Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Archivio di settembre 2007

Pace e democrazia per il popolo birmano

sabato 29 settembre 2007

la Presidenza nazionale

Messaggio dell’Azione Cattolica Italiana sulla situazione in Myanmar

L’Azione Cattolica Italiana, riunita a Castel San Pietro (Bologna) per l’incontro d’apertura dell’anno assembleare e del 140° dell’associazione, si sente vicina e solidale con il popolo birmano in questo momento particolarmente difficile della storia del Paese.

La violenta repressione delle manifestazioni di piazza in atto a Yangon e in altre città – avviate dalle pacifiche e coraggiose proteste dei monaci buddisti – da parte del regime che da decenni governa il Myanmar, è una nuova dimostrazione della mancanza di libertà e di democrazia nel Paese asiatico.

L’Azione Cattolica Italiana auspica l’immediata cessazione delle violenze sulla popolazione. Chiede il contestuale avvio di un dialogo tra le parti per la costruzione di una democrazia e di uno Stato di diritto rispettosi della dignità umana, dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone. Invoca quindi l’intervento della Comunità internazionale, mediante l’impegno diretto delle Nazioni Unite, che ponga termine all’isolamento in cui è caduto il Myanmar, prefigurando un futuro di pace e di sviluppo per il popolo birmano.

I “Quaderni di Dialoghi”

venerdì 28 settembre 2007

La Collana “Quaderni di Dialoghi” intende affiancare la rivista “Dialoghi” nel suo percorso di elaborazione di una cultura cristianamente ispirata:

Sotto lo smog… niente (di buono!)

giovedì 27 settembre 2007

Il mese scorso sui giornali abbiamo trovato diversi articoli che – a un anno dall’apertura dei prossimi giochi olimpici di Pechino (8/8/2008) – descrivevano la capitale cinese in preda allo smog, in condizioni tali da mettere addirittura in pericolo la salute degli atleti (perché, il resto dei cittadini se la passa meglio?!).
Non bastasse l’inquinamento, ecco che il regime comunista corre in aiuto di quanti invocano il boicottaggio dei giochi per carenza di diritti umani…

Il leader protestante Cai Zhuohua, condannato nel 2005 a tre anni di prigione per “traffico illegale di Bibbie”, è stato costretto durante la detenzione a cucire i palloni che serviranno durante i prossimi Giochi Olimpici di Pechino. Lo scrive AsiaNews, specificando che agenti di polizia lo hanno costretto a lavorare dalle 12 alle 14 ore al giorno, e gli hanno impedito di leggere la Bibbia per tutta la durata della pena.
Cai Zhuohua è stato arrestato nel centro di Pechino nel settembre 2004, quando tre agenti in borghese delle forze di sicurezza lo hanno legato mani e piedi e caricato su un furgone. Oltre a lui sono stati arrestati la moglie ed il cognato, condannati rispettivamente a 24 e 18 mesi di carcere. Cai, che cura sei congregazioni protestanti non ufficiali, è stato trovato in possesso di circa 200mila testi religiosi. Al momento, nonostante abbia scontato l’intera pena, il pastore è costretto a presentarsi ogni mese davanti agli agenti della pubblica sicurezza di Pechino.
Pechino permette la pratica del cristianesimo protestante solo all’interno del Movimento delle tre autonomie (MTA), nato nel 1950 dopo la presa di potere di Mao e l’espulsione dei missionari stranieri e dei leader delle Chiese, anche cinesi. Le statistiche ufficiali dicono che in Cina vi sono 10 milioni di protestanti ufficiali, tutti uniti nel MTA. I protestanti non ufficiali, che si radunano nelle “chiese domestiche” non registrate, sono stimati ad oltre 50 milioni. In Cina solo l’Ufficio per gli Affari religiosi dà autorizzazione a pubblicare Bibbie che, stampate a tiratura limitata, non possono essere vendute nelle librerie pubbliche.

