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MyLifeBits

Progetto MyLifeBits. Gordon Bell ha sviluppato negli anni ’70 importanti innovazioni per quelli che ancora si chiamavano “microcomputer”. Dal 1995 lavora alla Microsoft come principal resechear del gruppo Next Media. Il progetto MLB intende registrare in digitale ogni aspetto della vita di una persona. Proprio Bell ha deciso di sperimentare su di sè questa avventura: dal 2001 sono archiviate tutte le immagini che vede, i suoni ascoltati, le pagine web consultate, ma anche informazioni non accessibili ai nostri sensi: qualità dell’aria, composizione del sangue… Abbiamo per la prima volta a disposizione le memorie adatte a sostenere una così ingente massa di dati. Un terabyte è sufficiente ad archiviare tutte le nostre letture (non solo libri, ma anche posta elettronica, siti web…), tutta la musica che compriamo, otto ore di conversazione e dieci foto al giorno per 60 anni. Si calcola che, con i ritmi attuali, un terabyte sarà disponibile su di un semplice cellulare già nel 2017, mentre entro il 2027 basteranno 600 dollari per acquistare ben 250 terabyte di memoria. Anche le potenze di elaborazione si sono moltiplicate. Un qualsiasi portatile che abbiamo tra le mani è più potente dei grossi computer usati dalle banche negli anni Ottanta – non parliamo neppure di quelli che hanno guidati gli astronauti sulla Luna.

Dunque, MLB memorizza tutto quello che fa Bell: archivia le sue telefonate, i programmi che ascolta alla radio e che vede in tv, i film al cinema. Ovviamente incamera tutto quanto accade al computer: ogni parola digitata o letta, ogni file aperto, ogni programma utilizzato, ogni ricerca effettuata. MLB “sa” anche quali finestre sono in primo piano e quali nello sfondo. Un Gps segue i movimenti di Bell e i suoi spostamenti, una SensCam scatta una foto ogni volta che c’è un cambiamento di ambiente. Ha sinora “prodotto” 300.000 record, con 150 GB.

Ha scritto Gordon Bell: “Molti esperti hanno previsto la fine del personal computer, ma è chiaro che la P in PC non se ne andrà. Semmai, i computer saranno ancora più personali. A cambiare sarà la C. Le nostre macchine evolveranno in “ecosistemi” di calcolo che comprenderanno non solo computer, ma servizi di memorizzazione su Internet, nuovi dispositivi di accesso e una massiccia presenza di sensori”.

Probabilmente non serve scandalizzarsi o scuotere la testa con aria di sufficienza per delle “stranezze”. Ci sono certo molti motivi commerciali che spingono a inventare “soluzioni in cerca di problemi”. Ma non è solo questo in gioco.

Una certa diffidenza per la memoria che si appoggia a un supporto esterno alla nostra mente ha una lunga tradizione. Di solito a questo punto si cita sempre Platone e la sua polemica con la scrittura. Ma la scrittura – che in effetti dà apparenza di sapere anche a chi non sa – è allo stesso tempo il mezzo che sa rivelare la pochezza e l’inconcludenza della retorica verbale, oggettivandola, rendendola visibile e permettendone una analisi accurata. Così anche le immense possibilità offerte dalla “estensione della memoria” in formato digitale.

Solo che la memoria non è solo archivio, e neppure gestione informatizzata dell’archivio. Nella letteratura clinica è famoso il caso del paziente cui si dovette togliere l’amigdala, sapendo che come conseguenza avrebbe perso la capacità di ricordare quanto sarebbe avvenuto dopo l’intervento. Ma si scoprì che l’amigdala aveva un ruolo attivo anche nella continua riconfigurazione delle esperienze passate. Senza di essa i ricordi sono come congelati, e non sono più significativi per il soggetto.

Si legge nei Vangeli che Maria “meditava in cuor suo” ogni evento che le accadeva e ogni parola che le veniva rivolta. Il testo greco dice “sim-ballo”, “metto assieme”, connetto, rendo significativo, rielaboro. Come scriveva il filosofo Bergson un secolo fa in Materia e Memoria. Ma anche come scriveva, sempre esattamente un secolo fa, anche il matematico Poincarè, Prefazione all’edizione americana de Il valore della scienza (1907): ”Nell’istante stesso in cui uno scienziato scopre un fatto, se ne producono miliardi e miliardi in ogni millimetro cubo del suo corpo. Voler racchiudere la natura nella scienza sarebbe come voler far rientrare il tutto nella parte”. “Lo storico, e anche il fisico, devono fare una scelta tra i fatti: il cervello dell’uomo di scienza è soltanto una piccola porzione di universo e non potrà mai contenere in sé tutto l’universo intero; di conseguenza, tra gli innumerevoli fatti che la natura ci offre, nel lasceremo da parte alcuni e ne serberemo altri”.

 

Anselmo Grotti

Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente
Questo mese: “Il sogno nel Primo Testamento?”

 

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