E intanto il boia lavora…
di Angiolo Boncompagni
È di questi giorni la notizia che, contro la volontà unanime degli altri 26 Stati membri dell’Unione, la sola Polonia ha opposto il proprio veto alla fissazione del 10 ottobre quale Giornata europea contro la pena di morte. L’atteggiamento del governo Kaczynski riflette un vasto dibattito interno alla società polacca alimentato da alcuni partiti della coalizione di governo, sul tema del ritorno alla pena capitale almeno per reati di particolare gravità come la violenza sui minori.
Si tratta solo dell’ultimo atto di una vicenda che parte da lontano e le cui radici affondano tanto in timori remoti (le fobie nazionaliste dovute alla storia particolare del Paese, sempre conteso tra gli occupanti tedesco e russo) quanto in imminenti scadenze elettorali («il prossimo 21 ottobre si svolgeranno delicate elezioni politiche», ha osservato anche Franco Frattini).
Di sicuro c’è che lo scorso 28 luglio, il presidente della repubblica Lech Kaczynski ha invocato alla radio il ritorno della pena capitale in Polonia e in Europa, argomentando “l’inimmaginabile vantaggio” che la sua mancanza offre al criminale rispetto alla vittima: «Il vantaggio della vita sulla morte».
In agosto, la Lega delle famiglie polacche (partito della coalizione di governo) ha poi annunciato una campagna per il ritorno della pena di morte in Europa e l’immediata raccolta di firme per un referendum in tal senso in Polonia. L’euro-parlamentare e leader della Lega, Wojciech Wierzejski, ha addirittura definito “anacronistico” il bando della pena di morte nel vecchio continente.
Questa tendenza al ritorno ad un ordine antico è stata, in realtà, la parola d’ordine del partito maggioritario dei Kaczynski, Legge e giustizia, che ha tratto vantaggio elettorale dal disorientamento morale e materiale seguito alle repentine liberalizzazioni degli anni ’90, accolte con disappunto da una timorosa e diffidente popolazione, già provata dalle note vicende degli ultimi anni del regime. La pena di morte non viene applicata in Polonia dal 1988, mentre è stata abolita dal nuovo codice penale del 1997 e sostituita dall’ergastolo. A margine va poi detto che le organizzazioni umanitarie e gli organismi internazionali sono preoccupati per l’atteggiamento polacco su vari altri dossier relativi ai diritti umani, come quello sul “soggiorno tollerato” offerto ai profughi ceceni, uno status che in realtà priva i rifugiati di alcuni diritti basilari.
“La pena di morte è incompatibile con i valori europei”, ha reagito il 3 agosto Stefaan de Rynck, portavoce della Commissione europea. E un effettivo ristabilimento della pena capitale rappresenterebbe una grave violazione degli obblighi europei in materia di diritti umani tale da meritare sanzioni preventive, finanche la sospensione dalla membership comunitaria (art. 7 TUE).
A sua volta, René Van der Linden, presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, ha sottolineato come la creazione di un’area europea di 46 Stati affrancata dalla pena di morte rappresenti uno dei più grandi successi del Consiglio d’Europa. La sua reintroduzione implicherebbe perciò “un passo indietro”, e il Presidente polacco è stato ufficialmente invitato a rivedere la sua posizione. Da notare che il bando della pena di morte è previsto nel Protocollo n. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, promulgato nel 1983 ed entrato in vigore nel 1985, a seguito della politica abolizionista della Francia di Mitterrand. E che la Polonia, per divenire membro di Consiglio d’Europa ed Unione europea, ha ratificato tale Protocollo.
Se quindi il rischio polacco è quello di uscire dallo scenario istituzionale europeo (un rischio caro, considerati gli incentivi agricoli comunitari), gli altri Paesi dell’Unione vedono sicuramente indebolita la propria azione in favore della moratoria della pena capitale nel mondo intero. La prossima tappa di questa battaglia dell’Europa “a 26” (Polonia esclusa) sarà infatti il 28 settembre a New York, in occasione della riunione dei Ministri degli esteri dei 95 paesi firmatari della proposta di sospensione da sottoporre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma non sarà di aiuto ad un esito positivo della discussione assembleare la prudenza diplomatica del Segretario Generale dell’organizzazione, Ban Ki Moon, stigmatizzato da alcuni per le sue dichiarazioni ondivaghe sul tema in questione e per la sua cittadinanza sudcoreana, cioè di un paese che non ha ancora abolito le esecuzioni.
Secondo Emma Bonino, il veto polacco rappresenta semmai «un motivo in più per accelerare la presentazione della risoluzione per la moratoria». Comunque, al di là dei risvolti nazionali e onusiani, l’atteggiamento assunto dalla Polonia continuerà a mettere in serio imbarazzo la volenterosa presidenza portoghese dell’Unione europea in una fase particolarmente critica del processo di integrazione. Al prossimo vertice di Lisbona (18 e 19 ottobre) è infatti prevista la firma del nuovo Trattato dopo lo scacco del progetto di costituzione ad opera dei referendum tenuti in Francia e Olanda nel 2005. I timori polacchi, come già accadde durante la presidenza italiana del 2003, potrebbero allora provocare un rinvio dell’accordo sul testo a dopo l’appuntamento elettorale del 21 ottobre, rallentando ulteriormente il faticoso processo di rilancio dell’Europa politica.