(ANSA, 20/9/2007)

Un’altra economia è possibile

giovedì 27 settembre 2007

di Antonio Mastantuono

“La logica del profitto non prevalga sulla solidarietà”. L’invito di Benedetto XVI, all’Angelus di domenica 23 settembre, è rimbalzato sui media con insolita risonanza. Quasi che il ricordare quello che è un cardine della Dottrina Sociale della Chiesa rappresentasse elemento di novità sconcertante. Quasi che “la priorità dell’equa distribuzione dei beni” non fosse da sempre sostenuta con forza nei documenti magisteriali, altrettanto quanto “che il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico”.

Quel che fa la differenza – in un comune sentire ormai avvezzo a leggere nel mercato e nelle sue logiche anche perverse l’unica via verso una crescita indefinita e indefinibile – è, forse, il sentir ricordare – con le parole della Centesimus Annus – come il capitalismo non vada considerato unico modello valido di organizzazione economica e come l’emergenza della fame e quella ecologica siano prove evidenti degli effetti nefasti del prevalere della logica del profitto su quella della solidarietà: ciò, infatti, “incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta”. Ma fa la differenza anche l’invito forte a far prevalere la logica della condivisione e della solidarietà per “correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti”.
Quello del Papa, in realtà, è l’invito accorato a decidere “tra egoismo e amore, tra giustizia e disonestà”, a non “cercare il profitto in tutti i modi possibili” disprezzando e sfruttando i poveri “a proprio vantaggio”, perché ci siano meno profitto e più condivisione ed i beni mondiali vadano equamente divisi per abbattere il divario tra ricchi e poveri e salvaguardare il futuro del pianeta. Una lettura che riflette la preoccupazione per la crescita esponenziale della povertà in un mondo ed in un tempo che il progresso scientifico e tecnologico aveva lasciato intravedere diversi e che invece si colorano di tinte fosche per il futuro stesso dell’umanità.

Di qui il suo appello ai fedeli, innanzitutto, ma anche a tutti gli uomini di buona volontà. Se il cristiano “deve aprire il cuore a sentimenti di autentica generosità”, la stessa regola vale anche per tutti coloro “che rivestono compiti di responsabilità nella comunità civile”, perché, facendo prevalere la logica della condivisione e della solidarietà, sia possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile. Un invito, a ricordare come l’economia di mercato, come ogni attività umana, debba essere soggetta alle regole dell’etica, auspicando un sistema di idee e di valori che, coerente e attento a tutte le dimensioni dell’uomo, diriga i comportamenti individuali e le istituzioni sociali, perché sia possibile “ristrutturare l’economia così che i bisogni umani siano messi prima del guadagno finanziario”. Un invito, in fondo, a riscoprire il “bene comune” come obiettivo e strumento per la costruzione di una società più giusta e solidale.

E intanto il boia lavora…

martedì 25 settembre 2007

di Angiolo Boncompagni

È di questi giorni la notizia che, contro la volontà unanime degli altri 26 Stati membri dell’Unione, la sola Polonia ha opposto il proprio veto alla fissazione del 10 ottobre quale Giornata europea contro la pena di morte. L’atteggiamento del governo Kaczynski riflette un vasto dibattito interno alla società polacca alimentato da alcuni partiti della coalizione di governo, sul tema del ritorno alla pena capitale almeno per reati di particolare gravità come la violenza sui minori.
Si tratta solo dell’ultimo atto di una vicenda che parte da lontano e le cui radici affondano tanto in timori remoti (le fobie nazionaliste dovute alla storia particolare del Paese, sempre conteso tra gli occupanti tedesco e russo) quanto in imminenti scadenze elettorali («il prossimo 21 ottobre si svolgeranno delicate elezioni politiche», ha osservato anche Franco Frattini).

