dollari se non ripeterà in futuro la sua protesta.
Dopo che la vicenda era emersa la donna aveva ancora ricevuto per due successive elezioni locali una scheda per il cane. “Una volta che si è iscritti nelle liste elettorali non è facile eliminare il nominativo”, aveva spiegato un funzionario locale.

(ANSA, 7/9/2007)

Una città da costruire a misura di giovani

lunedì 10 settembre 2007

di Simone Esposito

Come stonano le parole vuote (“i giovani al centro”, “dare un futuro ai giovani”, “sostenere i giovani”) che vengono ogni santo giorno dalle bocche della politica in confronto all’incontro di papa Benedetto XVI con i ragazzi di Loreto. Una lezione esemplare, quella del vecchio pontefice spesso accusato di essere freddo e incapace di comunicare, al contrario del suo predecessore. Ha ascoltato con attenzione le domande di tre giovani e poi ha risposto a braccio, rifiutando categoricamente di leggere dal foglio già preparato.

Ha ascoltato le parole di ragazzi alle prese con i problemi di città che sono sempre più periferia e sempre meno comunità, ragazzi che lottano contro la precarietà del lavoro e del senso della vita. E non si è tirato indietro nella replica, puntando in alto nelle mete proposte: «Uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune». Un invito a non avere «paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo».

Una lezione esemplare, dicevamo. Centinaia di migliaia di ragazzi da tutta Italia l’hanno ascoltata dal vivo, nella piana di Loreto. Ma è agli adulti che ci sentiamo di rilanciarla. Basta con le chiacchiere: c’è una sfida da raccogliere. In tempi di grandi dibattiti sul “patto tra le generazioni” in una società che invecchia rapidamente, c’è una città da costruire a misura di giovani. Farlo tocca alla classe politica, di maggioranza e di opposizione, chiamata urgentemente a concretizzare i tanti proclami in occasioni vere di sviluppo e di riscatto sociale. Tocca alle nostre parrocchie, alle comunità, alle aggregazioni, troppo spesso non abbastanza accoglienti, e affaticate nel mostrare quel volto di Chiesa gioioso e affascinante che abbiamo visto all’incontro con il papa. Suggeriamo di cominciare puntando su quelli ritornati da Loreto, e sui loro tanti coetanei che per questo nostro Paese hanno sogni, idee e coraggio da vendere. Ma hanno bisogno che ci sia qualche adulto che, per davvero, quel coraggio lo voglia comprare.

Atlanti

domenica 9 settembre 2007
  • Dal vocabolario:

Atlante: Raccolta sistematica di carte geografiche per consultazione e studio; si distinguono, a seconda del particolare carattere delle carte: atlante geografico, atlante storico, atlante linguistico.
Per estensione, ogni raccolta di tavole figurate di grande formato (talvolta anche non figurate): a.anatomico, botanico, celeste
.”
Il nome “Atlante” deriva dal titolo dato alla raccolta di carte geografiche (1595) del cartografo fiammingo Mercatore, per la figura del gigante Atlante rappresentata sul frontespizio).

  • Atlanti di mondi immaginari

Tlon, Uqbar, Orbis Tertius Racconto di J.L.Borges in Finzioni. Una confraternita segreta ha lo scopo di inventare un pianeta, Tlon, attraverso la redazione di una grande enciclopedia in quaranta volumi, che ne tratta tutti gli aspetti: la geografia, la storia, la filosofia, la lingua. L’operazione è finanziata da un milionario americano, che “vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo“. L’enciclopedia dovrà poi essere riscritta nella lingua di Tlon. Quando l’enciclopedia viene ritrovata, il mondo artificiale incomincia a contaminare il mondo reale.

