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Di cosa vive l’informazione?

Attenzione, è difficile evitarlo. Se vado in edicola e prendo un quotidiano, magari con un ponderoso allegato di enciclopedia o dvd, te ne rifilano un altro in omaggio. Anche dal negozio di elettronica di consumo, o a quello di articoli sportivi, o al supermercato (accade…), ti infilano nella busta con la spesa anche un quotidiano, lo stesso, che non hai chiesto (e non sei nemmeno all’edicola…). Non si tratta di uno di quei fogli “news” che trovi gratis in strada. È un quotidiano che ha un costo, si vende in edicola, si dice almeno ufficialmente che è perfino possibile pagare un abbonamento. Di che cosa vive quel giornale che ha alte tirature ma pochi acquirenti? Di che cosa vivono i giornali nel nostro Paese? Di che cosa vive l’informazione? Se l’informazione non è in salute, neppure la democrazia può essere in salute, e il solenne esercizio del diritto di voto si trasforma in un guscio vuoto.

Se ti abboni a un settimanale paghi meno della metà che a comperarlo in edicola e in più ti regalano quasi un set da matrimonio di oggetti. Ci sono due diverse impostazioni nel nostro Paese. Prendiamo un settimanale che chiameremo “A”. e uno che chiameremo “B”. “A” costa poco, nemmeno due euro, ma il suo abbonamento è pari a a 1,95 euro per 52 settimane. Non ci sono sconti, il gadegt eventuale è solo per i nuovi abbonati. I vecchi ormai sono fidelizzati…Ha alcune pagine di pubblicità, non moltissime. Suggerisco di far caso ai bilanci che la legge obbliga a stampare una volta all’anno (e i giornali lo fanno, in caratteri microscopici). Una rivista come “B” ricava il 68% dei soldi dalla pubblicità, il 25% dagli abbonamenti e il resto dall’edicola. “A” ha il 65% dagli abbonamenti, il 20 dall’edicola e il 15% dalla pubblicità. Potremmo dire che se prendiamo, per dire, “B” non siamo noi che acquistiamo il giornale, ma il giornale che “si regala” a noi - per poter “vendere” noi ai suoi veri padroni, pubblicitari e/o politici. Così facendo i giornali non vendono notizie ai lettori, ma lettori alla pubblicità. Ricevendo spesso soldi pubblici. Il mensile con i programmi televisivi di una famosa pay tv è già pagato con l’abbonamento alla pay tv stessa. Ma l’azienda riceve 25 milioni di euro l’anno di soldi pubblici, quindi anche di chi non ha il satellite, per rimborso spese postali.

Con immaginabili conseguenze. Se un giornale ospita la pubblicità delle onnipresenti acque minerali, come potrà pubblicare le inchieste sullo scandaloso business delle “minerali” in bottiglia.

Di passaggio notiamo che la legge ha di nuovo permesso che al cinema si possano far vedere chiaramente i “marchi” delle aziende. Qualche tempo fa c’era lo sciopero dei giornali. Ecco perché subito prima il quotidiano ”C” aveva tanto aumentato la foliazione: per metterci dentro più pubblicità. Agli editori non interessa perdere l’euro cui viene venduta la singola copia, ma gli introiti pubblicitari. Il che ci dice in che mani è l’informazione.

Infine, l’inquinamento silenzioso. Ne parla Altamore (I padroni delle notizie. Come la pubblicità occulta uccide l’informazione). Il marketing cerca nuove strategie per catturare il consumatore, assuefatto a quelle tradizionali. Lo spot è camuffato allora da notizia. Fioccano presentazioni commerciali in località esotiche, regali costosi, contratti vantaggiosi. Gli articoli sono “ammaestrati”, e il lettore è convinto di averli pagati lui, acquistando il giornale. È lui invece la merce, comprata perché leggendo un giornale con articoli comprati da altri compri altra merce.

 

Anselmo Grotti

Sito Web: Paesaggi mentali condivisi

Università di Siena

Facoltà di Filosofia

 

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