Di sicuro c’è che lo scorso 28 luglio, il presidente della repubblica Lech Kaczynski ha invocato alla radio il ritorno della pena capitale in Polonia e in Europa, argomentando “l’inimmaginabile vantaggio” che la sua mancanza offre al criminale rispetto alla vittima: «Il vantaggio della vita sulla morte».
In agosto, la Lega delle famiglie polacche (partito della coalizione di governo) ha poi annunciato una campagna per il ritorno della pena di morte in Europa e l’immediata raccolta di firme per un referendum in tal senso in Polonia. L’euro-parlamentare e leader della Lega, Wojciech Wierzejski, ha addirittura definito “anacronistico” il bando della pena di morte nel vecchio continente.
Questa tendenza al ritorno ad un ordine antico è stata, in realtà, la parola d’ordine del partito maggioritario dei Kaczynski, Legge e giustizia, che ha tratto vantaggio elettorale dal disorientamento morale e materiale seguito alle repentine liberalizzazioni degli anni ’90, accolte con disappunto da una timorosa e diffidente popolazione, già provata dalle note vicende degli ultimi anni del regime. La pena di morte non viene applicata in Polonia dal 1988, mentre è stata abolita dal nuovo codice penale del 1997 e sostituita dall’ergastolo. A margine va poi detto che le organizzazioni umanitarie e gli organismi internazionali sono preoccupati per l’atteggiamento polacco su vari altri dossier relativi ai diritti umani, come quello sul “soggiorno tollerato” offerto ai profughi ceceni, uno status che in realtà priva i rifugiati di alcuni diritti basilari.

“La pena di morte è incompatibile con i valori europei”, ha reagito il 3 agosto Stefaan de Rynck, portavoce della Commissione europea. E un effettivo ristabilimento della pena capitale rappresenterebbe una grave violazione degli obblighi europei in materia di diritti umani tale da meritare sanzioni preventive, finanche la sospensione dalla membership comunitaria (art. 7 TUE).
A sua volta, René Van der Linden, presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, ha sottolineato come la creazione di un’area europea di 46 Stati affrancata dalla pena di morte rappresenti uno dei più grandi successi del Consiglio d’Europa. La sua reintroduzione implicherebbe perciò “un passo indietro”, e il Presidente polacco è stato ufficialmente invitato a rivedere la sua posizione. Da notare che il bando della pena di morte è previsto nel Protocollo n. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, promulgato nel 1983 ed entrato in vigore nel 1985, a seguito della politica abolizionista della Francia di Mitterrand. E che la Polonia, per divenire membro di Consiglio d’Europa ed Unione europea, ha ratificato tale Protocollo.

Se quindi il rischio polacco è quello di uscire dallo scenario istituzionale europeo (un rischio caro, considerati gli incentivi agricoli comunitari), gli altri Paesi dell’Unione vedono sicuramente indebolita la propria azione in favore della moratoria della pena capitale nel mondo intero. La prossima tappa di questa battaglia dell’Europa “a 26” (Polonia esclusa) sarà infatti il 28 settembre a New York, in occasione della riunione dei Ministri degli esteri dei 95 paesi firmatari della proposta di sospensione da sottoporre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma non sarà di aiuto ad un esito positivo della discussione assembleare la prudenza diplomatica del Segretario Generale dell’organizzazione, Ban Ki Moon, stigmatizzato da alcuni per le sue dichiarazioni ondivaghe sul tema in questione e per la sua cittadinanza sudcoreana, cioè di un paese che non ha ancora abolito le esecuzioni.

Secondo Emma Bonino, il veto polacco rappresenta semmai «un motivo in più per accelerare la presentazione della risoluzione per la moratoria». Comunque, al di là dei risvolti nazionali e onusiani, l’atteggiamento assunto dalla Polonia continuerà a mettere in serio imbarazzo la volenterosa presidenza portoghese dell’Unione europea in una fase particolarmente critica del processo di integrazione. Al prossimo vertice di Lisbona (18 e 19 ottobre) è infatti prevista la firma del nuovo Trattato dopo lo scacco del progetto di costituzione ad opera dei referendum tenuti in Francia e Olanda nel 2005. I timori polacchi, come già accadde durante la presidenza italiana del 2003, potrebbero allora provocare un rinvio dell’accordo sul testo a dopo l’appuntamento elettorale del 21 ottobre, rallentando ulteriormente il faticoso processo di rilancio dell’Europa politica.