Il contatto con Tlon, l’assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo. Incantata dal suo rigore, l’umanità dimentica che si tratta di un rigore di scacchisti, non di angeli. E’ già penetrato nelle scuole l’idioma primitivo (congetturale) di Tlon; e l’insegnamento della storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia: già, nelle memorie, un passato fittizio occupa il luogo dell’altro, di cui nulla sapevamo con certezza… neppure se fosse falso. Sono state riformate la numismatica, la farmacologia e l’archeologia. Suppongo che la biologia e la matematica attendano anch’esse il proprio avatar… Una sparsa dinastia di solitari ha cambiato la faccia del mondo. I lavori continuano. Se le nostre previsioni non errano, tra un centinaio d’anni qualcuno scoprirà i cento volumi della seconda Encyclopaedia di Tlon. Allora spariranno dal pianeta l’inglese e il francese e il semplice spagnolo. Il mondo sarà Tlon.

  • Atlanti di mondi reali

L’atlante di: Il mondo Un continente Uno Stato Una regione Una città Un palazzo Casa mia Un armadio Ma anche atlanti di: Il corpo umano Un’automobile Un aeroporto Atlanti di entità concettuali
Atlanti di: Una organizzazione Un sistema filosofico Il sapere umano Atlanti di mondi virtuali
Atlanti di: Il world wide web I miei archivi dentro il computer Knowledge portals
A che cosa serve un Atlante?
Atlante: rappresentazione, modello o strumento?
Esempio: a che cosa serve la mappa di una città?

  • Per trovare la strada per andare da qui a un certo posto. Come in un GPS. Evidenziazione dell’itinerario, come nelle mappe della metropolitana di Londra
  • Per trovare i mezzi pubblici per andare in un certo posto. E’ una variante di quanto sopra.
  • Per vedere i punti interessanti nell’intorno di un certo posto. In questo caso, la mappa deve evidenziare i punti interessanti, magari in 3D, come la mappa di Venezia.
  • Punti interessanti cliccabili, come in Venezia.
  • Mappe tematiche:monumenti alberghi ristoranti uffici pubblici

C’è un potere ingannatore delle mappe
Every map has an author, a subject, a theme
Maps construct – not reproduce – the world

Anselmo Grotti
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Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente
Questo mese: “O con Dio o con gli uomini?”

Economia e persona

venerdì 7 settembre 2007

di Marco Martorelli

L’analisi di Leonardo Becchetti, professore di Economia politica e relatore della prossima settimana sociale.

Il tema della prossima Settimana Sociale sarà il bene comune. Qual è, dal suo punto di vista di economista, un modo corretto di inquadrare il tema?

Credo occorra partire dal concetto stesso di bene comune, concetto su cui non c’è piena convergenza, bensì è aperto un dibattito. Per alcuni – a partire da Jeremy Bentham – il bene comune è la somma del benessere dei singoli, mentre altri – pensatori cattolici, ma anche laici come John Rawls – hanno un’idea distributiva del bene comune: per questi la qualità di una società si misura sul benessere degli ultimi, dei meno abbienti.
Non basta l’economia, che pure è importante, per dare una valutazione del benessere, che è determinato da fattori materiali ed immateriali, poiché l’emergenza dei nostri giorni sta nella sostenibilità sociale e relazionale di scelte economiche – individuali e sociali – spesso schizofreniche.
Guardando i dati Istat sulle politiche a favore della famiglia in Italia, si nota la difficoltà nel nostro Paese ad investire nella vita relazionale, vita già di per sé insidiata dalla frenesia dei tempi lavorativi e dall’imporsi di uno svago non relazionale o pseudo relazionale (penso ad esperienze “virtuali” come Second Life).
Oltre all’emergenza ambientale del Global warming, il riscaldamento globale – su cui giustamente si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica – è necessario affrontare un’altra emergenza, non meno drammatica: il gelo della vita relazionale. Il raffreddamento dei rapporti umani, con la diminuzione della socialità (testimoniata da indicatori come l’alta astensione al voto), porta inevitabilmente – essendo l’uomo un “animale sociale” – ad una minore felicità e quindi ad un minore benessere.

Viene a mente la questione cruciale del rapporto tra individuo e comunità.

