Sì alla preghiera, no alle polemiche
di Giulio Albanese
Il rapimento di padre Giancarlo Bossi, avvenuto il 10 giugno scorso in una remota contrada delle Filippine meridionali, umanamente parlando, rappresenta un accidente, una sorta di malefizio che, come già accaduto in passato per altri nostri connazionali, sortisce nell’immaginario collettivo l’effetto della sventura. Ma questa prospettiva, a pensarci bene, è riduttiva e pertanto soggetta a facili strumentalizzazioni di parte.
Dal punto di vista evangelico, invece, confortati dalle parole di Gesù nel celebre discorso della Montagna (Matteo, capitolo 5) – laddove si enuncia il “paradosso” della persecuzione come “beatitudine” – vi è la consapevolezza che la “missione ad gentes” rappresenti sempre e comunque uno straordinario motivo di edificazione per ogni uomo e donna di buona volontà.
Lungi da ogni retorica, la speranza cristiana ci spinge a credere che padre Bossi sia ancora vivo e la sua testimonianza, in questi drammatici giorni di segregazione dal resto del mondo, non può che essere declinata secondo i dettami dello Spirito, in quanto è parte integrante di quella chiamata vocazionale a cui egli aderì divenendo missionario “ad vitam” nella famiglia del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime).
Se da una parte è vero che tutti, ma davvero tutti, sia in Italia che nelle Filippine, hanno il sacrosanto dovere di collaborare perché il missionario possa tornare a riabbracciare i propri cari, dall’altra occorre decisamente respingere qualsivoglia polemica, soprattutto in queste ore che ci auguriamo siano decisive per una definitiva soluzione della vicenda. Siamo certi che sia le autorità politiche italiane, come anche coloro che operano nel mondo dell’informazione, sapranno adoprarsi alacremente nei rispettivi ambiti di competenza, non foss’altro perché questo missionario è un nostro connazionale, proprio come sono italiani personaggi, tanto per citarne alcuni, del calibro di Daniele Mastrogiacomo, Giuliana Sgrena o le due Simone.
Al contempo è auspicabile che vengano promossi, nell’ambito delle comunità diocesane, momenti di spiritualità per invocare la sua liberazione. Tutto questo nella cristiana certezza che la via del Calvario è un percorso irrinunciabile per coloro che combattono con le armi incruente della fede per la causa del Regno. In particolare è utile segnalare un’iniziativa congiunta del Pime e dell’Arcidiocesi di Milano per una giornata speciale di preghiera e digiuno da celebrare Martedì 10 Luglio, proprio ad un mese dal rapimento del nostro missionario, sull’esempio di quanto fece la prima comunità cristiana, quando l’apostolo Pietro venne sequestrato ingiustamente da re Erode (At 12, 1-11). Una cosa è certa: da parte del mondo missionario italiano vi è la ferma convinzione che se ci sono storie davvero edificanti, storie che davvero non dovrebbero mai essere censurate sui media nostrani, sono proprio quelle di uomini come padre Giancarlo.