Bollino rosso sangue

lunedì 24 settembre 2007

La Colombia cercherà di espellere la Chiquita anche dopo che avrà pagato una multa di 25 milioni di dollari, comminata per aver finanziato squadroni della morte paramilitari. Una corte statunitense ha ordinato alla Chiquita di pagare la sanzione dopo che la compagnia è stata riconosciuta colpevole nel marzo scorso di aver dato soldi in cambio di protezione a un gruppo armato accusato delle peggiori atrocità e massacri nel conflitto colombiano (…)

Gli investigatori stanno ancora setacciando il paese alla ricerca di migliaia di vittime delle stragi dei paramilitari, molto spesso mutilate e sepolte in fosse comuni Secondo il verdetto, la Chiquita pagò più di 1 milione e settecentomila dollari dal 1997 alle Forze di Autodifesa Unite della Colombia, un gruppo estremista e violento, conosciuto con l’acronimo spagnolo di AUC (…)

La Chiquita sostiene di aver pagato per proteggere i suoi lavoratori in loco. I pagamenti sono continuati anche dopo che il governo USA riconobbe l’AUC come un gruppo terrorista nel 2001.

(Reuters, 19/9/2007)

La domanda nasce spontanea: la guerra al terrore è alla frutta?

Tecnologia avanzata

domenica 23 settembre 2007
Arretratezza e tecnologia: possono convivere. Come ha insegnato Adorno, l’illuminismo ha un volto di oscurità. Come ha mostrato tragicamente il fascismo, la “modernità” può accompagnarsi alla mancanza di democrazia e anche alla dittatura aperta.

A Guiyu, Cina, trionfa l’e-waste, la spazzatura elettronica. Acidi e fiamme estraggono come in un antico antro mitologico metalli preziosi. Ma in questo modo le componenti elettroniche rilasciano diossina e altre sostanze tossiche. Tutto questo lavoro e questo rischio vale un euro al giorno.

Il sito www.ban.org mette in evidenza, da Seattle, questo immondo traffico.

È tecnologia “avanzata”, per uomini che “avanzano”, che non sono importanti…. Un gigantesco movimento di merci e di denaro e di uomini attraversa l’intero pianeta. La punta di diamante del nostro immaginario tecnologico (computer desktop, palmari, notebook, telefonini…) invecchia con grande rapidità. Tonnellate e tonnellate di tecnologia che passa da un senso di “avanzato” a quello opposto. Sempre di più intere zone del pianeta sono una discarica: di rifiuti pericolosi, di problemi irrisolti, di turisti del sesso, di armi. E naturalmente di tecnologia obsoleta: in qualche caso lo smaltimento è furbescamente travestito da aiuto allo sviluppo: “donazioni” alquanto sospette…

Immagine © Basel Action Network 2006.

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
*****
Rubrica “ReciprocaMente
Questo mese: “O con Dio o con gli uomini?”

(continua…)

Ma la politica è un’altra cosa

venerdì 21 settembre 2007

di Gianni Borsa

“È facile distruggere, ma costruire è un’altra cosa”. Sta in queste poche parole, pronunciate da Romano Prodi durante la trasmissione Porta a porta di lunedì 17 settembre, il senso del confronto innescatosi negli ultimi tempi tra Beppe Grillo e il presidente del Consiglio, tra i blogger e il “palazzo”, tra la cosiddetta “antipolitica” e la politica tout court.
In realtà ha ragione il comico genovese a puntare il dito contro le inefficienze, gli errori, gli sprechi che sono un elemento evidente, forse strutturale, della vita politica nazionale. Una denuncia che prende oggi le strade del web, ma che ieri o l’altro ieri assumeva le sembianze dei girotondini, del giornalismo d’inchiesta (si pensi al recente volume La casta di Gian Antonio Stella), dei cortei di protesta o dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini.
In Italia gli argomenti non mancano su questo fronte e i cittadini probabilmente non ne possono più delle smargiassate firmate da rappresentanti del popolo che, anziché operare per il “bene comune”, pensano a dare spettacolo.

