Sistema pensioni, sistema Paese
di Cristiano Nervegna
Le polemiche che stanno caratterizzando il tema della riforma delle pensioni richiedono una riflessione sulle scelte immediate mai disgiunta, però, da una visione più ampia che restituisca alla politica il compito di progettare sopratutto a lungo termine. È essenziale, quindi, chiarire le motivazioni che ci portano periodicamente a mettere mano a riforme che rendano sostenibile il sistema previdenziale.
La prima causa va ricercata nell’evoluzione delle variabili demo-economiche. La vita che si allunga progressivamente, correlata con la difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro e la diminuzione delle nascite, con conseguente corrosione del numero degli occupati proprio per mancanza di lavoratori. Nonostante quest’ultimo dato sia condiviso da tutti, sentiamo parlare solo vagamente di politiche per la famiglia che possano invertire tale tendenza.
A questo va aggiunto che le politiche adottate nei confronti del lavoro immigrato sono ancora troppo restrittive. I lavoratori stranieri potrebbero contribuire, anche in tempi brevi, a rendere più sostenibile tutto il sistema. Quest’ultimo punto richiederebbe, naturalmente, interventi mirati all’emersione del lavoro nero (che non riguarda soltanto i lavoratori stranieri) e nuove misure di riduzione della precarietà lavorativa che sfocia, naturalmente, in fenomeni di sottocontribuzione.
A questo aggiungerei che anche la qualità del lavoro sembra essere una componente essenziale nelle scelte dei lavoratori se nella scuola, ad esempio, la fuga dall’insegnamento cresce esponenzialmente e in modo proporzionato alle crescenti difficoltà ambientali.
Giovani e anziani rappresentano evidentemente le categorie più esposte in un sistema che vede ancora forti sperequazioni. Porre al centro tali categorie vorrebbe dire rivalutare le pensioni più basse ma anche favorire un aumento del tasso d’occupazione degli anziani, superare il diritto di cumulo, fissare un’unica carriera previdenziale e razionalizzare le spese per gli enti previdenziali. Cruciale, poi, il tema della revisione dei “coefficienti di conversione”, la cui mancata revisione (nel 2006) rischia di rendere, secondo gli esperti, non sostenibili in futuro i costi ed inefficiente il controllo sulla corrispettività che caratterizza l’attuale riforma contributiva.
I fenomeni di globalizzazione, con conseguente instabilità della crescita economica, collegati al calo demografico renderebbero, quindi, essenziale la verifica di tali coefficienti. Di parere opposto, su questo punto, le parti sociali che, facendo leva sulle proiezioni della spesa pensionistica, accettano di discutere di età minima, ma non ritengono necessario alcun adattamento dei coefficienti. Forte, invece, da parte dei sindacati la richiesta di una politica più coraggiosa nella tutela delle categorie deboli.
L’introduzione del secondo pilastro nella politica previdenziale sembra essere condizione necessaria ma non sufficiente a garantire, quindi, che in futuro godremo di un’evoluzione positiva in termini di coperture pensionistiche per i lavoratori. Sino ad oggi, infatti, soltanto le imprese hanno ricevuto misure di compensazione, per la perdita del Tfr, più che adeguate.
In quest’ottica, pur consapevoli della necessità di rendere economicamente sostenibile il sistema previdenziale, appare evidente che, per parlare di “bene comune”, non è più possibile prescindere da una riforma del sistema di Welfare state (da rendere finalmente “attivo”) che proprio l’efficienza del sistema Paese rende improrogabile. La coperta continuerà ad essere troppo corta se non si aumenta il numero dei contribuenti e l’età pensionabile, sopratutto in condizioni di forte flessibilità del mercato. Emerge allora, ancora una volta, che i diritti/doveri non rappresentano un costo ma garantiscono, oggi, l’unico futuro possibile per tutti.