A proposito di equità intergenerazionale
di Mario Brutti
Non so quanto sia corretto ricorrere al concetto di equità e definire in termini di patto il rapporto fra le diverse componenti generazionali della nostra società. Equità è un concetto metagiuridico, che non si sa bene da chi dovrebbe essere garantito, mentre non sembra tanto chiaro quali siano i soggetti del patto di cui si parla e chi li rappresenti al tavolo negoziale, a meno di non voler equiparare giovani, adulti, anziani e tutte le varie sottocategorie al loro interno a degli ipotetici partiti politici a matrice generazionale, di cui per fortuna non si vede traccia nella realtà del Paese.
Ripercorriamo piuttosto a ritroso i problemi rispetto ai quali viene evocato questo criterio interpretativo:
- il primo fra tutti è quello del debito pubblico poiché è chiaro che i 70-80 miliardi di interessi pagati ogni anno per sostenerlo costituiscono altrettante risorse sottratte agli investimenti per il futuro, dalle infrastrutture materiali (trasporti, energia, comunicazioni, ecc.) a quelle immateriali (scuola, università, ricerca scientifica e tecnologica, ecc.): investimenti essenziali per assicurare all’Italia le capacità per competere nell’ambito dell’economia globale e per costruire una più elevata qualità della convivenza sociale;
- altro aspetto è quello del mercato del lavoro, dal momento che un forte livello di garanzia e di protezioni innesca inevitabilmente una scissione tra la parte garantita, fatta in genere di adulti e anziani, e la parte non garantita, fatta di quanti non riescono ad entrare nella prima che, al di là delle volontà soggettive, subisce un blocco degli ingressi tanto dal lato del pubblico quanto da quello del privato, penalizzando giovani, donne desiderose di rientrare al lavoro dopo il periodo di cura dei figli, adulti maturi alla ricerca di un reinserimento, ecc.;
- terzo aspetto, in questo momento il più attuale, quello del sistema pensionistico dove, a mio giudizio, al di là di scaricare sui figli il debito di pagare la pensione ai padri e ai nonni, il vero problema è la distorsione introdotta dall’accentuazione della spesa previdenziale all’interno di un sistema di welfare che deve fronteggiare un’area assai ampia e articolata di bisogni senza averne le risorse finanziarie (sanità, famiglia, politiche per l’età anziana, ecc.).
Se così stanno le cose, più che ragionare in termini “contrattualistici” tra generazioni, dovremo riflettere su come inserire in una prospettiva culturale comune la ricerca di nuovi assetti di coesione sociale richiesti da un futuro di grandi trasformazioni su scala planetaria.
Il confronto è tra chi riconosce questa esigenza e si sforza di fare proposte, anche in alternativa fra loro, e chi, in nome di un pregiudizio ideologico pur rispettabile, la rifiuta in favore di un approccio spontaneistico alla soluzione dei problemi che ha del paradossale in chi ha sempre privilegiato logiche di tipo volontaristico nell’affermazione del proprio ruolo politico.