Domande sul volontariato
di Paola Springhetti
Di che cosa parliamo, quando parliamo di volontariato? La domanda è meno banale di quello che può sembrare, tant’è vero che qualcuno ogni tanto alza la mano e propone di parlare di volontariati, invece che di volontariato. In realtà, passati gli anni “ruggenti” – culminati con l’approvazione della legge quadro 266/91 – e usciti di scena, o quasi, i padri fondatori – mons. Luigi Nervo e mons. Giuseppe Pasini, Luciano Tavazza, Maria ElettaMartini tra gli altri – il volontariato sembra avere iniziato una stagione di forte crescita ma anche di grande confusione, con il rischio in certi casi di veder sbiadire la propria identità.
Secondo l’Istat le organizzazioni che rispondono ai requisiti e dunque rientrano nella 266/91 sono oltre 21mila, e i volontari circa 826mila. Ma all’interno di questa cornice emergono realtà assai diverse. Ci sono, ad esempio, le grandi centrali del volontariato, con migliaia di attivisti, grandi budget, un forte impianto organizzativo, molti dipendenti, consulenti o comunque personale a vario titolo retribuito, la capacità di sostenere e offrire servizi “pesanti”, il potere di sedere ai tavoli di discussione politica e far pesare la propria voce. E ci sono i piccoli gruppi, spesso con meno di venti associati, più spontanei che organizzati, budget pressoché inesistenti, la possibilità di offrire solo servizi “leggeri”, a portata di mano, ma ben radicati sul territorio e spesso realmente incisivi per la vite delle persone che lo abitano.
E poi non bisogna dimenticare tutto quel volontariato – in genere legato al mondo cattolico – che non entra nelle statistiche o perché talmente piccolo e spontaneo da essere difficilmente rilevabile (si pensi a ciò che si realizza nelle parrocchie, spesso senza neanche costituirsi in associazione) o perché non risponde a qualche requisito (ad esempio la democraticità, quando i responsabili sono nominati dalle strutture ecclesiali).
È per questo che all’ultima Conferenza nazionale sul volontariato, che si è svolta nell’aprile scorso a Napoli, il volontariato (i volontariati?) è sembrato diviso, a volte contrapposto. Con l’accusa, da parte dei piccoli gruppi versus le grandi organizzazioni, di aver perso la dimensione della gratuità, grazie all’uso sempre più diffuso dei rimborsi spese forfettari e all’impiego di personale retribuito; di essersi burocratizzate; di rischiare un nuovo collateralismo impelagandosi in abbracci con la politica un po’ troppo stretti. E con l’accusa, da parte delle grandi organizzazioni versus le piccole, di non essere in grado di rispondere ai nuovi bisogni e alle sempre più evidenti pecche del welfare; di essere rinchiuse nel cerchio di una solidarietà spicciola che non riesce a cambiare davvero la società, di essere ancorate a un idealismo che non aiuta a crescere.
Il volontariato per il nostro paese non è più solo un bene prezioso: è una risorsa indispensabile, sia per l’aiuto concreto che riesce a offrire in molte situazioni di bisogno e per l’apporto che dà al bene comune, sia per l’innovatività sociale di cui è portatore. Ma oggi deve riuscire a rispondere ad almeno quattro domande, che costituiscono altrettante sfide: la gratuità è un valore superato o continua a dare senso al volontariato? La spinta a crescere (e quindi a strutturarsi, dotarsi di professionalità eccetera), fino a che punto fa bene? il ruolo politico (che vuol dire discutere con gli amministratori le politiche locali, ispirare leggi, non solo aiutare chi è nel bisogno ma rendere la società intera più accogliente) come si esercita senza cadere in nuovi collateralismi? Chi rappresenta le migliaia e migliaia di piccole organizzazioni di volontariato?