Questo rapporto è effettivamente il nodo su cui la possibilità di un “bene comune” si pone in modo concreto. Se si mette l’accento sulla mera crescita economica, si corre il rischio di perdere di vista quella sostenibilità relazionale e sociale a cui ho fatto riferimento. E quando parlo di sostenibilità mi riferisco ad un equilibrio tra lavoro, tempo libero e tempo dedicato alle relazioni – come quelle familiari – che consenta alla persona una vita non schizofrenica. Tanto più che è ormai accertato che la potenzialità economica del singolo dipende dalla qualità della sua vita relazionale: una persona che dispone di “capitale sociale e relazionale” ha una maggiore disponibilità all’impegno lavorativo. Va detto che l’intuizione di tale potenzialità è indubbiamente venuta dal pensiero cristiano, che si è sempre caratterizzato per una forte attenzione per la promozione della socialità.

Il welfare state, è lo strumento con cui nel Novecento le democrazie europee hanno tentato di sostenere e promuovere il benessere. Alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni lo stato sociale sembra inadeguato e necessita di essere ripensato. Come, secondo lei?

Credo che la parola chiave sia sussidiarietà, necessaria per passare da una dimensione burocratica dello Stato somministratore di servizi ad un’organizzazione che tenga conto dell’aspetto relazionale, della interazione tra fornitore e fruitore delle prestazioni. La sussidiarietà è il metodo che consente di dare fioritura alla società civile, promuovendo le organizzazioni che, “dal basso”, si danno una mission di assistenza sociale. L’autorganizzazione, a differenza dell’impostazione del welfare classico, elimina la distanza tra fornitore e fruitore di servizi, promuove l’inclusione e la prossimità e, se ben operante, rende il fruitore stesso protagonista: ad esempio mi piace ricordare l’esperienza di alcune mense nel mondo che si pongono come obiettivo di trasformare una parte degli utenti in cooperativa in grado di gestire in futuro il lavoro di gestione e preparazione dei pasti.

Passando dal livello locale a quello globale, qual è – a suo avviso – il ruolo che possono giocare le istituzioni economiche internazionali in un quadro nuovo e caratterizzato da una così forte interdipendenza?

Il problema delle istituzioni internazionali – siano esse economiche o meno – è di governance: è ormai fortemente sentito un deficit di democrazia nella gestione di queste organizzazioni, improntate ad una logica di controllo dall’alto verso il basso. Colgo segnali positivi nella Banca Mondiale, nella quale si stanno avviando – in alcuni progetti di sviluppo – processi di coinvolgimento delle realtà locali, ma la strada da fare è molta, soprattutto nel coinvolgimento delle ONG. L’esempio del microcredito ci insegna il valore della competitività tra organizzazioni nella cooperazione allo sviluppo, ferma restando la necessità di un ruolo forte delle istituzioni internazionali soprattutto a garanzia dell’equilibrio macroeconomico.

Riprendiamo, infine, il tema dell’ambiente a cui lei ha precedentemente fatto riferimento. È possibile inquadrare un bene comune anche rispetto alle sfide ecologiche?

Il mondo cattolico è stato per lungo tempo restio a prendere fino in fondo coscienza delle questioni ambientali. Ciò a causa dell’esasperazione di una, pur lodevole, impostazione di pensiero basata sulla centralità dell’essere umano – anche in contrasto con gli eccessi dell’eco-centrismo ecologista. Ma questa resistenza è ormai diffusamente superata e si è compreso che affrontare le questioni ambientali in un’ottica cristiana equivale a promuovere la stessa salute della persona, nonché una certa equità inter-generazionale (che mondo lasceremo alle generazioni future?). Penso ad esempio all’impegno che Banca Etica (da sempre vicina alla sensibilità cristiana e impegnata nella costruzione di un’economia al servizio della persona) sta portando avanti nella promozione dell’energia fotovoltaica e del miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni nel nostro Paese, ma anche alla rinnovata attenzione con cui l’associazionismo cattolico sta lavorando alla formazione nei giovani di una matura coscienza ambientale.