Detto questo, non è sufficiente denunciare. Bisogna costruire. Altrimenti si cade proprio nell’errore che commette Grillo: le scorciatoie non fanno politica, non aiutano a comprendere i problemi della gente per poi risolverli.
E senza i partiti non si può fare politica. Oggi essi assomigliano più a gusci vuoti che a vivaci organismi democratici, costituzionalmente deputati a far da tramite tra il popolo sovrano e le “stanze dei bottoni”, dove si decide il futuro di una città, di una regione o dell’intero paese. D’altronde eliminando i partiti (o riducendoli a strutture elettorali a servizio del capo carismatico di turno) si apre la strada a un’involuzione oligarchica che lascia la politica nelle mani della “casta”.
Sbaglia ancora Grillo quando minaccia di passare dalla denuncia indignata al partito virtuale, alle liste civiche cui lui solo dovrebbe assegnare il marchio di fabbrica. Eccola lì, un’altra volta, la scorciatoia, l’autoreferenzialità, la benedizione del leader che salta i passaggi della paziente prassi democratica, della costruzione del consenso, del confronto culturale, della fatica programmatica… Così Grillo, dopo aver fatto il verso ai politici, ne eredita le peggiori derive.

Sul versante opposto sta la politica fatta di valori e principi da realizzare, di formazione all’impegno per costruire la città dell’uomo, di competenza, di piccoli passi; quella che mette in relazione i problemi da risolvere con le – sempre poche – risorse a disposizione. Ed è questa la politica che ha prospettato Prodi (capo di un Esecutivo certo non esente da difetti): niente promesse vane, ad esempio sulla riduzione delle tasse; serietà; gradualità. Obiettivi alti e piccoli passi per realizzarli. Un atteggiamento che dovrebbe essere apprezzato anche da chi oggi siede all’opposizione e domani potrebbe essere chiamato ad assumere le redini dell’Italia.

La questione dell’unità deve inquietarci

mercoledì 19 settembre 2007

di Walter Kasper

Il tema di questa Terza Assemblea Ecumenica Europea “La luce di Cristo illumina tutti” calza esattamente a pennello per la città di Sibiu. Qui in Transilvania, convivono da secoli ungheresi, rumeni, ortodossi, cattolici, greco-cattolici e cristiani evangelici. Tutte le problematiche di respiro europeo e di natura ecumenica si riflettono in questa regione. Non per niente Sibiu è stata dichiarata nel 2007 capitale europea della cultura.
(…) La complessa storia di questa regione mostra che il tema “La luce di Cristo illumina tutti” non è affatto un cibo facilmente digeribile; al contrario, esso provoca domande e queste ultime, in alcuni casi, forse addirittura contraddizioni.

(…) L’ecumenismo non rappresenta solamente un umano sentimento di comune appartenenza. L’ecumenismo intende rendere realtà la nostra fede comune nell’unico Dio, nell’unico Signore Gesù Cristo, nell’unico battesimo e nell’unica Chiesa, che professiamo nel Credo comune. Il movimento ecumenico – come si dichiara nella formula di base del Consiglio Ecumenico delle Chiese – viene sostenuto da persone che invocano il Dio uno e trino e che riconoscono Gesù in quanto Redentore e Signore.
(…) L’aver riconosciuto nuovamente questa base comune rappresenta il dono fattoci dall’ecumenismo: abbiamo riscoperto che non siamo estranei né concorrenti gli uni per gli altri, quanto piuttosto fratelli e sorelle in Cristo. Per questo dono non potremo essere mai abbastanza grati. Anche quando insorgano differenze e problemi, non dobbiamo lasciar turbare la nostra gioia. Non dovremmo neanche lasciarci rubare la gioia da coloro che ritengono che l’ecumenismo sia fallimentare. Per noi l’ecumene rappresenta il mandato di Gesù Cristo, il quale ha pregato, “perchè tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21); esso deriva dall’impulso dello Spirito Santo (UR 1; 4) e rappresenta una risposta alla chiamata dei nostri tempi. Abbiamo teso le nostre mani gli uni gli altri e non abbiamo più intenzione di lasciarle andare di nuovo.

