Quanti chilometri all’ora?
Quanti chilometri all’ora fa un’automobile? Facile: basta guardare il tachimetro. O no? Forse è più difficile di quanto si pensi. Proviamo a fare qualche considerazione. Potremmo scoprire che la velocità “apparente” è molto diversa da quella “vera”. Distinguiamo alcuni livelli di velocità (ne propongo ben 7), nonché l’idea di velocità “apparente” e “vera”. Per i primi due valori credo che non avremo difficoltà a individuare la velocità “apparente”. Chi ha scarsa propensione al rispetto del codice della strada può arrivare a considerare il terzo livello, ma forse abbiamo qualche difficoltà ad andare oltre.
Proviamo.
1. Velocità massima dichiarata dalla casa costruttrice. Non corrisponde alla velocità massima effettiva.
2. Velocità effettiva: non corrisponde a quella legale: ci sono i limiti di velocità.
3. Velocità permessa: molto spesso non la si raggiunge, perché c’è il traffico. Molto tempo lo impieghiamo per trovare un parcheggio, ecc. per gli autobus di linea ad esempio si parla di “velocità commerciale”, che è di poco superiore ai 10/15 km all’ora.
4. Velocità commerciale: in realtà è ancora più bassa, perché occorre considerare il tempo che abbiamo impiegato, lavorando, per avere il denaro necessario all’acquisto dell’auto, della benzina, della manutenzione, dell’assicurazione, delle tasse, della pulizia.
5. Velocità netta dei costi immediati: non è ancora quella giusta. Nelle case abbiamo dovuto prevedere un garage, che ha un costo, la costruzione e la manutenzione delle strade, delle opere connesse, della segnaletica (orizzontale e verticale), della illuminazione. Occorre inserire anche i costi (enormi nelle parti sotterranee) per la costruzione delle metropolitane, laddove si lascia al traffico automobilistico la superficie.
6. Velocità netta dei costi di contesto. In realtà dobbiamo ancora scendere. Ci sono i costi legati all’inquinamento, alle malattie, agli incidenti, alle terapie riabilitative, alle giornate di lavoro perso.
7. Velocità al netto dei costi secondari. Ci sono ancora alcuni elementi, sia pure difficilmente quantificabili, ma che comunque vanno nella direzione di un danno e quindi di una diminuzione dei vantaggi dell’auto: l’impossibilità di camminare o andare in bici con tranquillità, di parlare, di soffermarsi; la bellezza deturpata dei centri storici, delle piazze, degli edifici. C’è un maggior consumo di territorio, di edificazione, di strade più larghe e più lunghe.
Alla fine dei conti potrebbe anche succedere di trovarsi di fronte al risultato sconcertante che la velocità “vera” è inferiore ai 5 km orari che possiamo raggiungere semplicemente camminando. Questo vuol dire che dobbiamo abbandonare il trasporto a motore? Evidentemente no: come facciamo a trasferirci da una città all’altra? E come si fa a trasportare velocemente un ferito, o a permettere una vita di relazione a un anziano o a un invalido? In questi, e in molti altri casi, la velocità “apparente” va bene: stiamo consumando più risorse di quello che sembra, da qualche altra parte c’è un rallentamento che permette questa velocità, ma il fine giustifica questo costo. Ma è nella normalità che questa giustificazione non c’è. Se non siamo bambini piccoli, o anziani, o malati; se non dobbiamo trasportare grossi carichi, se non c’è una emergenza, se non dobbiamo percorrere lunghi tratti, la velocità “apparente” (quella che definiamo “velocità commerciale”) ci inganna. Paghiamo questa “accelerazione” con un “rallentamento” da qualche altra parte. Un’auto media costa un anno di lavoro medio. È vero che impieghiamo dieci minuti in macchina invece di quaranta a piedi (abbiamo “accelerato”), ma è anche vero che siamo stati “fermi” al lavoro per un anno (abbiamo “rallentato”).
Nel 2056 ci saranno 2 miliardi di auto (“Le Scienze” n. 459). Negli Usa le auto consumano 5 litri di benzina per persona al giorno. Se fosse così per tutti il consumo aumenterebbe di dieci volte. Solo il 10% dell’energia del serbatoio serve a far muovere le ruote. La domanda globale annua di energia è 447.000 petajoule. Il prezzo di mercato del carbone è basso, ma i costi di estrazione, lavorazione e consumo sono alti [esempio di inefficienza del mercato]. Nel 2005 in Cina sono morti quasi 6.000 minatori (16 al giorno), ma stime ufficiose parlano di 10.000 morti. Negli Usa 22 vittime, dove comunque le centrali a carbone emettono 48 tonnellate di mercurio l’anno. Nucleare: si parla con tranquillità di prevenire la perdita di scorie per millenni [delirio da onnipotenza presunta], ma basta un piccolo terremoto per provocare grossi guai, come recentemente in Giappone. Occorre far sì che i prezzi dei combustibili a carbonio rispecchino il loro costo sociale. E soprattutto imparare a ragionare in termini globali. Il problema non è la tecnologia, ma una insufficiente capacità culturale prima ancora che tecnica di tener conto del contesto – e spesso il desiderio di massimizzare il profitto scaricando i costi altrove. Come dire: saper riconoscere le “accelerazioni” e i “rallentamenti”.
Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente”
Questo mese: “Il sogno nel Nuovo Testamento”