Interrompere la spirale dell’abbandono
di Antonio Mastantuono
La città abbandonata – il volto negletto, non privo di potenzialità, ma costellato di solitudini e conflitti, delle metropoli italiane; viste dai margini; studiate dall’angolo prospettico delle periferie, che talvolta “colonizzano” aree centrali, e comunque coltivano cambiamento e disagio, macinando memorie, trasformando profili urbanistici, rimodellando panorami culturali, risucchiando e foraggiando povertà, che non sono soltanto materiali – è il titolo di un approfondito studio, realizzato dalla Caritas Italiana, insieme al dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano.
Dal viaggio in dieci quartieri di altrettante città italiane (Barriera di Milano, Begato, Forlanini – Ponte Lambro, Navile, Isolotto, Esquilino, Scampia, San Paolo, Librino, Zen) sono emersi dati, volti, storie e analisi relativi a realtà in profondo, radicale, disorientante mutamento.
La ricerca ha messo a fuoco che le periferie non sono solo, o non sono più soltanto, quelle classicamente intese, come ad esempio le banlieues francesi. Alle tradizionali periferie che stanno “ai margini” della città, si affiancano infatti oggi, in termini di dinamiche di frammentazione, disagio e degrado, numerosi quartieri, magari storici o “centrali”, divenuti sempre più “sensibili” a determinate forme di esclusione. È questo il motivo per cui tra i quartieri indagati non ci sono solo Scampia a Napoli, lo Zen a Palermo o il genovese Begato, ma anche l’Esquilino di Roma, l’Isolotto di Firenze, Navile a Bologna e altri ancora. Ciò non vuol dire che “non ci sono più le periferie di una volta”, ma che oggi l’attenzione va amplificata ed estesa, perché la città non è più facile da leggere e capire come avveniva un tempo.
L’indagine ha poi chiarito che non è più il tempo della pianificazione organica e razionale delle città, peraltro molto spesso fallita proprio nei quartieri di periferia che dovevano certificarne l’efficacia. Oggi, nelle metropoli italiane, sembra di assistere, più che a un “progetto di città”, a una “città per progetti”, in cui si procede per accumulazione di idee, senza una visione di insieme e la possibilità di un confronto pubblico sulle scelte da fare, secondo logiche non tanto umanistiche, quanto di marketing del territorio.
I “respinti”, i “viaggiatori di seconda classe”, gli “eredi del welfare”, gli “alloggiati” che vengono descritti nel volume, sono persone e storie che, in comune, sperimentano una sofferenza profonda – “antropologica”, la definiscono gli autori – che li imprigiona in un territorio che non sentono più, se mai lo hanno sentito, come il loro luogo, una comunità dove avere dimora.
In questi luoghi le “legature che tengono” sono in primo luogo proprio le parrocchie e le attività di animazione che la Chiesa, più di altri soggetti istituzionali, ha continuato, tra mille difficoltà, a mantenere vive e vitali su queste frontiere.
Dalla ricerca viene una sfida, pratica, ma anche teologico-pastorale: come impostare una presenza rinnovata delle realtà ecclesiali nei “quartieri sensibili” delle nostre città, e nella città nel suo complesso? L’obiettivo è – al tempo stesso – mantenere la forza profetica di annuncio e testimonianza del Vangelo in un mondo che continua a cambiare ed accrescere la capacità di comprendere a fondo dove tale cambiamento conduce, restando dalla parte dei più piccoli e poveri, denunciando l’ingiustizia ogni qual volta sia necessario.
Si tratta di accogliere l’invito al discernimento rilanciato dal Convegno di Verona: interrogarci sul nostro essere Chiesa che rende ragione oggi dell’incarnazione, coniugando pensiero di Dio e vita dell’uomo, iniziando a realizzare quel cambiamento dal basso – nel senso di una nuova socialità capace di dialogo, coesione e solidarietà – nel quale bisogna confidare come unica via possibile per “interrompere la spirale dell’abbandono”.