(…) Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta (2 Cor 4, 7), poiché sebbene poggiati sullo stesso fondamento comune, Gesù Cristo, viviamo in Chiese separate. Noi facciamo questo contro la volontà e contro il mandato di Gesù. Non dovremmo, dunque, tollerare le scissioni esistenti tra di noi come se fossero ovvie, oppure abituarci ad esse o persino abbellirle.
(…) Esse sono una contraddizione alla volontà di Gesù perciò una espressione del peccato; esse rappresentano il fallimento della nostra missione storica, rendere testimonianza della luce di Cristo a tutti gli uomini ed insieme impegnarci per l’unità e la pace per tutti gli esseri umani.
(…) A causa delle nostre divisioni abbiamo oscurato la luce di Gesù Cristo per molte persone ed abbiamo reso la realtà Gesù Cristo non credibile. Le nostre divisioni – e la storia ne è la dimostrazione – sono corresponsabili delle divisioni in Europa e della secolarizzazione di questo continente. Le nostre divisioni, inoltre, sono corresponsabili dei dubbi che molti hanno nei confronti della Chiesa, nonché del loro metterla in discussione. Di fronte a tale situazione, in cui le nostre Chiese si trovano, non possiamo affatto ritenerci contenti di noi stessi; non possiamo continuare ad andare avanti come se nulla fosse. All’ecumenismo non c’è alternativa responsabile. Ogni altra posizione contraddice la nostra responsabilità di fronte a Dio e di fronte al mondo. La questione dell’unità deve inquietarci; essa deve ardere dentro di noi. (…)

A questo punto tocchiamo il vero nodo gordiano, che finora purtroppo non è stato ancora sciolto. Poiché non siamo concordi sulla comprensione della Chiesa e, per larga parte, neanche sulla comprensione dell’Eucaristia, non possiamo riunirci assieme alla mensa del Signore ed insieme mangiare dell’unico pane eucaristico né bere all’unico calice eucaristico. Ciò rappresenta un dispiacere e, per molti, un pesante fardello. Non serve proprio a nulla nascondere le ferite; anche se fanno male, bisogna tenerle allo scoperto; solo così facendo è possibile curarle e, con l’aiuto di Dio, guarirle. (…)

Noi dovremmo onestamente riconoscere questo, e quindi chiedere perdono a Dio e ai fratelli. Un nuovo inizio è possibile solo attraverso la purificazione della memoria. Nessun progresso ecumenico sarà possibile senza conversione e penitenza. Da ciò deve provenire la disponibilità al rinnovamento e alla riforma, che è necessaria in ogni Chiesa e che richiede ad ogni Chiesa di cominciare da se stessa. (…)
Noi ci conosciamo ancora troppo poco, e per questo ci amiamo ancora troppo poco.
Dobbiamo essere coscienti di questo: noi non possiamo “costruire” l’unità; essa non può essere una nostra opera. Essa è un dono dello Spirito di Dio; Egli solo può riconciliare i cuori. Per questo Spirito di unità noi dobbiamo pregare. L’ecumenismo spirituale rappresenta il centro ed il cuore dell’ecumenismo. (UR 8).

(Dall’intervento del Cardinal Walter Kasper alla Sessione d’apertura della Terza Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu)

