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Il riflesso sociale della preghiera

di Silvia Pattaro

La costruzione del bene comune (tema a cui sarà dedicata la prossima Settimana Sociale) è una questione solo economica, sociale, giuridica?
Abbiamo chiesto a Padre Innocenzo Gargano, Priore della Comunità monastica camaldolese di San Gregorio al Celio (Roma), di offrirci alcuni spunti facendo “reagire insieme” bene comune e preghiera.

Padre Gargano, esiste un legame fra il bene comune e la preghiera nella vita monastica?

Assolutamente si!
La preghiera è il respiro stesso della vita. Poiché non si può pretendere di vivere senza respirare, la preghiera è il presupposto per una pienezza di vita. Questo significa, per la vita monastica, essere in continua preghiera. L’obiettivo della vita monastica è la preghiera continua.
Per ottenere questa esperienza, ci sono certamente degli aiuti: in primo luogo la preghiera liturgica – ovvero il ritmo quotidiano della preghiera monastica: mattina, mezzogiorno, sera e notte – centrata sull’Eucaristia.
Ma questa preghiera comunitaria, perché possa essere vissuta in pienezza, ha bisogno di una intensità altrettanto grande di preghiera personale. Il monaco cerca di vivere la preghiera personale in un rapporto molto intimo con la Scrittura ispirata, in cui per fede ritiene che ci sia la presenza della Parola stessa di Dio.
Dunque la Lectio Divina non è una pratica di pietà, ma è una scelta di vita: è scegliere di stare sempre in compagnia della Parola, dialogando continuamente, lasciandosi interrogare e rispondendo, in questo continuo circolo di dare e avere – più di avere, che di dare! – . Poiché la preghiera non è altro che risposta ad una chiamata, risposta ad una domanda: è Lui che parla per primo, e noi siamo semplicemente invitati in libertà a dare le nostre risposte. Che sono risposte diversificate, secondo le diversità delle persone, ma anche secondo la diversità della crescita interiore dell’uomo, della donna.
Ecco, allora: la prima cosa è questa: se è indispensabile respirare per poter vivere, questo vale sia per il singolo che per la comunità. Cioè, non è possibile che una comunità possa pretendere di riuscire ad essere vitale, se non ha i polmoni pieni di ossigeno. Per garantire questo, c’è quella che noi chiamiamo “collatio”, cioè la condivisione, che avviene a tutti i livelli: può trattarsi della condivisione dello stesso testo, dello stesso tetto, oppure della stessa tavola, della stessa Mensa, della stessa Parola. Ma la condivisione fa parte di questo circolo vitale.

La costruzione del bene comune nel mondo – verrebbe spontaneo affermare – ha bisogno di analisi, progetti, norme di carattere economico, sociale, politico. E di preghiera? La costruzione del bene comune nel mondo ha bisogno della preghiera?

Ciò che è vero all’interno della comunità monastica, noi crediamo che sia vero anche all’interno dei rapporti umani dentro la società. Solo che se osserviamo la società con occhi di fede, parliamo di preghiera; se invece osserviamo la società senza questo sguardo della fede, magari si può parlare della necessità della riflessione, della necessità dello studio, della necessità della programmazione…, cioè di questo momento in cui la persona si ferma, cerca di riflettere e di progettare. E progettare qualunque cosa: un architetto, per realizzare una casa bisogna che si metta seduto e cerchi di organizzare le sue idee, di pensare alle tecniche più appropriate per il suo progetto.
Quindi da una parte la preghiera è indispensabile per la vita comune della comunità monastica, dall’altra è indispensabile anche per la vita di società.

Chi è oggi l’attore della preghiera per il bene comune nel mondo? Quali sono le caratteristiche della preghiera per il bene comune?

Se la preghiera è indispensabile sia per la vita comune della comunità monastica, che per la vita di società, ciò che caratterizza la comunità monastica e la Chiesa è che il punto di arrivo non è una semplice organizzazione della società, o un po’ di filantropia più o meno diffusa, ma il punto di arrivo è la gloria del Signore. Si dice nella Regola di San Benedetto: «perché in tutto sia glorificato Dio». E alcuni santi parlano di “ad maiorem Dei gloriam”.
Perché questo? Perché il primato di Dio è garanzia del primato dell’uomo. Se non c’è il primato di Dio, l’uomo rischia di assolutizzare i suoi concetti e le sue scelte idolatrando la creatura che per natura sua è limitata. E quindi questo rischio di idolatria si supera unicamente aprendosi a ciò che noi chiamiamo “il trascendente”.
Cioè: tu non incontri veramente l’altro se non lo vedi alla luce dell’Altro. E non c’è contraddizione, perché «la gloria di Dio è l’uomo vivente»: Lui che ha dato origine al mondo, lo ha fatto a partire dall’amore; e proprio perché per amore ha dato origine all’essere, Lui è soprattutto l’Amante della vita. Dovunque, dunque, si vuole garantire la vita, bisogna che ci sia questa apertura all’Altro, che è la fonte stessa della vita.
In questo senso la preghiera diventa questa specie di “expositio”: quest’uomo con le braccia aperte che sa che tutto ciò che sta sperimentando, lo sta sperimentando come dono che viene da Qualcuno, da una realtà che lo trascende, e che gli permette di essere, e di essere felice. Perché la volontà di Dio è la felicità dell’uomo.
Il punto di arrivo della comunità cristiana – del monaco, ma anche del credente – è quella che i Padri della Chiesa chiamavano la “bina caritas”: cioè la “doppia attenzione d’amore”, che è simultaneamente attenzione d’amore a Dio e al fratello. Nessuno può pretendere di amare Dio – che non vede – se non ama il prossimo che vede; ma nessuno può pretendere di amare il prossimo – che vede – se non si lascia riempire dall’amore di Dio – che non vede – .

14 giugno 2007

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