Sicurezza e solidarietà, una sfida da vincere

venerdì 7 settembre 2007

di Giuseppe Masiero

Dopo un’estate funestata dagli incendi, insanguinata dalle azioni criminose della ’ndrangheta, riapparsa in maniera arrogante sullo scenario europeo, al ritorno nelle nostre città abbiamo trovato i sindaci-sceriffi, determinati a garantire la sicurezza dei cittadini con metodi assai energici. Nel tessuto civile, nella convivenza quotidiana dei territori, specialmente urbani del nostro Paese, si sono insediate da tempo molteplici forme di illegalità, a volte tollerate, ma spesso subite con disagio, che possono raggiungere toni aggressivi e di autodifesa estrema.
Le soluzioni semplici a problemi complessi non si improvvisano, si è tentato comunque di ricorrere a facili scorciatoie che possono riscontrare indici di alto gradimento, senza però incidere in radice sulla situazione.
Vanno comunque compresi i tentativi degli amministratori locali alle prese con emergenze in un quadro legislativo e di politiche sociali non adeguato, in una società sempre più globalizzata.

Diverse comunità cristiane operano nei quartieri specialmente con la Caritas e le molteplici realtà associative per prevenire la microcriminalità, favorire esperienze di integrazione e avviare buone pratiche che incidano su stili di vita in grado di modificare modelli di consumo e di attività economico-finanziarie.
Stupisce invece il tuffarsi nell’onda lunga e tumultuosa della sicurezza che agita l’opinione pubblica da parte di esponenti politici di tutti gli schieramenti e di personaggi noti dopo aver trascorso l’estate da vip o su panfili d’alto bordo o raggiungendo le immancabili spiagge tropicali. Si peccherebbe di qualunquismo se ignorassimo l’eccezione che conferma la regola, di chi ha valorizzato la bicicletta o l’utilitaria di produzione nazionale per riposare con la famiglia, rimanendo accanto alla gente, senza ostentare il look seducente e trasversale di una nuova-governance borghese.

Non mancano le buone intenzioni nell’allontanare dai semafori i lavavetri e nello scoraggiare il fenomeno antico della prostituzione che nell’era dell’interdipendenza diventa sempre più schiavitù, ma quanto incide in queste decisioni la politica spettacolo? C’è il rischio che al cittadino rimanga solo l’applauso o la rabbia del tifoso sugli spalti anziché il diritto-dovere di giocare sul campo la partita della partecipazione, della cittadinanza attiva, del farsi carico insieme alle istituzioni dei problemi anche inediti da affrontare. Al riguardo arriva puntuale l’appello di Benedetto XVI rivolto ai giovani riuniti nella spianata di Montorso, vicino a Loreto: “Il mondo deve essere cambiato, ma è proprio la missione della gioventù, cambiarlo!”.

Quest’ottica di futuro, con la fiducia nelle nuove generazioni può sbloccare una nazione e la stessa Europa prigioniere delle loro paure, ancorate sulla difesa di un benessere e una sicurezza raggiunta quando si viveva in maniera autosufficiente, considerando il resto del mondo un prolungamento del proprio potere e terreno di legittimo sfruttamento. Ora l’agire locale deve sempre più collegarsi ed incidere con il motore globale della storia del mondo, di qui l’urgenza di progetti e programmi non di piccolo cabotaggio, tanto meno di soluzioni tampone; c’è bisogno di politica: arte e mestiere che gli adulti non devono più esercitare come privilegio esclusivo, come casta irraggiungibile. Essi sono chiamati ad agire come allenatori competenti e generosi, a trasmettere ai giovani motivazioni convincenti, interessandoli e responsabilizzandoli ad affrontare in prima persona ed insieme i volti concreti del bene comune oggi.
La stessa competizione tra i due poli si gioca su questo quadrante della storia contemporanea, tra esclusione, marginalità e precarietà del mondo giovanile, o effettiva valorizzazione, consegnando alle nuove generazioni una società non carica di problemi con risposte differite o costi ingigantiti, ma di scelte ed impegni che edifichino oggi le città da abitare nel futuro, nella sicurezza e nella solidarietà.

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