Uno schiaffo al palazzo

lunedì 17 settembre 2007

di Eugenio Vite 

“Io non ho cercato per niente di entrare in politica, ci sono entrato fortuitamente attraverso una rottura di testa per un incidente di auto”. Se qualcuno pensa che sia uno stralcio di un’intervista ad un partecipante al V-Day promosso da Beppe Grillo, si sbaglia. È invece Giuseppe Dossetti che con un filo di ironia racconta la sua elezione a Vice-segretario della Democrazia Cristiana. In questi giorni si fa a gara a parlare di un comico che ha organizzato delle piazze, e a prevedere il futuro “politico” del “capo carismatico” e dei suoi seguaci. Si fa a gara a dividersi, e alla fine si finisce per “tifare”. Se tifo per Grillo, non tifo per i partiti, e viceversa. Né il sottoscritto, né questo sito, hanno la pretesa di partecipare alla gara in atto, semplicemente crediamo che insieme è possibile provare a leggere ciò che intorno accade.
Un evento di buon successo, come è stato il V-Day dell’8 settembre scorso, è senza dubbio un fatto di rottura e denuncia contro l’attuale classe politica italiana. Il fatto di per sé non sembra poi così epocale: una manifestazione in cui si lancia una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare è quasi all’ordine del giorno. Cosa potrebbe fare la differenza? Beppe Grillo. La risposta sembra sciocca, ma è proprio il suo status di uomo di spettacolo e di successo, ma anche di autore del blog più visitato in Italia, a rendere “evento” un “fatto”. La cosiddetta “crisi di rappresentanza” dei partiti politici in questi anni, ha diversi volti: uno di questi è il crollo della fiducia da parte dei cittadini nei confronti di queste organizzazioni. Senza fiducia non c’è legittimazione sostanziale, e ci si chiede che fine ha fatto in politica il verbo “rappresentare”. È proprio in questa frattura che si inserisce l’azione di Beppe Grillo. Di fatto intercetta (e da voce a) una richiesta di efficienza e trasparenza da parte dei cittadini, in un momento in cui è più che mai forte la percezione che questa domanda non ha risposte serie da parte della classe politica in carica. In un contesto di comunicazione estrema (grandi campagne elettorali e continui sondaggi da una parte, un blog e internet dall’altra) la partita a quanto pare si sta giocando proprio sulla fiducia.
Anche le proposte presenti nella legge di iniziativa popolare per cui si stanno raccogliendo le firme hanno una valenza “politica” e pongono delle domande. In particolare, c’è da sottolineare che per una delle tre proposte presenti, quella dell’elezione diretta dei parlamentari, è da poco tempo terminata la raccolta di firme per un referendum popolare. Anche in questo caso, ci si chiede se è più forte il grido di un comico o un istituto democratico come il referendum, e soprattutto perché?
L’ultimo post pubblicato da Grillo dal titolo “I Comuni ai cittadini” lancia l’invito a ogni gruppo territoriale (i meetup) che “può, se vuole, trasformarsi in lista civica per le amministrazioni comunali”. Il salto è importante e nella proposta c’è un particolare rilevante: “Le liste che aderiranno ai requisiti che pubblicherò sul blog tra qualche giorno avranno la certificazione di trasparenza “beppegrillo.it””. La legittimazione di queste liste civiche proverrà da Beppe Grillo stesso. Esiste già una rete di gruppi sul territorio che se vorranno presentarsi avranno la garanzia, a fronte dei requisiti richiesti, di un marchio: “beppegrillo.it”. Un’altra prova che è proprio sul piano della fiducia e della legittimazione da parte dei cittadini che si pone il problema. Alle costose campagne elettorali dei partiti, le liste civiche opporranno il marchio “beppegrillo.it”. Ma attenzione, siamo sempre sul piano del consenso.
Alla fine di ogni considerazione su queste cose viene da chiedersi cosa è la politica. È di certo una domanda grande, radicale, ma che esprime una richiesta di senso che va oltre il caos della situazione che viviamo. Credo che Grillo ha il grande merito di dare voce a delle richieste importanti, di mettere sul tavolo una questione ancora più importante, quella della rappresentanza. Ma la politica non è solo denuncia oppure recriminazioni nei territori. Per usare un gioco di parole, la politica ha un senso che deve andare oltre il “consenso”. Ed ecco che Giuseppe Dossetti, citato all’inizio, torna a indicarci una direzione: “La mia azione cosiddetta politica, è stata essenzialmente educatrice. […] I miei contrasti con quelli che comandavano allora sono stati non tanto contrasti di persone o di temperamenti, ma contrasti su questo aspetto necessario dell’azione politica come formazione della coscienza di un popolo”. La formazione della coscienza di un popolo, sembra tutto un altro discorso, ma non lo è. O almeno non dovrebbe esserlo.

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia