Politica e società: brevi note su una crisi
di Fabio Mazzocchio
“Ma sì, non c’è dubbio che la politica sia in difficoltà, così come non c’è dubbio che nel Paese ci sia un clima di scontento. Ma per favore, evitiamo di farci travolgere tutti da un’ondata di qualunquismo”. Sembra oltremodo corretta questa indicazione del Presidente Ciampi. Impossibile non accettare il dato attuale di crisi della politica. Non si tratta però solo di una crisi del Palazzo e dei suoi costi. Mi pare che la questione sia più larga e più profonda di come la si dipinge in queste settimane. Giusto quindi il richiamo ad evitare facili derive populiste che, pur partendo da un inevitabile malcontento per “i ritardi sulle riforme, per le inefficienze del sistema e per i costi dell’apparato politico”, rischierebbero di far soffiare il vento sulle vele della grande nave dell’anti-politica a buon mercato.
Ciò “non aiuta, anzi peggiora solo le cose”. Le peggiora perché rende tutto più drammaticamente manicheo; perché ci porta a pensare che i luoghi della politica di per sé non siano necessari; perché si può subire il fascino dell’uomo che indica le strade gloriose e senza sprechi del futuro; perché discreditare la politica rafforza poteri incontrollabili (S. Rodotà); perché la via politica, in fondo, coincide con la via della democrazia e della partecipazione (J. Maritain).
Semmai su queste ultime sfere bisogna interrogarsi. Ed allora: in quale stato è la vita democratica del Paese? Qual è il tasso di partecipazione della società civile ai processi politici odierni? Due ordini di questioni fortemente intrecciati. Non c’è alcun dubbio che vi sia una certa impermeabilità della politica rispetto alla società civile ma, d’altro canto, e fuori discussione anche una certa parallela disaffezione dei cittadini rispetto agli affari della cosa pubblica. Dato l’ordine delle questioni, credo che vi sia la necessità di attivare un duplice movimento virtuoso. Per un verso, infatti, servirebbe una stagione in cui, seriamente e senza facili proclami, l’universo degli attori politici mettano a tema la questione del ricambio generazionale e dell’etica pubblica; per altro verso, servirebbe che dal basso ci si attivasse, in tutti i luoghi possibili (famiglia, scuola, associazioni, comunità, …), per tentare una nuova stagione di educazione alla cittadinanza. Questo duplice dinamismo può, forse, concorrere a creare le condizioni per una rinnovata stagione partecipativa.
Mi pare che questo investimento sul piano della realizzazione di una nuova grammatica della partecipazione e di una vita pubblica più sana e porosa, possa garantire anticorpi decisivi per la lotta alla delegittimazione delle istituzioni democratiche – autentico bene comune non barattabile –e per ri-significare l’importanza sociale delle fatiche della politica.
Sarebbe bello, tra qualche tempo, poter scrivere di una classe dirigente che coltiva con orgoglio la virtù del dialogo per il bene condiviso e, allo stesso tempo, che sa far crescere, con il contributo delle nuove generazioni, le condizioni di un’autentica progettualità per il Paese. Sarebbe bello poter dire che il dato conflittuale del dibattito pubblico – di questi anni esasperatamente bipolari – non si è trasformato in guerra aperta tra parti reciprocamente chiuse, ogni volta che i temi diventano realmente decisivi per la coesione della comunità-Paese.
È giusto attendersi serie e pensate risposte dal Palazzo, ma impegniamoci a sottoscrivere il compito di rendere la società più aperta e consapevole del suo ruolo pubblico. Questo perché credere nella via della coralità partecipativa aiuta la ricostruzione di un’etica pubblica all’altezza dei tempi.